News: disastro petrolifero nelle Mauritius, l’impatto sulla vita marina e le possibili soluzioni

Il mare è diventato nero in prossimità dell’isola di Mauritius, perla dell’Oceano Indiano sud-occidentale, a causa dello sversamento di petrolio fuoriuscito dalla nave giapponese Wakashio.

Disastro ambientale a Mauritius, i danni della petroliera incagliata - Photogallery - Rai News

 

La petroliera si è incagliata alla fine di luglio sulla costa orientale dell’isola, secondo i resoconti dei media locali e gli attivisti ambientali, la posizione è vicino alla riserva del Blue Bay Marine Park e a diverse spiagge turistiche. Da quel momento è iniziato lo sversamento di tonnellate di petrolio nelle acque marine.

 

Stato di emergenza

Il 7 agosto il Primo Ministro Pravind Jugnauth ha dichiarato lo stato di emergenza ambientale. Due giorni dopo il Ministero dell’Ambiente ha comunicato che oltre 500 tonnellate di greggio sono state rilasciate dal serbatoio danneggiato della petroliera. Le operazioni continuano senza sosta, la fuoriuscita di petrolio è stata interrotta ma si aggravano le crepe trovate sulle pareti della petroliera. Si cerca di contenere anche i danni alla laguna attraverso le operazioni di bonifica, sono già state pompate 118 tonnellate di petrolio dalla laguna. 

Lunedì 10 agosto, 650 metri di diga galleggiante si sono aggiunti a quelli già dispiegati per contenere la diffusione del petrolio in mare.

In più, il 26 agosto sono stati rinvenuti sulle coste dell’isola ben 39 delfini e due balene spiaggiati. La prima ipotesi era ovviamente quella di un soffocamento dovuto al catrame. Il motivo dello spiaggiamento di un così alto numero di cetacei sulle spiagge di Mauritius, dove nel mese di maggio dell’anno scorso ne erano stati trovati soltanto due, potrebbe essere legato proprio all’affondamento della nave.

L’impatto sulla vita marina

Da molti anni si cerca di sensibilizzare le persone ai possibili danni causati dalle perdite di petrolio nel mare, spesso con immagini di forte impatto che mostrano i danni che questa sostanza può causare ad animali e piante dell’ambiente marino.

Anche i mammiferi marini sono vulnerabili agli sversamenti di petrolio. In particolare, per la loro dipendenza dall’aria, ma il greggio può anche essere ingerito o entrare in contatto con l’animale attraverso l’acqua marina o le coste contaminate.

La contaminazione delle coste, sia sabbiose che rocciose, può compromettere gli habitat naturali con la contaminazione della flora e conseguente allontanamento degli animali. Dalle operazioni di rimozione del petrolio dipende la ripopolazione e la ricolonizzazione delle aree che si spopolano delle speci autoctone. Tra le specie a rischio più conosciute nell’immaginario comune, predominano le tartarughe, che possono contaminarsi sia tramite l’ingestione di cibo a sua volta contaminato, sia tramite l’assorbimento attraverso la pelle, gli occhi, le vie respiratorie ed i polmoni. Se il petrolio raggiunge le coste, c’è anche la possibile contaminazione delle uova della specie protetta.

Le possibili soluzioni

Per il momento si sta cercando di salvare il salvabile. Proprio una settimana prima del disastro è stato pubblicato uno studio in Australia che dimostrava l’efficacia dei capelli umani nell’assorbire il petrolio. Così, attraverso l’ente no-profit Sustainable Salons, sono state donate all’isola 10 tonnellate di capelli, a loro volta messe a disposizione dai parrucchieri australiani aderenti all’iniziativa, con lo scopo di bloccare il flusso di petrolio nel mare.

Poiché l’isola vicina a Mauritius, Reunion, è sotto giurisdizione francese, il presidente Macron ha inviato un aereo militare con attrezzature per monitorare l’inquinamento, oltre che una nave a supporto. Anche il governo di Tokyo invierà una squadra di esperti per soccorrere l’ambiente e gli abitanti dopo il disastro. Nella giornata di sabato, poi, centinaia di persone sono scese in piazza nella capitale di Mauritius Port Luis per chiedere che sia aperto un processo per trovare il colpevole dell’accaduto ed avere così giustizia. Per il momento solo il capitano della nave e il suo secondo sono stati arrestati.

Una grossa mano, però, è arrivata anche dalle popolazioni locali. Hanno costruito dei boom temporanei utilizzando come materiale gli scarti di produzione della canna da zucchero, e un’enorme quantità di bottiglie per raccogliere quanto più petrolio possibile.

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