Naufragio e salvezza. Perdersi nell’oceano mare, dall’Odissea ad Alessandro Baricco

È solo nella perdita tra le profondità del mare, protagonista assoluto del romanzo di Baricco, che i suoi personaggi possono ritrovare se stessi.

Alessandro Baricco, autore di Oceano mare

La locanda Almayer, nome che trae spunto dall’opera di Joseph Conrad La follia Almayer, è il non-luogo o meglio il luogo metafisico dove si ritrovano i personaggi del romanzo di Baricco, posti di fronte al mare. Ma essere posti di fronte al mare significa in realtà essere messi di fronte a se stessi, come nel caso di Elisewin, uno dei personaggi, cui è stato consigliato di andare al mare per guarire dalle proprie paure. È anche un luogo difficile da raccontare: sarà l’impresa che tenterà l’ultimo degli ospiti della locanda, uno scrittore inquieto alter ego dell’autore, il cui sogno è proprio quello di dire il mare, di raccontare cioè la profondità dell’essere umano. E allo stesso modo il pittore Plasson, che vuole dipingere il mare con il mare stesso, perché non esiste un modo migliore per spiegarlo se non rimanendo fedeli alla verità del suo caos, della sua indicibilità. Una metafora, quella del mare, che ci accompagna fin dalle origini della letteratura.

Naufragio

Già nell’Odissea il mare era emblema del viaggio della vita, che poi è stare in balia delle onde, spesso naufragando e perdendosi nel viaggio. Il mare è proprio il luogo di questa tensione, che è ricerca ma anche perdita e allontanamento da sé, da cui solo si può poi ritrovare se stessi. Per Ulisse, Itaca era lo scopo del viaggio in mare; ma è solo nel viaggio, alla fine, nel naufragio su isole sconosciute e nell’incontro con i suoi vari personaggi, che Ulisse diviene il personaggio della letteratura greca che tutti conosciamo. Il mare lo pone di fronte ad una serie di sfide ed ostacoli da superare, perché è nell’incertezza che quello reca a se stesso, nella sua immensità e profondità, che oltrepassando i propri limiti l’eroe si può ritrovare. Il naufragio come abbandono in mare è protagonista anche della seconda parte del romanzo di Baricco, Il ventre del mare, che fa riferimento al naufragio della fregata francese Medusa. Ed è proprio in questa situazione che i naufraghi, che pure si stanno perdendo, prossimi alla morte, sono costretti a ricordarsi ciò che è essenziale, a ritrovare ciò che veramente in quel momento importa. ”La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima l’orrore e l’ottava i fantasmi della follia…”. Nei Lineamenti di filosofia del diritto Hegel aveva detto che lo Spirito ritrova se stesso solo a patto di ritrovarsi nell’assoluta disperazione, e forse Baricco sarebbe stato d’accordo. Perché il senso del viaggio di Ulisse non è la meta, ma il superamento degli ostacoli incontrati lungo il cammino; e il senso del naufragio, della perdita assoluta di se stessi, è che solo così si può trovare la salvezza. Ne I segreti della locanda Almayer, Giovanardi nel 2003 diceva che ”dall’Odissea fino a Moby Dick il mare ha sempre rappresentato in vari modi il tramite per una clamorosa uscita da se stessi, dai propri limiti, dai propri ambienti, dalla propria natura, e ha dunque incarnato un’istanza di estroflessione, di scoperta anche rischiosa e violenta del mondo o comunque dell’altro a sé; e qui [in Oceano Mare] finisce per circoscrivere un luogo immaginario in cui alcuni personaggi stralunati tentano disperatamente di incontrare se stessi.” Perché il mare rimane qualcosa di indicibile, ma indicibile perché reca nel profondo la verità dell’uomo; e l’intima verità dell’uomo non è qualcosa di lineare o di statico, ma qualcosa di turbolento e caotico, esattamente come il mare in tempesta di Baricco.

Anonimo fiorentino, Naufragio della nave di Ulisse, 1930 ca.

Salvezza

La guarigione è possibile, ma il peso dei ricordi è troppo perché si possa essere, alla fine, veramente salvi. Dunque non resta che una cosa da fare: raccontare per esorcizzare, per liberarsi di questo peso e di questo caos che il naufragio ha portato con sé, e cioè che l’uomo ha dentro se stesso. Perché se anche ci ha portato ad una più profonda conoscenza di noi stessi, il dolore che il naufragio ha significato non è qualcosa che si può dimenticare, neppure quando lo superiamo. ”Questo mi ha insegnato il ventre del mare” dirà infatti Thomas, uno dei naufraghi. ”Che chi ha visto la verità rimarrà per sempre inconsolabile. E davvero salvato è solo colui che non è mai stato in pericolo. […] E quel che abbiamo visto nei nostri occhi, quel che abbiamo fatto rimarrà nelle nostre mani, quel che abbiamo sentito rimarrà nella nostra anima. E per sempre, noi che abbiamo conosciuto le cose vere, per sempre, noi figli dell’orrore, per sempre, noi reduci dal ventre del mare, per sempre, noi saggi e sapienti, per sempre – saremo inconsolabili. Inconsolabili.”

La letteratura del mare

La sensazione di infinità, il fascino dell’ignoto e della vastità hanno reso il mare uno dei motivi più ricorrenti e suggestivi di tutta la letteratura. È alla fine un luogo dell’anima che rispecchia la profondità propria dell’essere umano, che riscopre nel movimento indefinito del mare l’immensità della sua stessa natura. Ancor più caro alla letteratura è il topos del naufragio in questo mare, che già leggevamo nella Bibbia, quando la Genesi racconta del diluvio universale e di come Noè sia sopravvissuto ad esso. Simbolo di insidie e dell’ignoto è anche il mare che trasporta Ulisse nei dieci anni che impiega per il ritorno ad Itaca, tardandone l’arrivo in maniera sempre inaspettata. Il mare come superamento dei propri confini, tema come accennato già precedentemente in Baricco, è lo stesso di cui tratterà Dante, che ne vede però il lato negativo. Ne parla nel XXVI canto dell’Inferno, quello dedicato proprio ad Ulisse: il naufragio qui è sostanzialmente una punizione per coloro che osano andare oltre lo scibile umano, superando i limiti consentiti dalla divinità all’uomo. Con la scoperta delle Americhe nel 1492 la lettura dantesca del mare perde un po’ di valore. Il mare adesso rappresenta la possibilità, l’apertura al nuovo e alle nuove conoscenze. La letteratura ha la sua voce principale in Marco Polo, che nel Milione rende perfettamente l’idea del viaggio per mare così inteso. Tanto caro sarà poi il mare del romanticismo, che già in Leopardi rappresentava la mancanza assoluta di barriere, in cui è dolce naufragare (vedi L’infinito). Ne parleranno molto anche gli inglesi, primo fra tutti Byron nella poesie Apostrophe to the ocean e Percy Bysshe Shelley. Le tempeste che si infrangono sulla nave capitanata da Achab in Moby Dick sono per l’autore Herman Melville ancora simbolo di un mondo che l’uomo tenta di dominare ma rimane costretto a subire impotente, e che lo conduce ad un inevitabile destino di morte. Simile sarà anche la visione verghiana del mare, che nei Malavoglia costringe Bastianazzo, in mare con un carico di lupini, ad un naufragio e ad una morte inaspettata. Il fascino invece per l’oceano lo troviamo in un altro grande autore dell’Ottocento, Jules Verne, che in Ventimila leghe sotto i mari riscopre l’entusiasmo che il mare può in realtà scaturire, portando l’uomo a vivere una vita avventurosa e piena di ostacoli da superare e che lo stimolano alla crescita. Che si ponga in contrasto con l’uomo come suo antagonista o che funga da specchio del suo animo, il legame tra l’individuo e l’immensità del mare è un tema che accompagna la letteratura fin dall’alba dei tempi, e che ritroviamo anche in grandi colossi del Novecento, come Saba, Quasimodo o la Morante nell’Isola di Arturo; o, appunto, Alessandro Baricco.

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