“Non scholae, sed vitae discimus”: ecco come Quintiliano e Alessandro D’Avenia ci spiegano il valore dell’insegnamento

Scopriamo insieme l’importanza dell’insegnamento in tempi antichi e moderni attraverso l’opera “Institutio oratoria” di Marco Fabio Quintiliano e il libro “L’appello” di Alessandro D’Avenia. 

Cosa hanno in comune il letterato latino Marco Fabio Quintiliano e lo scrittore Alessandro D’Avenia? Entrambi rivestono il ruolo di docenti: Quintiliano è stato un oratore dell’antica Roma, nonché il primo insegnante stipendiato dallo Stato; Alessandro D’Avenia, oltre che ad essere un famoso scrittore, insegna lettere presso il liceo San Carlo di Milano. Entrambi, attraverso le loro opere, hanno spiegato l’immenso valore dell’insegnamento e dell’apprendimento quali cardini fondamentali nella vita di ogni essere umano analizzando ogni aspetto della vita scolastica.

L’INSTITUTIO ORATORIA: LA BELLEZZA DELLA PEDAGOGIA E IL RUOLO DEL MAESTRO

Marco Fabio Quintiliano era figlio di un maestro di retorica e nacque nel 35 d. C. nella Spagna Tarragonese. Giunse in giovane età a Roma per studiare con il grammatico Remmio Palemone. Tornato in terra natia, decise di aprire una sua scuola fino al momento in cui l’imperatore Galba lo fece rientrare a Roma dove Quintiliano continuò ad impartire insegnamenti. Egli fu sicuramente un insegnante davvero capace di instillare curiosità e voglia di imparare ai propri studenti, difatti la sua crescente fama lo portò ad avere allievi come Plinio il Giovane e lo storico Tacito. La svolta nella sua vita avvenne sotto l’impero di Vespasiano, grazie al quale divenne il primo docente di retorica in tutta Roma, venendo anche stipendiato!
Dopo una vita costellata da lutti, nell’88 d.C. Quintiliano si ritirò dalla vita pubblica e dall’insegnamento dedicandosi alla scrittura di molte sue opere, tra cui la più importante: L’institutio oratoria. In quest’opera Quintiliano decide di affrontare un tema a lui molto caro, ovvero quello dell’insegnamento dell’oratoria e di come affrontare la decadenza in cui quest’ultima era caduta.

“Noi dobbiamo formare le nostre menti col leggere in profondità piuttosto che in estensione” (Quintiliano)

Nel corso dei dodici libri che compongono la sua opera, Quintiliano, oltre a fornire preziosi precetti didattici quali l’educazione dei bambini, la figura del perfetto oratore e le tecniche mnemoniche, si sofferma sul raccontare la sua esperienza di docente consigliando i suoi metodi educativi. Quest’ultima è stata una grande innovazione perché mai nessuno aveva parlato delle proprie tecniche inserendo anche i ricordi del passato, i successi e gli insuccessi di una lunga carriera da insegnante. Purtroppo non possediamo testimonianze scritte appartenenti agli alunni del maestro Quintiliano, ma anche solo attraverso le sue parole possiamo capire quanto la sua personalità sagace e la sua umiltà siano riuscite a far breccia nel cuore degli alunni.

“Un’educazione troppo indulgente è dannosa perché fiacca tutti gli slanci della mente e tutto il vigore del corpo.” (Quintiliano, Institutio oratoria)

Quintiliano consiglia intensamente a tutti gli insegnanti di non effettuare abusi di potere, di non terrorizzare con l’autorità, ma di mostrare invece un affetto genitoriale ed autorevole, mosso da un profondissimo rispetto per la mentalità altrui. In poche parole, un buon insegnante deve mostrare tanta empatia e pazienza nei confronti dei propri alunni.

L’APPELLO: COMMOVENTE STORIA DI UN PROFESSORE CHE CAMBIA LA VITA DEI SUOI STUDENTI

Questo romanzo di Alessandro D’Avenia, edito da Mondadori nel 2020, narra la storia di un professore di scienze, Omero Romeo, cieco a causa di una malattia, che prende la decisione di tornare ad insegnare avendo l’incarico di portare agli esami di Stato una classe quinta liceale. Quest’ultima si rivela essere differente dalle altre poiché formata da ragazzi molto fragili provenienti da ambienti sociali disagiati. Il professore Romeo non si fa scoraggiare dalla malinconia dei ragazzi e si rivela essere un docente diverso dagli altri: egli vuole conoscere per davvero i propri alunni al fine di guidarli verso la loro maturità psicologica, non più intesa come un mero foglio di carta che attesta il superamento di un esame. Il primo segno che il nuovo professore porterà una ventata fresca di novità è indubbiamente l’appello: infatti egli, non potendo fisicamente vedere i volti dei suoi alunni, li fa presentare ad uno ad uno chiedendo di spiegare quali fossero i loro ideali per poi toccargli il volto. È solo mettendosi nelle mani di una guida che i ragazzi cresceranno nel pensiero, nelle azioni ma soprattutto nella personalità che andrà a svilupparsi nel corso dei capitoli.

“Il contatto ci fa sapere chi siamo e chi non siamo, dove cominciamo e dove finiamo e la carne che abbiamo in comune. La vita è tutta questione di tatto.”

In questo cammino però la crescita non sarà esclusivamente riservata agli alunni ma anche al professore che, attraverso i racconti dei ragazzi e le loro storie struggenti, riflette su sé stesso, sulla propria malattia e sull’amore immenso che prova verso la moglie e la figlia. Le lezioni del professore si rivelano essere entusiasmanti in quanto egli porta i ragazzi ad interrogarsi su ciò che li circonda attraverso lo studio della scienze. Non mancheranno le perplessità degli altri insegnanti e dei genitori dei ragazzi sull’approccio con cui il professore si avvicina ai propri alunni, un metodo da loro reputato troppo lontano dalla rigidità scolastica. Il fatto che molti genitori e anche la scuola stessa ambisca solo ai voti alti piuttosto che interessarsi all’interiorità dei discenti infastidisce parecchio il professore Romeo che verrà allontanato nuovamente dall’insegnamento. La vera rivoluzione avviene quando gli alunni divulgano il metodo innovativo del professore sui giornali, arrivando addirittura ad incontrare il Ministro dell’Istruzione.

“Se solo ci prendessimo il tempo di ascoltarle, queste vite, chissà quante se ne salverebbero

Infine, arriva il momento tanto temuto della maturità: con il loro bagaglio di vita e conoscenze acquisite nell’ultimo anno scolastico, i dieci ragazzi superano l’esame capendo che la maturità non è un punto d’arrivo, bensì l’inizio di un nuovo cammino di vita pieno di esperienze. Non importa del voto, ciò che rimane indelebile nel cuore degli allievi è il ricordo dei bellissimi momenti passati con il professore Romeo, l’unico che ha fatto la differenza nelle loro vite.

“A che serve imparare se poi non riusciamo a cambiare niente, neanche noi stessi?”

INSEGNANTI DI IERI E DI OGGI: LA FORTUNA DI TROVARE UNA BUONA GUIDA

Cosa differenzia un semplice docente da un maestro di vita? Semplice, il primo si limita ad impartire nozioni didattiche mentre il secondo impiega tutte le sue forze non solo nell’insegnare la propria materia, ma anche nel dispensare consigli di vita diventando un esempio per i propri alunni. Che si parli di docenti dell’antica Roma come Quintiliano o di insegnanti di tempi moderni come Omero Romeo nel libro di Alessandro D’Avenia, è proprio vero che anche un solo insegnante può riuscire a fare la differenza nella vita di un adolescente. A cominciare da Quintiliano, che rimproverava ai colleghi la troppa austera severità nei confronti degli alunni, per finire con Omero Romeo, professore fittizio che incarna però tutti quei docenti che mettono passione nel loro lavoro. Tra l’altro, lo stesso nome Omero rimanda non solo al cantore greco identificato come l’autore dei poemi Iliade e Odissea ma si appella anche alla leggenda che vuole Omero come un poeta non vedente (ὁ μὴ ὁρῶν in greco antico).
La cecità, nell’antica Grecia, assumeva una connotazione sacrale e simboleggiava saggezza; allo stesso modo il professore Omero, anche se cieco, è stato l’unico tra tutti a vedere effettivamente le anime dei ragazzi attraverso il tocco del volto e a conoscerli per quello che sono, aiutandoli a superare tanti momenti di sofferenza.

“I volti sono come mappe, contengono tutta la geografia dell’anima, luoghi a cui occorre dare un nome e una storia”

Il mestiere del docente è uno dei più complicati: spetta a loro l’arduo compito di insegnare alle nuove generazioni e di lasciare un segno, positivo o negativo che sia (difatti l’etimologia della parola insegnare deriva dal latino tardo in-signare). Nella nostra quotidianità, purtroppo, la figura del docente è  sottovalutata, ma sarebbe opportuno tenere a mente che qualsiasi lezione è il frutto di una continua preparazione didattica e di un lungo processo di auto-conoscenza che va anche oltre l’ambiente scolastico. In poche parole, solo sviluppando la capacità di ascoltare sé stessi e gli altri, si sarà in grado di trasmettere efficacemente la propria conoscenza. Analogamente, la scuola ha il compito di fornire agli studenti gli strumenti e i modelli necessari per sviluppare la propria individualità e distinguersi dalla massa. Se si rinuncia a un modello di scuola capace di “formare” completamente la persona, il rischio è quello di condannare intere generazioni a un’eterna insoddisfazione.

La vera figura del Professore è quella di una persona che sente il peso della responsabilità derivante dal proprio mestiere e che ha il potere di influire sensibilmente sulla natura ancora acerba dei propri studenti: è colui che assume il ruolo di mentore e formatore di menti in evoluzione, piuttosto che essere un mero divulgatore di concetti. Questo tipo di insegnante è dotato di un grande intuito che gli permette di sondare le peculiarità degli studenti e di sfruttare positivamente il loro potenziale. Purtroppo, però, non tutti i docenti hanno la stessa predisposizione, e molti giovani si trovano a dover fare i conti con insegnanti che sembrano privi di anima, che si limitano a ripetere nozioni senza verve. Questo può essere un vero e proprio ostacolo all’apprendimento, ma anche alla crescita personale, poiché un insegnante che non trasmette passione e interesse rischia di spegnere la curiosità naturale degli studenti, impedendo loro di scoprire il piacere della conoscenza e della scoperta.

“Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti?” (D. Pennac)

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