fbpx
No all’aborto terapeutico: scopriamo cosa si nasconde dietro la decisione del governo polacco

A quattro giorni dalla decisione della Corte Costituzionale polacca di vietare l’aborto terapeutico, le proteste trovano luogo di espressione nelle chiese. Vediamo come la giustificazione culturale venga utilizzata per perpetuare pratiche discriminanti nei confronti del genere.

 

 

Sul corpo delle donne non decide né il governo né la Chiesa

Queste le parole delle attiviste che ieri hanno spinto le proteste nelle chiese; chiese che sono servite da mezzo al governo polacco per giustificare la decisione di etichettare l’aborto terapeutico come pratica eugenetica. Quella di protestare negli edifici religiosi è una scelta provocatoriamente simbolica a ribadire l’ormai avvenuta comprensione della non troppo velata intenzione di strumentalizzare la cultura per perpetuare pratiche discriminanti nei confronti del genere.

 

Il ban del governo polacco

Il 22 ottobre del 2020 è una data da annotare nei calendari polacchi ed in quelli dell’intera comunità europea: l’aborto terapeutico, che fino a quel momento era una delle tre tipologie di aborto concesse dal governo polacco, viene dichiarato incostituzionale ed etichettato come pratica eugenetica. Da quattro giorni le piazze e i luoghi cuore della vita polacca sono affollati da migliaia di protestanti che hanno sfidato le restrizioni della pandemia globale per rivendicare il diritto alla libertà di scelta. Non solo, da ieri i manifestanti si sono spinti ancora oltre, lasciando entrare le lori voci negli edifici religiosi: una decisione provocatoria se si pensa alle radici profondamente cattoliche su cui poggia la cultura polacca. Che il governo si muovesse in questa direzione era già chiaro nei mesi scorsi quando aveva annunciato la volontà di recedere dalla Convenzione del Consiglio d’Europa contro la violenza di genere perché incorporante principi contrari all’ideologia tradizionale. In entrambi i casi la religione, e quindi la cultura tradizionale, diviene lo strumento per una contrazione dei diritti delle donne e per l’affermarsi di una struttura patriarcale della società finalizzata al mantenimento delle gerarchie di potere con l’uomo sovraordinato rispetto alla donna il cui ruolo viene relegato alla cura tradizionale del focolare domestico.

Si tratta di un ingente e doloroso passo indietro nella storia se si pensa che la Polonia fu uno dei primi paesi a garantire il diritto di voto alle donne nel lontano 1918. Di nuovo, come già accaduto e come accade tuttora in molti paesi la religione si fonde con lo stato a giustificare lo status quo dei rapporti di potere. Di qui si comprende la provocatoria decisione di far entrare le proteste nelle chiese a ribadire la comprensione da parte delle donne del progetto culturale dietro il quale si nasconde la discriminazione di genere.

 

Okin: genere e cultura

Quanto accaduto in Polonia si inserisce in un topos della filosofia politica contemporanea e degli studi di genere che guarda ai legami tra genere e cultura. In questo panorama emerge il pensiero di Okin, docente di Political Science alla Stanford University, che nella fattispecie considera due tipi di legami tra gender e culture.

Innanzitutto, secondo Okin l’attenzione di molti gruppi culturali e religiosi è rivolta alla sfera personale, sessuale e riproduttiva. Ecco quindi che il caso della Polonia si inserisce alla perfezione in questo contesto. Ne deriva che gli effetti della difesa delle pratiche culturali si ripercuotono maggiormente sulle donne, che nei gruppi considerati fungono da custodi della dimensione domestica e familiare. Inoltre, in una cornice culturale di questo tipo l’aspettativa che le donne debbano dedizione totale alla sfera domestica, le allontana progressivamente dallo spazio pubblico, stroncando ogni possibile speranza di raggiungere la parità in ambedue le sfere; allontanamento, come prima evidenziato, funzionale al mantenimento delle gerarchie di potere. Il secondo nesso tra cultura e genere è relativo all’obiettivo che talune culture si propongono di subordinare le donne agli uomini e, dunque, di esercitare una qualche forma di controllo su di esse. Qui il riferimento di Okin è ai miti fondativi dell’antica Grecia e Roma nonché ai miti della religione cristiana, ebraica e musulmana. Non solo, anche la maggior parte dei processi penali statunitensi in cui sono imputati membri di minoranze culturali concerne circostanze connesse al genere; in particolare si tratta di casi di controllo ad opera degli uomini sulle donne e sui bambini. Tendenzialmente, gli impuntati si appellano a difese culturali, facendo leva su argomentazioni che vedono le donne non solo subordinate agli uomini ma anche umanamente inferiori e in quanto tali destinate quasi unicamente a soddisfare le richieste degli uomini in ambito domestico e sessuale. Questi esempi supportano quanto le organizzatrici delle proteste nelle chiese polacche hanno cercato di denunciare: la giustificazione culturale come mezzo per perpetuare pratiche discriminanti.

 

 

Al di là di Okin: genere e cultura

Sulla scia di Okin in “My culture made me do it” Bonnie Honing osserva che i membri delle minoranze culturali così come alcuni paesi, fra i quali la Cina, si sono serviti della cultura come giustificazione per le vessazioni e le violazioni dei diritti umani commesse in territorio statunitense. Ne deduce che quando gli uomini e gli stati si celano dietro allo slogan “me l’ha fatto fare la mia cultura”, in realtà non stanno facendo altro che rivendicare un tipo di privacy e di privilegi che occorre respingere a tutela dei diritti umani e della stessa cultura e aggiunge che i diritti delle donne sono altrettanto diritti umani e in quanto tali richiedono appropriata protezione.

Inoltre, on si può non considerare l’autorevole opinione di Anne Phillips, professoressa di Political e Gender Theory alla London School of Economics. Nella conferenza tenutasi a Berlino a maggio del 2009 in onore di Hanna Beate Schopp-Schillin, Anne Phillips muove dalla considerazione che spesso la difesa culturale funge da pretesto per trascurare il principio di eguaglianza di genere. Phillips insiste sui dati: la convenzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne, finalizzata a vincolare gli stati al rispetto del fondamento di  parità tra uomo e donna, si caratterizza per l’avere il più alto numero di riserve di ogni altro trattato ONU; riserve che in alcuni casi vengono apposte per motivi tecnici, in altri per ragioni di incompatibilità con le tradizioni culturali e religiose del paese riservante. Per utilizzare le parole di Phillips “culture is employed here to limit the claims of gender equality” (“la cultura è qui impiegata per limitare le rivendicazioni dell’eguaglianza di genere“).

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: