Il Superuovo

“Niente social, solo radio”: la scelta dei ragazzi di Radioimmaginaria

“Niente social, solo radio”: la scelta dei ragazzi di Radioimmaginaria

Trecento ragazzi dagli 11 a 17 anni hanno deciso di chiudere i conti con i social network, puntando tutto su una web radio per adolescenti: quella dei giovani redattori di Radioimmaginaria è una scelta su cui vale la pena di riflettere.

radioimmaginaria
Il logo di Radioimmaginaria

“Cara Concita, Facebook, Instagram, Snapchat, Whatsapp e Youtube si stanno impossessando della nostra identità. Ogni foto scattata, ogni video girato una volta pubblicati sulla rete non ci appartengono più. Ecco perché abbiamo deciso di smettere di utilizzare i canali social per raccontare le nostre iniziative.” Inizia così una lettera inviata alla rubrica ‘Invece Concita – il luogo delle vostre storie’ che la giornalista Concita De Gregorio cura quotidianamente per La Repubblica. A scrivere sono trecento ragazzi dagli 11 ai 17 anni, nati quindi a partire dall’anno 2000 e di fatto appartenenti a quella generazione che non ha avuto bisogno di ‘scoprire’ i social network, ma che li ha inglobati nella propria vita quotidiana come un passaggio pressoché ‘naturale’ all’interno del loro percorso di crescita.

Questi trecento adolescenti hanno fondato nel 2012 Radioimmaginaria, una web radio che trasmette attraverso la piattaforma podcast Spreaker. Nata dall’idea di alcuni giovani di Castel Guelfo in provincia di Bologna, Radioimmaginaria conta ora ben 42 redazioni in Italia e in Europa ed è l’unica ad essere gestita totalmente da teenager. Ciò che viene trasmesso in diretta e podcast concerne, ça va sans dire, il mondo dei giovani a 360 gradi: dalle più esilaranti note sul registro a introduzioni tutt’altro che banali su sport poco conosciuti, fino a commenti e spiegazioni sui più importanti fatti di cronaca. Grazie al rapido moltiplicarsi delle redazioni, oggi la radio non trasmette solo in italiano, ma anche in inglese, francese, albanese e spagnolo. Stando agli insights della piattaforma Spreaker, ad ascoltare queste giovani voci sono adolescenti di tutto il mondo.

“Abbiamo l’aspirazione – proseguono i ragazzi – di creare un media a livello globale fatto dagli adolescenti per gli adolescenti, che parli la nostra lingua e affronti gli argomenti che interessano la nostra vita quotidiana e il nostro futuro”. Il tutto però senza passare attraverso i social network, che rappresentano ormai il medium più ‘canonico’ per quello che riguarda la condivisione di contenuti di interesse legati a specifici target. La scelta dei membri di Radioimmaginaria ha però ragioni molto specifiche: “Vogliamo tornare a essere titolari dei nostri pensieri e delle nostre parole, ed è una decisione maturata prima dello scandalo Cambridge Analytica.”

In effetti, il recente avvento dei social network ha apportato una vera e propria rivoluzione copernicana nel tradizionale rapporto tra il creatore e la sua creatura (che, sul web, viene definita contenuto): se prima la figura dell’autore era legata a doppio filo con l’oggetto della sua creazione, arrivando in alcuni casi ad avere un’indiscussa preminenza su di essa, su Facebook, Instagram et similia l’autore non ha praticamente più nessuna importanza. Questo dipende dal fatto che i contenuti postati sui social possono essere condivisi, e quindi estrapolati dal loro contesto per essere diffusi in tutt’altri luoghi virtuali. Ma la condivisione veloce e su larga scala non è che il meno audace degli strumenti offerti dai social: ad essere rivoluzionaria è la possibilità pressoché illimitata di modificare i singoli contenuti, aggiungere o togliere loro qualcosa, interpretarli e diffonderli sotto una nuova luce. Essenziale in questo processo è il diritto di replica rappresentato dall’onnipresente (e micidiale) funzione ‘commenta’: dire la propria non è soltanto estremamente facile, ma anche privo di conseguenze. Nonostante i governi di vari Stati si stiano mobilitando per una maggiore regolamentazione, ad oggi non è possibile essere perseguiti per ciò che si scrive sui propri profili o sotto i post condivisi da altri, indipendentemente da che cosa si scrive.

In molti hanno salutato con estremo favore le possibilità offerte dal nuovo medium, leggendoci un immenso processo di democratizzazione: non servono requisiti o meriti particolari per creare contenuti, non c’è bisogno di alcun permesso per prendere questi contenuti e modificarli fino a mutarne la sostanza, chiunque è in grado di dire la sua, ogni voce conta quanto le altre, né più né meno. Altri hanno visto in questo stesso processo una pericolosissima ‘deriva’ che, sotto l’egida dell’ “uno vale uno”, avrebbe fatto scomparire definitivamente il legame tra autorevolezza e ‘peso’ delle dichiarazioni, tra competenza in un determinato ambito e diritto a dire la propria e ad essere riconosciuti come valenti in quel campo. In altre parole, quel rapporto tra l’autore e la sua creazione di cui parlavamo prima.

Tra le due posizioni che si pongono in modo diametralmente opposto l’una dall’altra ci sono i ragazzi di Radioimmaginaria. Giovani che sono entrati in contatto con i social network senza quell’alone di sospetto e circospezione che ha caratterizzato l’approccio iniziale al nuovo medium della generazione precedente, ma che dopo pochi anni decidono di discostarsene, sottolineando gli aspetti critici. Questo dimostra che la necessità di dare un nome e un volto a un testo, un video, una canzone, un’animazione non è qualcosa di semplicemente ‘superato’, obsoleto, appartenente ad una generazione che forse dai social farebbe meglio – come vuole una popolare quanto semplicistica scuola di pensiero – a stare lontana. Lo stesso vale per il modo in cui quel nome e quel volto sono percepiti, quell’identità rubata, modificata, travisata che caratterizza i profili personali degli utenti.

Il ritorno ad un medium più ‘tradizionale’ come la radio non va però inteso come un atto dal sapore nostalgico e vagamente snob che contraddistingue l’amore per il vintage. In altre parole, la scelta di Radioimmaginaria non è un semplice tentativo di ‘fuggire’ in un passato meno complicato e dai ruoli più definiti, bensì un’evoluzione che non rifiuta ma supera la comunicazione contemporanea con una nuova consapevolezza.

Giulia Cibrario

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: