Noi uomini siamo padroni del cosmo: ce lo insegnano il Salmo 8, Antigone e Ultimo

Che sia per le sue doti o la sua fantasia, l’uomo ha sempre qualcosa in più degli dei.

Prometeo è incatenato tra le rupi del Caucaso. Sotto di lui la neve, macchiata dal sangue ormai secco di ieri. Come ieri, come domani, come in eterno, anche oggi arriverà l’aquila a massacrargli il fegato. Ma oggi, prima dell’aquila, si presenta un uomo. Clava di legno e pelle di leone, i suoi sandali calpestano il sangue secco. È Eracle. I due, almeno secondo I Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, iniziano a parlare. Sono un titano e un uomo, ma parlano di dei. Quando di questi non avremo più paura, spariranno: sarà morta la paura per loro. Oggi, nessun’aquila arriva a divorare un fegato.

L’uomo di fronte al creato

Non ci saranno più dei, è vero. Ma ci saranno la stessa estate, lo stesso inverno. E l’uomo sarà padrone del cosmo. Non è un’idea puramente ellenica, ma è presente anche nel libro biblico dei Salmi.

Queste 150 liriche, chiamate Tehillim (Lodi) dalla tradizione ebraica e Psalmoi (Inni da cantare con musica) da quella greca, coprono l’intero arco cronologico della storia d’Israele. Il Salmo 28 risale al XII sec a.C, il Salmo 149 al 164 a.C. Tra esse troviamo inni di supplica, di esaltazione della gloria di Dio e di Gerusalemme, di resoconto della storia della Salvezza. Commentando il libro dei Salmi, il maestro alessandrino Origine nel III secolo scrisse che potremmo immaginarcelo come un grande palazzo: in alcune stanza si respira gioia, in altre terrore. In alcune un pio sacerdote canta la gloria di Dio, in altre gli empi si fanno beffe di Israele. Alcune camere sono piene di strumenti musicali, altre di spade e scudi.

La stanza del Salmo 8 potrebbe aprirsi sulle dolci colline di Canaan. Dentro ci sono uno specchio e un’arpa. L’autore di questo salmo vuole cantare la bellezza della terra. Le parole però non sono sufficienti, balbetta come un bimbo e le dita rimangono ferme tra le corde dell’arpa.

Quando il cielo contemplo, e la luna
e le stelle che accendi nell’alto,
io mi chiedo davanti al creato:
cos’è l’uomo perché te ne ricordi?

Il salmista è incredulo: all’uomo sono affidate le greggi e gli armenti, le creature dell’aria e dell’acqua. È signore del creato, di poco inferiore agli angeli. Immagine e somiglianza di Dio. Più che un inno alla creazione, è un inno all’umanesimo. Il salmista guarda nello specchio e trova le parole di lode a Dio, o all’uomo. Come splende il nostro nome su tutta la terra.

L’uomo di fronte alla patria

Questa stanza si apre su dei campi coltivati. In lontananza, si vede una città. Un coro la guarda e non può fare a meno di esclamare:

Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo.

Questi versi rappresentano l’incipit del primo stasimo dell’Antigone di Sofocle, una tragedia che si svolge dopo la guerra dei Sette contro Tebe. Il coro ha appena scoperto che qualcuno, nonostante gli ordini del re Creonte, ha sepolto il cadavere di Polinice, colpevole di aver assalito la città e ucciso il fratello Eteocle.

Il colpevole ha compiuto un’azione che lo porterà alla morte, ma ha anche espresso un coraggio estremo. Dopotutto, l’uomo ha sempre avuto le capacità di piegare la natura e le azioni alle proprie esigenze; il suo libero arbitrio lo porta a compiere il bene o il male. Il coro elenca tutte le situazioni in cui l’uomo si è rivelato in grado di dominare la natura: navigazione, agricoltura, caccia e pesca, allevamento. E poi il linguaggio, il progresso, l’abilità tecnica. Ciò che solo gli manca, è vincere la morte. Ad Ade soltanto non troverà scampo.

Il coro dalla stanza guarda la città. L’uomo virtuoso che compie il bene dimora in essa, viceversa il malvagio è costretto a stare fuori dalle sue leggi, come una bestia sanguinaria. Se per il salmista l’uomo era superiore per la sua somiglianza con Dio, per il coro ciò si manifesta nella capacità di intervenire sulla natura anche in condizioni avverse. A patto, sempre, di rimanere fedele alla legge della polis:

Se le leggi della terra v’inserisce
e la giustizia giurata sugli dei,
eleva la sua patria: ma senza patria è colui
cui il non bene per ardimento si congiunge;
e non abiti il mio focolare,
né pensi come me
colui che così agisce.

L’uomo di fronte al cosmo

L’ultima stanza si apre sul mare. Il pavimento è coperto di sabbia, due o tre sassi, le tende si muovono nel vento salato. È notte, in cielo brillano le stelle e qualche pianeta. Il ragazzo in questa stanza prende la chitarra. Io ti aspetto dove il mare non si vede più. Si chiama Nicolò, ma tutti lo conoscono come Ultimo.

Chissà a chi sta pensando. Forse a un amore passato, forte a un amico scomparso. Sussurrando nel buio, promette che aspetterà. In un bar, sulla luna, in un secondo che precede il tempo. Non importa dove. Scrive per non sentirsi solo. Stasera per un attimo alza gli occhi, vede che il cielo lo sta prendendo per mano. È un uomo, e quello è il suo cielo. Può essere qualsiasi cosa lui voglia.

L’uomo ha la capacità di plasmare il reale. Tornando ai Dialoghi con Leucò, per questa sua dote l’uomo viene quasi invidiato dagli dei. Stanno parlando Demetra e Dioniso, il pane e il vino. “Tutto quello che toccano diventa tempo. Diventa azione. Attesa e speranza. Anche il loro morire è qualcosa” afferma la dea del grano. E il dio della vite acconsente, “hanno un modo di nominare sé stessi e le cose che a noialtri arricchisce la vita”. Oh dei, di quest’uomo prendetene e mangiatene tutti.

Quello non è un semplice cielo stellato, è solo un’altra stanza in cui aspettare. Anche lì in alto ci sono sabbia e sassi, stelle e pianeti. L’uomo inizia a volare nel suo universo, il mondo è solo un punto da lasciarsi indietro:

Prendimi per mano e disegniamo mille passi
È la fantasia che trasforma in pianeti i sassi

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