Nietzsche e Trainspotting ti dicono entrambi di prendere il controllo della tua vita

Nietzsche e Trainspotting ti dicono entrambi di prendere il controllo della tua vita

1 Dicembre 2018 0 Di Francesco Rossi

< Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; (….) scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? >        Così inizia l’opera cinematografica Trainspotting. Un inno all’ospite più inquietante: il nichilismo.

Trainspotting

Tranispotting è ambientato in Scozia, ad Edimburgo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Un film che fece molto discutere, parlando della piaga giovanile del tempo tra cinismo e voglia di riscatto. Lo share fu alto nel Regno Unito come in tutto il mondo, tanto da meritarsi una candidatura all’Oscar come migliore scenografia non originale nel 1997 e il podio per la pellicola più celebre del cinema scozzese.

La compagnia di ragazzi è intenzionata fin dall’inizio a disintossicarsi, ma ogni cosa sembra non equiparare la soddisfazione dell’eroina. Sesso, alcol, discoteca, tutto inutile o quantomeno inferiore al limbo mentale prodotto dalla droga. La corsa verso la normalità risulta più tortuosa di quanto potesse sembrare dalla prima dose e il gioco si stava trasformando in un incubo, dove l’abisso è lì, ti guarda e ti sorride pronto a inglobarti per sempre.

Il nichilismo

Ma cosa portò i protagonisti ad abbracciare una vita piena di disagio, di risentimento, di odio, e persino d’amore per la trasgressione? La svalutazione dei valori probabilmente. Un circolo vizioso intento a negare in modo radicale l’intero sistema di credenze, a cui generalmente viene riconosciuto un ruolo fondamentale. Dove nulla ha senso e niente ci soddisfa, in un mondo non più così appropriato e che ora suscita pieno risentimento.

Tutto questo prende il nome di nichilismo. Un termine che indica una concezione in cui tutto ciò che è ovvero gli enti, le cose, il mondo e in particolare i valori e i principi, vengono negati e ridotti a niente. Molti pensatori si sono cimentati nella sua genesi e di come superarne gli effetti devastanti. Scrittori, pittori, filosofi, tutti con una risposta diversa e con lo stesso scoglio da superare: il vuoto.

Nichilismo in Nietzsche

Probabilmente il pensatore più radicale nell’uso del nichilismo è F. Nietzsche. Filosofo tedesco della seconda metà dell’Ottocento, da molti considerato il più trasgressivo nella tradizione tedesca e capace di aver portato l’intera indagine e il confronto fra filosofi su la propria figura dopo Platone ed Hegel. Un misto di razionalità e follia, in linea con l’immagine che esso stesso di fa in Ecce Homo

non sono un uomo, sono dinamite

Dopo la morte di Dio cioè in seguito alla scomparsa di ogni punto di riferimento abituale e di ogni sicurezza, e che constata il declino già in atto; possedere una casa, l’arredo, il lavoro, la famiglia in attesa di morire, indica quanto l’uomo si trovi senza rendersene conto già nell’abisso. Uno spaesamento nel vuoto ramificato in due forme: quello che potremmo chiamare un nichilismo passivo dell’individuo che subisce inerte il crollo; e quello attivo della persona consapevole che solo vivendo fino in fondo l’esperienza del vuoto, portandola alle estreme conseguenze, può essere in grado di superarla e andare oltre. Da una parte la paralisi della volontà, nell’altra la rinascita.

Il finale

Si potrebbe dire che nella genesi del film e soprattutto nel finale fatto di orgoglio e riscatto, la volontà si sia finalmente liberata verso una nuova esistenza. Vissuto l’abisso orrido nella descrizione leopardiana, il protagonista ha capito veramente cosa vuole, chi è e dov’è diretto. Pronto a trasformarsi nell’Ubermensch.

Mi sono giustificato con me stesso in tante maniere diverse, non era niente di che, solo un piccolo tradimento, o… i nostri rapporti erano cambiati, sapete cose così… ma ammettiamolo li avevo bidonati, i miei cosiddetti amici. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina (…) tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.   

 Ma non è così.

Da un lato Mark ha appreso cosa significhi entrare nel nichilismo attivo: abbandona gli amici compiendo un atto immorale, e che nella logica nietzschiana si traduce nell’atto dell’oltrepasso dei valori come il bene o il male. Nell’altro però non crea nuovi valori, non entra in un altro mondo, non oltrepassa interamente la corda tra l’animale e l’Oltreuomo. Rimane dunque nel nichilismo passivo?

In un certo senso neanche qui è giusto collocarlo, perché ha scelto una direzione consapevolmente. Non ricade semplicemente nel punto d’inizio e nonostante tutto trova la felicità. Si inganna di nuovo scegliendo il male minore, incapace di compiere il salto e di spezzare la corda. Gioca d’astuzia e non osa abbastanza. Non è inconsapevole, né un ultimo uomo, né il superuomo. È un nuovo nulla forse.

 Comunque sia è migliore di tutti noi.

Simone Pederzolli