Il Superuovo

Nessuno lo conosce ma tutti lo desiderano: I Virginiana Miller cantano l’Oggetto piccolo (a)

Nessuno lo conosce ma tutti lo desiderano: I Virginiana Miller cantano l’Oggetto piccolo (a)

 

 

Cosa sarà a farci intraprendere personali e distintivi progetti di vita? Cosa sarà ad attivarci nella ricerca di ciò che ci possa completare? Cosa sarà (come cantavano Dalla e De Gregori) che dobbiamo cercare?

 

In questo articolo mi servirò dei Virginiana Miller e del loro brano Oggetto piccolo (a) per introdurre un concetto che, data la sua grande portata all’interno della clinica e della teoria psicoanalitica, non può assolutamente esser trattato in maniera esaustiva in un articolo. Userò allora questo argomento per narrarvi di alcuni interessanti meccanismi che fanno parte dei processi di costituzione e di crescita dell’essere umano e che ne vanno a determinare le sue modalità di funzionamento. Sono proprio i Virginiana Miller, nel loro album Il primo lunedì del mondo, a cimentarsi nell’intento di musicare (con tanto di testo) l’ Oggetto piccolo (a) di  Jacques Lacan nell’omonimo brano. Ciò che offre il pezzo è così un ritratto sonoro alquanto fine (e ben correlato al testo) di alcuni dei caratteri che l’oggetto elaborato dalla teoria lacaniana può acquisire. Un inizio, quello del brano, buio, inquieto, il tema principale (cantato dal piano elettrico) sembra dettare una certa irrequietudine… tutta la pesantezza e l’influenza che l’ oggetto piccolo (a) genera nelle nostre vite (che vi orbitano attorno) sembra così ben riprodotta in note. Una certa gravità pare caratterizzare soprattutto la prima parte del brano, questa sembra esser primariamente dettata da una linea di basso che non esita a far sentire il peso delle corde che  vibrano e sbattono nella tastiera. Lo stesso tema principale, assieme alla ciclicità dell’armonia e della ritmica, sembrano descrivere a loro volta la ripetitività di una perpetua ricerca che mostra il suo carattere interminabile, di continuo spostamento (da un oggetto all’altro), metonimico appunto. E da subito sono proprio le prime strofe a narrarci di tale spostamento, di questa fuga metonimica del desiderio.

“Slot machine nel retro di un bar
Spendi inutilmente anche l’ultimo gettone
Per l’oggetto piccolo (a) che non uscirà
Mangia niente e vomita anche l’ombra di se stessa
L’anoressica piccola (a) ma non basterà
Succhia fino al filtro ficca il fumo nei polmoni aspira
Piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)
Dov’è che cosa fa chissà come sta
Quali nuovi abiti abitudini e in quali occhi sorriderà”

La continua ripetizione della frase “piccolo oggetto piccolo oggetto piccolo (a)” sembra invece manifestare la continua fissazione per la ricerca dell’oggetto causa di desiderio, ma marca anche un importante metamorfosi del brano. La seconda parte della canzone è infatti ben scandita da un cambiamento, una ritmica più spedita e meno pesante, le chitarre ed i cori prendono parte al brano e lo illuminano con colori nuovi. Adesso le parole sembrano esprimere una profonda presa di consapevolezza riguardo a quella che è la ricerca dell’oggetto piccolo (a), che come afferma Simone Lenzi (voce della band): “ è un sinonimo di desiderio di qualcosa che non è mai raggiungibile fino in fondo. […] Il desiderio è un pozzo al quale si attinge con un secchio sfondato.” Saranno poi i protagonisti del brano, come la ragazza anoressica o il giocatore d’azzardo, a farsi portavoce, con le loro coazioni, di questo desiderio inappagabile.

Una mancanza che accende la vita

Uno degli aspetti ritenuti centrali dell’oggetto piccolo(a) è legato alla sua perdita. Ciò che infatti potremmo anche chiamare oggetto causa di desiderio è per sua natura un oggetto perduto. Ma per via della complessa articolazione dell’argomento sarà necessario procedere lentamente. A tal proposito potrebbe essere opportuno iniziare da una domanda che, per avere risposta, necessita di alcune riflessioni. Queste, partendo da un periodo a tutti noi più o meno lontano (anche perché non eravamo ancora nati ma stavamo nella pancia di di nostra madre), è necessario che ripercorrano i primi anni della nostra vita. La domanda che tutti dovremmo farci a questo punto è più che ovvia: cos’è che ognuno di noi ha avuto ma che ha poi perso? Di cosa siamo mancanti? A questo punto potrebbe essere utile scandire alcune fasi della nostra vita dove poter trovare qualche indizio. Vi è sicuramente una prima fase dove la madre e il feto sono una sola cosa… i due fanno Uno. La seconda fase vede invece la madre rivolgersi al bambino come un qualcosa che inizia ad esistere in maniera indipendente, al di là della madre stessa, lo sente scalciare (siamo intorno al quinto mese) e si rivolge a lui riconoscendogli dei movimenti propri. Durante la terza fase madre e bambino, che in origine erano una sola cosa e facevano Uno, si separano l’uno dall’altro. Ma ciò non avviene in maniera scontata ed ancora – passatemi il termine – si toccano, i confini tra i due sono quindi poco chiari. Lentamente però,  il bambino (ma anche la madre), con l’aiuto di una funzione paterna che introdurrà un limite a questa relazione simbiotica, comprenderà che i due non sono una cosa sola e, con il compimento di tale separazione, il piccolo umano (ma anche la madre) inizierà a fare i conti con l’idea che una parte di se è rimasta nell’altro. Con la quarta fase quest’idea, di aver lasciato una parte di se alla madre, si configura nella mancanza. Allora se il cucciolo di umano si evolverà abbastanza bene, farà parte della sua vita l’idea che qualcosa di se gli manca. Il soggetto che verrà a configurarsi a questo punto, sarà un soggetto mancante, inscritto nella mancanza a essere. Ma quest’oggetto perduto, oltre a generare una mancanza, cos’altro genererà? Questo, soprattutto grazie ad una funzione paterna (non importa operata da chi) che ha separato il bambino dalla madre ponendo un limite al suo godimento totale, è causa di desiderio. La mancanza di quest’oggetto perduto diventerà allora generatore di un movimento di ricerca. Il soggetto, in quanto mancante, sarà così alla ricerca di ciò che possa completarlo. Bisogna a questo punto precisare, anche se non è poi così scontato, che tale ricerca potrà avvenire solamente nel campo dell’Altro, nell’amore e nel desiderio dell’Altro, proprio perché li è stato perduto il nostro oggetto (causa di desiderio). Una perdita, una mancanza quindi causa di desiderio, che fungerà da motore per il movimento della vita. Non a caso potremmo anche riferirci a quest’oggetto come oggetto feticcio, inesistente, opposto ad un oggetto vero. L’oggetto piccolo (a) verrà visto allora come tutto ciò che pensiamo possa colmare la nostra mancanza strutturale e che verrà ricercato anche e soprattutto nelle relazioni – io donerò ciò che manca a te affinché tu possa donarmi ciò che manca a me.

“Dov’è che cosa fa chissà come sta
Quali nuovi abiti abitudini e in quali occhi sorriderà

Guardalo nello specchio fatti guardare
Chiudilo a chiave o lascialo libero di andarsene e tornare
Come e quando vuole
Mettilo in ginocchio legalo al letto
Taglialo via di netto chiudilo fra parentesi
Come in un abbraccio troppo stretto”

Non parlare con la bocca piena! Das Ding e l’Oggetto piccolo (a)

All’interno della dottrina lacaniana dell’oggetto piccolo (a), come sarà ben noto agli addetti ai lavori, possiamo rintracciare diverse matrici. Sarà quindi necessario citare alcuni autori da cui Lacan stesso attingerà per teorizzare l’oggetto causa di desiderio. Tra questi potremmo ad esempio citare Karl Abraham, Melanie Klein e l’oggetto parziale, Donald Winnicott e l’oggetto transizionale, ma anche Karl Marx e la nozione di plusvalore… In ogni caso, non sarà mio intento dilungarmi nell’approfondimento di tali concetti teorici. Mi pare invece giusto, anche facendo riferimento al “ritorno a Frued” di cui si avvale lo stesso Lacan, citare quello che da molti è definito come l’antecedente più rilevante della dottrina dell’oggetto piccolo (a). Per farlo sarà bene partire dal corpo del bambino (che Freud cita come perverso polimorfo) e dalla teoria dello sviluppo psicosessuale della libido. Ma perché il bambino è un perverso polimorfo? Questa definizione riguardante il bambino, vuole indicare come la sua ricerca continua di piacere avvenga dalla stimolazione di diverse zone erogene. Ciò indicherebbe uno spostamento della libido, che andrebbe a depositarsi in diverse aree del corpo (con periodi di fissazione), sino al giungere dello sviluppo genitale. La fissazione della pulsione libidica in queste zone,se stimolate, provoca godimento – si pensi alla stimolazione della cavità orale nel primo anno di vita. In queste fasi, Secondo Lacan, l’azione del linguaggio interverrebbe sul corpo del bambino. Quindi il taglio dato dalla cultura, l’effetto dell’intervento simbolico della legge, del significante, ruberebbe e svuoterebbe di una parte di godimento (propria dell’essere) il corpo del bambino. Freud faceva coincidere questo momento con lo svezzamento, questo infatti provocherebbe la perdita di ciò che Freud stesso chiamava das Ding, la Cosa (l’oggetto primordiale). A riguardo sarebbe parecchio esplicativo far riferimento al libro di Malvine Zalcberg Cosa pretende una figlia dalla propria madre: “Nella pulsione orale, il seno della madre gonfio di latte diventa lo spazio vuoto intorno al quale la bocca del bambino inizia ad urlare”. Ciò che viene messo in risalto è quindi come l’educazione, nonché l’azione del grande Altro, operando causerebbe una perdita di quel più-di-godere generandone uno scarto. Ma se (proprio come dice Lacan) questa cesoiata del linguaggio da un lato opera un furto di godimento, dall’altro lato sarà ciò che metterà il soggetto in condizione di muoversi nel mondo rendendolo desiderante – In effetti, come faceva notare Françoise Dolto, affinché il bambino possa parlare dovrà prima staccare il seno dalla sua bocca. Dei quattro oggetti a che Lacan prenderà in considerazione come “oggetti parziali staccabili dal corpo” due faranno riferimento alle fasi dello sviluppo psicosessuale freudiano: le perdite relative alle pulsioni orali – il seno, oggetto della suzione – e anali – le feci, oggetto dell’espulsione. Gli altri due oggetti individuati da Lacan saranno la voce e lo sguardo, definiti come oggetti del desiderio. E come narra in maniera assolutamente esplicativa il libro di Malvine Zalcberg :” Lo sguardo desiderante dell’Altro materno arriva al bambino come una luce che lo traumatizza e lo affascina al tempo stesso. […] Nel momento in cui la luce dello sguardo dell’Altro se ne va e si spegne, dal lato del bambino c’è una perdita. […] Per il bambino si tratta di una perdita d’una parte del suo corpo.

Fort Da! Il nipotino di Freud insegna al nonno

Ed è con un titolo tanto beffardo quanto stupido e superficiale che vorrei adesso mettere il focus su l’oggetto voce individuato da Lacan. Per fare ciò, farò riferimento a quella che forse è una delle grandi fonti da cui ogni soggetto dovrebbe attingere per comprendere la realtà che lo circonda: l’osservazione – chiariamo però subito che non è certamente l’unica fonte. Ma veniamo al dunque. Necessario sarà partire da un curioso gioco inventato dal nipotino di un celebre personaggio della psicoanalisi. Infatti un giorno, il caro e saggio nonno Freud, in uno dei suoi intimi momenti familiari, si trovò ad osservare il nipotino Ernst (più o meno di un anno e mezzo) condurre ripetutamente ed instancabilmente un gioco all’apparenza insensato. Il gioco consisteva nel gettare oltre la culla un rocchetto agganciato ad una funicella per poi riportarlo indietro non appena questo si fosse allontanato. Questi due movimenti di allontanamento e di riavvicinamento del rocchetto erano rispettivamente accompagnati da due vocalizzi. Quando il rocchetto veniva lanciato il piccolo Ernst diceva “ooo” – mostrandosi triste e afflitto dalla sua scomparsa – quando il rocchetto veniva riportato vicino a se il bimbo esordiva con “aaa” – mostrando tutta la sua felicità per il ritorno del buon vecchio rocchetto. Sia nonno Freud che la madre del bimbo (la figlia di Freud) notarono e riconobbero subito nei vocalizzi di Ernst l’intento di ripetere le parole tedesche fort (via) e da (ecco), ma ciò che apparve di grande importanza fu il dolore che il bambino stesso si procurava nel far scomparire il rocchetto (tanto che quasi piangeva) ed il piacere quando compariva (tanto che rideva). Beh, sicuramente molti avrebbero pensato:” ma perché questo bimbo si provoca dolore? perché non fa solo da senza quel dannato e doloroso fort?”  Molti altri avrebbero pensato che Ernst era solo un piccolo bimbo, mica un programmatore di giochi, “perché mai un piccolo bimbo dovrebbe fare cose sensate? è un bimbo diamine!” Ma no, Freud (sicuramente dotato di ottimo spirito di osservazione) notò anzitutto che il nipotino iniziava con tale gioco quando la mamma andava via. A questo punto è meglio puntualizzare come i bambini siano il più delle volte estremamente angosciati dalla sparizione della madre. Gli studi di Piaget in effetti evidenziano come il bambino, sino ad una certa età, si faccia vincere dal dato percettivo – in parole più misere che povere, esiste solo ciò che si vede. È quindi ovvio che la scomparsa della madre (bene assoluto) è estremamente angosciante. Ma Ernst, con le strategie che bimbi e adulti possiedono, incaricò e spostò sul rocchetto la rappresentazione della madre. Adesso era il piccolo ad avere il potere tra le mani, a padroneggiare la madre, ma soprattutto a padroneggiare l’angoscia dettata dalla sua scomparsa. Era il bimbo a decidere la sua sparizione e la sua ricomparsa! A tal proposito Winnicott, ad esempio, approfondirà il concetto sviluppandolo sul versante dell’oggetto transizionale. Altro aspetto assolutamente interessante (un punto su cui tutti gli studiosi convergeranno) sarà il ritenere la sparizione della madre (la sua mancanza), alternata alla sua ricomparsa, la fonte della costruzione di un Se stabile. Un Se sufficientemente adeguato alla realtà e a reggerne i suoi confronti. Dove Fort (assenza -) e Da (presenza +) significano due stati di realtà ben precisi, sarà proprio sull’esperienza di quell’assenza, di quella mancanza che il soggetto si produrrà ed imparerà a gestire l’angoscia. Una madre sufficientemente buona permetterà al bimbo di chiedersi “dov’è in questo momento?”, permetterà che nel bambino sorga il dubbio di non essere l’oggetto di desiderio della madre, ma promuoverà anche dei processi di identificazione che il bimbo compirà con l’idea di diventare il suo oggetto di desiderio – ovviamente sarà necessario che il desiderio della madre vada verso ciò che possa produrre delle identificazioni valide. In questo caso il gioco del Fort Da permette di evidenziare lo sforzo che il bambino compie per dominare l’assenza della madre, introducendo la possibilità di rappresentazione simbolica. Lacan noterà poi come Ernst non delegherà solo il rocchetto per rappresentare la madre (in quanto presenza fisica), ma un ulteriore passaggio sarà quello di trasformare la madre in suono. Un simbolo, un oggetto voce che andrà oltre l’oggetto winnicottiano e che sarà tanto importante quanto quello reale. Il potere vocativo della voce. Nelle relazioni tra adulti è altrettanto evidente, si pensi solo a quanto può far stare bene il sentire la voce della propria amata (o del proprio amato).

Un breve sguardo alla psicopatologia

Forse uno dei contributi più importanti che può fornirci lo studio della psicopatologia è quello di avere una comprensione più approfondita dei meccanismi propri dell’essere umano. Parlare della psicopatologia (come ci ricorda Massimo Recalcati, ma non solo) è parlare dell’uomo e della sua natura fondamentale – avete mai visto un gatto suicidarsi dopo un profondo periodo di depressione? O un paguro gettarsi nell’alcol dopo aver perso tutti i suoi risparmi al gioco d’azzardo? Ciò è ancor più palese se si comprende quella mancanza di confini netti che possano stabilire una separazione certa tra salute e psicopatologia – in breve è come se stessimo parlando di uno spettro continuo tra la cosiddetta normalità (ma poi cos’è la normalità?) e la psicopatologia. Secondo la nosografia psichiatrica, la malattia è tale quando altera il funzionamento del soggetto – si ha diagnosi di disturbo mentale quando il soggetto espone profondi cambiamenti dei propri contenuti (non riesce più ad uscire con la ragazza, non riesce più a concentrarsi ecc. ecc.). Però è anche vero che lo scivolamento verso tale disfunzione, molto spesso, è così subdolo da non rendersene minimamente conto. Legittimo sarà quindi fare alcuni esempi clinici per esser più completi nell’esposizione degli argomenti sopra citati. Mi tocca comunque ribadire che, ad esser offerto in questo paragrafo, sarà un brevissimo sguardo su alcuni aspetti della psicopatologia letti in chiave psicodinamica e alla luce dei contributi offerti dalla teoria lacaniana dell’oggetto piccolo (a). Ad esempio nelle psicosi (che si faccia riferimento alle depressioni melanconiche, alla paranoia…) le operazioni che portano alla perdita dell’oggetto piccolo (a) non sono andate a buon fine e l’oggetto non si situerà nel campo dell’Altro. Solitamente a mancare in questo caso, secondo la teoria lacaniana, è stata una funzione a cui sarebbe spettato il compito di introdurre un limite al godimento originario, scandendo a sua volta una separazione da quella “relazione chiusa che caratterizza i primi istanti di vita del bambino, il quale inizialmente si trova completamente sottomesso ai voleri materni” (e con cui fa Uno). Diciamo pure che lo psicotico non ha mai perso il suo oggetto di godimento, è completo, non mancante di nulla (eccetto di una buona capacità di esame della realtà). Prendendo la schizofrenia come esempio, l’Oggetto piccolo (a) rimanendo nel corpo lo frammenta disgregandone i confini. In ogni caso la Voce e lo Sguardo dell’Altro arriveranno distorti ed il soggetto sarà come mancante di un qualche “filtro cognitivo” che possa organizzare gli stimoli esterni. Uno psicotico percepirà come assolutamente vera e reale la possibilità che gli altri siano in grado di leggere nella sua mente, che l’Altro possa sapere cosa abbia in testa semplicemente attraverso lo sguardo (“loro mi entrano in testa…”). In questi casi, l’ipotesi che sia stata messa fuori gioco la funzione il cui compito era quello di intervenire, col significante della legge, separando il bambino e producendo la perdita dell’oggetto (a), mostra anche come, per questi soggetti, solitamente non vi sia differenza tra significante e significato (una metafora come “gli occhi sono la finestra dell’anima” sarà per loro pura realtà). Nelle depressioni melanconiche (altro esempio), non esiste l’esperienza della perdita di quest’oggetto, anzi, il soggetto melanconico si identificherà con tale oggetto. Identificandosi con questo scarto, renderà impossibile il lavoro simbolico del lutto (ossia l’elaborazione simbolica della perdita di quest’oggetto) che l’essere umano solitamente compie. Non posso mica dire addio all’oggetto da perdere, se tale oggetto sono proprio io.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: