La pigrizia interiore è una condanna per l’eternità: da Dante all’Antologia di Spoon River

La pigrizia è forse la più grande piaga dell’umanità, il vizio più connaturato in ogni uomo e il più difficile da estirpare. Quando giunge ad intaccare lo spirito svilisce l’esistenza e inibisce l’azione.

“Giovane decadente” di Ramón Casas

A lungo andare diventa quasi impossibile liberarsi dall’inerzia interiore che avvolge l’uomo in un torpore fatale e in una nube di timori. Gli impedisce di prendere in mano la propria vita, di rischiare per ciò che gli sta a cuore, di fallire ma anche di vincere. Questa condizione costituisce una condanna eterna che non dà pace all’individuo nemmeno dopo la morte, come asseriscono Dante ed Edgar Lee Masters.

In foto Edgar Lee Masters (www.fanpage.it)

George Gray e il dramma di non aver vissuto davvero

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.

(Antologia di Spoon River , Mondadori, 2001, traduzione italiana di Antonio Porta)

Questa celebre poesia è tratta dalla “Antologia di Spoon River“, opera dello scrittore americano Edgar Lee Masters. Questa raccolta, la cui prima edizione risale al 1915, appartiene al genere della lirica sepolcrale. L’autore immagina di passeggiare per il cimitero del paese fittizio di Spoon River e di leggere gli epitaffi sulle lapidi. In essi i defunti raccontano l’essenza della loro parabola di vita con tono di drammatica rassegnazione. Il componimento sopra riportato appartiene a George Gray giovane che con amarezza rimpiange di non aver avuto il coraggio di vivere fino in fondo. Ha vissuto paralizzato, assopito e si è lasciato scivolare addosso le occasioni, sia belle che dolorose. Nel terrore di sbagliare, di dover far fatica, di dover uscire dalla sua ‘comfort zone‘ ha preferito adagiarsi nella mediocrità e nel limbo dell’indecisione. Come una barca con le vele ammainate, che non ha il coraggio di uscire dal porto delle sue sicurezze per prendere il largo, metafora delle vicende ed esperienze della realtà. Forse è stata la troppa prudenza a rovinarlo, ma quest’ultima non è forse una giustificazione per un’indolenza radicata? Non è stata solo la paura a fermarlo, ma la pigrizia del non voler scegliere da che parte stare.

Illustrazione del canto III dell’Inferno di Priamo della Quercia

Gli ignavi secondo Dante non sono degni nemmeno dell’Inferno

Nel terzo canto dell’Inferno, Dante Alighieri presenta le anime degli ignavi, coloro che mai hanno preso decisioni radicali o si sono dedicati ad una causa in modo totalizzante. Essi sono dal sommo poeta così presentati:

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

(…)Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

Per Dante, uomo estremamente attaccato ai valori civili e politici, affezionato alle sorti della sua città e intenzionato a migliorare i suoi tempi attraverso le proprie capacità, questo tipo di persone sono disprezzabili. Il poeta trecentesco non può concepire che qualcuno possa rimanere neutro, indifferente e che possa con tranquillità lasciarsi sfuggire dalle mani opportunità. Non sono nemmeno degni di stare all’Inferno, in quanto dal confronto con essi gli altri dannati avrebbero motivo di lode e di vanto visto che anche se nel male hanno perseguito una scelta fino alla fine. Persino i più infimi peccatori sono migliori di loro, perché almeno hanno fatto uso della loro libertà, massimo dono di Dio all’umanità. La loro pena, anche se meno dolorosa, è la più orribile e avvilente: sono costretti a inseguire una bandiera in costante movimento, continuamente punti da vespe e mosconi e il loro sangue misto alle lacrime cola per terra dove è raccolto da dei vermi. In vita mai si schierarono per il bene o per il male, nell’aldilà sono invece continuamente sollecitati e i vermi, per la loro viltà, li rappresentano. L’invito di Virgilio è addirittura quello di non soffermarsi a prenderli in considerazione, di non avere a cuore il loro destino in quanto non meritano attenzione. L’espressione più efficace per descriverli è proprio “che mai non fur vivi“, in quanto hanno sostato sulla terra come morti viventi, morti dentro e potremmo dire con termini attuali che hanno vissuto come degli automi.

L’accidia dell’animo genera rimpianti per le occasioni perse

Se Dante dovesse collocare George Gray in qualche punto del suo poema, di certo lo inserirebbe fra le anime degli ignavi nell’Antinferno. Anche il personaggio di Masters infatti ha sperimentato la morte durante la vita, la soppressione di qualsiasi forza di reazione e la mancanza di volontà. Solo dopo il decesso giunge la consapevolezza del grave errore, dello spreco del tempo e costituisce un tormento straziante. L’accidia del cuore è una condanna per l’eternità, nel trapasso l’essere umano affetto da essa non trova sollievo, anzi ha la coscienza di aver gettato via le occasioni più preziose. Il giovane di cui ci racconta l’Antologia è come se fosse punto da mosconi e vespe nel profondo a causa dei rimpianti e sarebbe disposto a sacrificare di tutto per non sbagliare più. La riflessione di George Gray è un invito a riscuotere la polvere che lasciamo si accumuli sulla nostra anima, altrimenti ne saremo dilaniati in eterno, proprio come gli ignavi. Ogni vivente custodisce nel cuore la fame di dare significato alla vita, di cercarlo a tutti i costi con anche la possibilità di fallire, di impazzire, proprio come le anime più abiette dell’Inferno (comunque migliori degli ignavi). Da Dante e dall’Antologia di Spoon River il monito è quello di non accontentarsi delle briciole dell’esistenza, del grigiore e della banalità ma di avere la forza d’animo di reagire giorno per giorno, di cercare ciò che fa ardere il cuore e di essere protagonisti e non spettatori della nostra stessa vita.

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