Il fine giustifica i mezzi? Ecco come Platone e Machiavelli commenterebbero la serie “The 100”

Quando ragioniamo di politica, quando deliberiamo, dobbiamo salire sulle vette dei monti, guardando giù verso il particolare, oppure dobbiamo scendere a valle e inginocchiarci, sudditi del regno dell’etica?

Sospesi in orbita nel cielo stellato, gli abitanti dell’Arca, una grigia stazione spaziale, sono tutto ciò che resta della razza umana. 97 anni dopo che un’esplosione nucleare ha distrutto ogni forma di vita sulla terra, ora anche la sorte del Popolo del Cielo è appesa a un filo: la popolazione aumenta e l’ossigeno scarseggia. Così, mentre il popolo resta tenuto all’oscuro di tutto, il Consiglio dell’Arca decide di inviare segretamente 100 prigionieri minorenni sulla terra: se riusciranno a sopravvivere, l’umanità potrà finalmente fare ritorno a casa. Seguiamo così le peripezie dei ragazzi che, catapultati in una nuova realtà, dovranno destreggiarsi tra le insidie poste dalla natura e le minacce del popolo terrestre sopravvissuto all’esplosione. Assistendo ai vari dilemmi tragici che ci vengono proposti nel corso della serie, ci chiediamo: qual è il compito del potere politico di fronte al disordine? E, soprattuto, la politica deve sottomettersi alle leggi della morale? Platone, filosofo greco vissuto ad Atene nel IV secolo a.C., propende per questa alternativa. Contro Platone, a distanza di oltre mille anni, si scaglia il filosofo fiorentino Niccolò Machiavelli, con tutto il vigore del suo realismo politico. Da che parte starebbero i due filosofi se potessero commentare alcune scene che vediamo in “The 100”? 

Dilemmi etici in politica

Sull’Arca, la quantità di ossigeno nell’aria diminuisce sempre di più. La gravità delle circostanze fa si che il Consiglio debba prendere in considerazione l’idea di approvare una misura di riduzione della popolazione, uccidendo 320 persone per garantire ai restanti un po’ di ossigeno in più. Il dilemma etico è forte: si tratta di uccidere 320 persone innocenti e, per di più, a loro insaputa. La filosofia greca ci insegna che per venire a capo di una qualsiasi questione è bene distinguere il fine dai mezzi. Quale deve essere il fine del potere? E quali i mezzi per raggiungerlo? Secondo Platone, il fine del potere politico è il bene, la vita felice (la famosa eudaimonia greca). Per raggiungere tale fine, è opportuno utilizzare mezzi che siano a loro volta buoni, infatti, come potrebbe un fine buono derivare da mezzi malvagi? Per questo è importante che l’uomo politico sia innanzitutto virtuoso.  L’esercizio della virtù non ha quasi nessun ostacolo nel mondo di Platone: il cosmo è ordinato e modellato sulla base di leggi razionali e tutto tende ad un fine. Questo fine di cui parla Platone è il bene: la politica è un mezzo volto a garantire la bontà della vita. Per Machiavelli, invece, non esiste alcuna razionalità che governa il corso del mondo, e la virtù è la capacità di volgere le circostanze a nostro favore. La Fortuna, con la sua incontenibile potenza distruttrice, fa sì che le vicende umane oscillino continuamente tra bene e male, tra ordine e disordine.  A questo punto è evidente come il fine del potere, per Machiavelli, non sia il bene in sé: si tratta di un concetto troppo astratto e fuori dalla portata delle vicende umane. Il potere politico deve garantire il mantenimento del potere stesso al fine di contenere il disordine. Se è questo che deve fare il Consiglio, è giusto non informare il Popolo del Cielo che 320 di loro potrebbero essere uccisi: se lo si facesse, probabilmente le persone si ribellerebbero e sarebbe l’anarchia. Dal punto di vista etico, potremmo dire platonico”, sentiamo dentro di noi che è sbagliato scegliere chi vive e chi muore, per giunta senza rendere pubblica la nostra decisione. Per questo motivo è ragionevole pensare che Platone condannerebbe la decisione del Consiglio. Per Machiavelli, invece, etica e politica restano due ambiti separati, e un fine buono può essere raggiunto con mezzi a-morali. Platone e Machiavelli la pensano in maniera opposta perché hanno una concezione opposta della natura umana. Secondo Platone, l’uomo è un animale razionale votato alla socialità, e possiede naturalmente la capacità di distinguere tra bene e male. Machiavelli è decisamente meno ottimista: la componente irrazionale dell’uomo eccede quella razionale, siamo tutti schiavi del desiderio e votati all’ interesse personale. Per Machiavelli, non esiste alcun bene assoluto a cui l’uomo possa e debba sottomettersi. Sull’Arca, però, accade esattamente l’opposto: quando il Consiglio decide di informare la popolazione su quanto sta accadendo, 320 persone decidono di sacrificare eroicamente le loro vite per regalare un po’ di ossigeno extra ai propri cari. 

Esistono i bravi ragazzi?

Oltre un anno dopo il loro arrivo sulla terra, i 100 si uniscono ai terrestri per fronteggiare un nemico comune: gli uomini della montagna. Questi uomini sono chiamati così perché vivono chiusi nel bunker della “montagna”: infatti, a differenza dei terrestri e dei 100, gli uomini della montagna non sono immuni alle radiazioni. La guerra scoppia perché gli uomini della montagna sono decisi a compiere truci esperimenti sui loro avversari, al fine di utilizzare il loro sangue per poter riuscire a sopravvivere all’aria aperta. Clarke Griffin, una ragazza dei 100, ha deciso di allearsi con la terrestre Lexa per poter affrontare il comune pericolo. Quest’alleanza è stata però infruttuosa: al momento dello scontro, Lexa abbandona Clarke per salvare i suoi uomini. Machiavelli rimprovererebbe Clarke per non essersi dimostrata una buona leader: infatti, il politico deve possedere la capacità di prevedere la realtà in base all’esperienza. Terrestri e celesti sono stati in guerra tra loro sin dal primo giorno, per questo Clarke si sarebbe dovuta aspettare il tradimento di Lexa. Durante lo scontro, gli uomini della montagna catturano molti dei 100 e li torturano atrocemente. Clarke, rimasta sola, prende la tragica decisione di uccidere tutti gli uomini della montagna, introducendo aria contaminata all’interno del bunker. Platone condannerebbe questa decisione perché è altamente immorale: l’idea di giustizia prevede di dare a ciascuno ciò che si merita, dunque solo i colpevoli vanno puniti. Clarke, così facendo, ha scelto di uccidere decine di innocenti. Machiavelli potrebbe obiettare che nessun uomo è veramente innocente, e che Clarke ha agito in quel modo per garantire la sopravvivenza del suo popolo. È quello che Clarke ripete a se stessa e alla madre, che le risponde così: 

“Forse non esistono i bravi ragazzi” 

Come a dire, con Machiavelli, che forse il bene non è il sommo ideale per il quale vivere. Eppure la stessa Clarke dimostra di avere una forte coscienza morale: percepisce la tragicità della sua azione e sa di essere colpevole, motivo per cui decide di punirsi imponendosi una sorta di auto-esilio. Su questo punto Machiavelli avrebbe molto da ridire: Clarke non avrebbe dovuto farsi percepire debole e pentita dai suoi compagni, al contrario: avrebbe dovuto praticare l’arte della dissimulazione e ignorare le sue emozioni, rimanendo tra loro a festeggiare la vittoria. 

Da regina a tiranna: la parabola di Octavia Blake

Alla fine della quarta stagione, un’onda radioattiva sta per abbattersi nuovamente sulla terra, e i 100 combattono contro ciascuno dei 12 clan terrestri per aggiudicarsi l’unico bunker disponibile. Octavia Blake combatte per i 100 e vince, tuttavia decide che i posti del bunker non saranno esclusivo appannaggio dei 100 ma verranno distribuiti equamente tra tutti. Così, tutte quelle persone si trovano stipate in un bunker troppo piccolo per contenere l’odio, il rancore e la rivalità che le dividono. Quella che Octavia si trova a dover gestire è una situazione di caos totale. Sia Platone che Machiavelli concordano nel constatare che la realtà che viviamo è in continuo mutamento, la differenza è che per Platone esistono delle norme etiche universali sulle quali basarsi per raddrizzare il corso delle cose. Per Machiavelli il disordine non può tendere all’ordine: anche l’ordine, infatti, è precario. La cosa da fare è sfruttare il disordine nei migliore dei modi, unendo le varie forze in campo sotto uno scopo comune. Nel bunker tale scopo è quello di sopravvivere finché la terra non sarà di nuovo abitabile.  Se all’inizio l’intento di Octavia appare nobile, siamo subito pronti a ricrederci: infatti Octavia diventa presto una sovrana spietata. Secondo la visione di Machiavelli, è giusto che Octavia si esibisca in tutta la sua brutalità, perché i clan non avrebbero mai seguito Octavia se si fosse mostrata docile. Infatti, se un sovrano vuole essere rispettato, deve incutere timore piuttosto che amore: gli uomini sono ingrati e volubili, e non si fanno certo scrupoli a pugnalare la loro guida alle spalle, soprattutto se, come Octavia, si tratta di un sovrano in carica da poco tempo. Lo strumento più efficace per governare è la paura. Ma allora cosa differenzia un governo giusto da una tirannide? Il fatto che nel governo giusto la paura è incussa ai sudditi esclusivamente per il loro bene, per tenerli uniti. La tirannide si ha quando il sovrano inizia a curarsi dei suoi soli interessi: questo è un elemento a cui tiene particolarmente anche Platone. La filosofia politica greca ci parla di una anakyklosis (il ciclo di degenerazione delle costituzioni) per cui ogni forma di governo è destinata a degradarsi. Machiavelli riprende il concetto, e ci spiega perché questo avviene: l’animo umano, purtroppo, non riesce a mutare insieme al corso delle cose. La parabola di Octavia esemplifica al meglio la questione: se nel bunker era necessario governare senza farsi scrupoli, una volta ritornati sulla terra, Octavia avrebbe dovuto valutare le nuove circostanze e adattarsi di conseguenza. Invece ha scelto di perseverare lungo la vecchia via, e ciò le è costato molto caro. Octavia non ha saputo essere virtuosa né in senso machiavellico né in senso platonico. Del resto, difficilmente l’uomo abbandona una strada sulla quale ha avuto fortuna, se anche la buona sorte inizia a soffiare dal lato opposto. Nella “Repubblica”, Platone racconta di alcuni prigionieri incatenati ad una caverna, essi non sanno che fuori dalla caverna c’è qualcosa di più promettente finché uno di loro non riesce a liberarsi. L’ex prigioniero vorrebbe tornare dai compagni per avvertirli, ma capisce che è inutile: gli uomini preferiscono persuadersi ad ogni costo di essere nel giusto, inventando giustificazioni e esasperando ideologie, piuttosto che ammettere di aver commesso un errore. Octavia riesce a fare uscire il suo popolo fuori dalla caverna, e tuttavia i suoi occhi continuano a brancolare nel buio, ciechi di fronte alla luce del sole.

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