“Non è tempo di castelli”: Levante e Leopardi ci descrivono il disincanto

Levante parla al pubblico, Leopardi  a se stesso. L’argomento di entrambi è il disincanto.

Un’illusione si può definire come la percezione falsata della realtà. Capita spesso, di illudersi, e capita poi di prendere consapevolezza della realtà e di trovarsi nel disincanto: illudersi è come trovarsi vittime di un incantesimo che può essere spezzato da un momento all’altro.

Il disincanto di Levante

Siamo il vento e non la bandiera“, cantava Claudia Lagona, in arte Levante, lo scorso febbraio a Sanremo. Ma questo vento, purtroppo, è stato costretto a fermarsi. Sirene, il suo ultimo singolo, è stato scritto dopo il lockdown e racconta la malinconia che ha accompagnato quel periodo di isolamento. “Ricordi? Andavamo dentro al vento mentre in mano stringevamo sogni. solo pochi soldi, le notti a cercare buone stelle e ritrovarsi in mezzo a strane sorti, quanto siamo storti?” E così l’artista canta di queste strane sorti, dell’impossibilità di fare concerti, dell’assenza del mare di pubblico nel quale le piacerebbe tuffarsi. “Amore, non è tempo di castelli“, canta disincantata.

Stendi i desideri accanto agli ombrelloni chiusi
Sgonfia i tuoi braccioli
Amore dici “sento le sirene”
ma non c’è traccia di mare intorno a noi
Se vuoi facciamo un bagno nella pioggia.”

Il disincanto di Leopardi

Nel componimento “A se stesso” Giacomo Leopardi si rivolge al proprio cuore per parlare della morte delle speranze. Venuta meno l’illusione dell’amore il cuore si ferma, stanco di sentimenti che lo hanno affaticato immeritatamente. Disincantato, privo di ogni illusione, prende spazio un totale nichilismo che porta alla consapevolezza della bruttezza del mondo: “Al gener nostro il fato non donò che morire“.

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta ormai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.”

(“Ora riposerai per sempre, mio cuore stanco. È venuta meno l’ultima illusione, quella dell’amore, che io avevo creduto eterna. È venuta meno. Sento bene che in me si è spento il desiderio di piacevoli illusioni, non solo la speranza. Riposa per sempre. Troppo hai pulsato. Nessuna cosa merita i tuoi movimenti e la terra non è degna dei tuoi sospiri. La vita non è altro che noia ed amarezza, e fango è il mondo. Fermati ormai. Abbandona la speranza per l’ultima volta. Il fato al genere umano non ha donato altro che la morte. Disprezza ormai te stesso, la natura, quell’orribile potere che di nascosto governa per il male di tutti, e l’infinita vanità di tutte le cose.“)

 

Sirene e disincanto

Nel disincanto descritto da Levante ci si trova in preda ad un richiamo – quello delle Sirene – che illude ed è in realtà falso. Non c’è traccia di mare: il già ingannevole canto delle sirene è per di più inesistente, o forse lontano. È un richiamo da un luogo irraggiungibile. “Quanti metri servono a renderci tristi?” chiede nel brano Levante, che sui social scrive “la distanza non fa per me“. Quanta amarezza reca a volte la triste consapevolezza di una realtà con poche speranze? Magari non tutti reagiscono con il nichilismo del componimento di Leopardi, ma è innegabile la potenza distruttiva della morte di un’illusione. Distruttiva perchè? Forse per il fatto che un’illusione è ingannevole al punto da apparire sempre migliore della realtà.

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