“My body, my choice”: il Kansas ultraconservatore vota a favore del diritto all’aborto

USA: continuano le proteste e il Kansas si assicura il diritto all’aborto. Joe Biden: “gli Americani devono continuare ad usare la loro voce”.

Fonte: Gayatri Malhotra su Unsplash

My body, my choice” è quello che urla a gran voce lo stato del Kansas, negli USA. La protesta è chiara: si lotta contro la dismissione della sentenza Roe contro Wade. L’argomento in questione è un problema che da tempo la bioetica cerca di risolvere: si parla di aborto. La storica decisione della Corte Suprema statunitense ha voluto interrompere il riconoscimento di tale diritto per Costituzione, perchè la comunità internazionale si è movimentata contro questa decisione? Che ruolo riveste la scelta controversa dei giudici?

“YOUR BODY, MY CHOICE”

26 Giugno 2022. L’Ansa comunica la decisione della Corte Suprema e negli Stati Uniti si scatenano diverse reazioni all’epocale scelta di abolire la sentenza Roe (fonte: Ansa). La legge, in vigore dal lontano ’73, è stata abrogata da un gruppo di nove giudici, a maggioranza conservatrice, tre dei quali sostituiti proprio durante il mandato Trump. Subito, il Paese si è spaccato in due: una fetta importante degli Stati del Sud ha dato la sua adesione alla mozione, scontrandosi con gli Stati più tolleranti, quali New York, California, Oregon, che hanno invogliato chiunque ne avesse bisogno a cercare aiuto sul loro suolo.

03 Agosto 2022. Qui, la svolta. Il Kansas, notoriamente ultraconservatore, ha decretato la protezione del diritto all’aborto nello Stato. I numeri sono stati estremamente positivi: oltre a un’affluenza del 96,7%, i “no” hanno vinto con uno straordinario 60% (fonte: Ansa). Questo risultato diventa particolarmente rilevante quando si tiene conto che anche in California, Michigan, Nevada, Vermont e Kentucky si terranno referendum simili nelle prossime settimane.

Fonte: Alex Hockett su Unsplash

LO SCANDALO DELLE APP DI “PERIOD TRACKING”

La decisione della Corte Suprema, già trapelata nei giorni antecedenti alla sentenza effettiva, aveva creato panico nella popolazione. Uno dei fattori più critici avrebbe riguardato la possibilità di persecuzione del reato d’aborto grazie alle prove fornite dalle app che monitorano il ciclo mestruale. Così, i famosi “period trackers” sono finiti nell’occhio del ciclone: la paura è che le privacy policies possano non proteggere effettivamente le persone dal controllo dello Stato su un’eventuale gravidanza. Ancora più preoccupante sembra essere la possibilità che questi dati vengano non soltanto diffusi, ma persino venduti alle autorità statali.

La Repubblica ha raccontato il fatto in un articolo, ricordando ai lettori un fattore importante: proprio nel 2019, una delle più importanti app per tracciare il ciclo è stata accusata di aver passato dati sensibili a corporazioni come Facebook e Google (fonte: Repubblica; inchiesta del Wall Street Journal). La popolazione è divisa e, proprio il periodo di Giugno – come già accaduto nell’estate 2020 per il movimento Black Lives Matter – si rivela particolarmente bellicoso: il Paese è stato scosso da numerose proteste e gli scontri fra pro-life e pro-choice si sono fatti aspri.

UNA DIFESA DELL’ABORTO

La domanda resta: l’aborto è omicidio? Il nocciolo della questione rimane lo stesso, una domanda che attanaglia i filosofi sin da tempi antichi fino ad Aristotele, ormai una garanzia. La risposta sta nella definizione di essere umano, o meglio ancora di vita. È proprio qui che si divide la discussione.

Un’opinione interessante è quella esposta dalla filosofa, statunitense tra l’altro, Judith Jarvis Thomson in A Defence of Abortion. Nel testo del 1971, Thomson parte dalla presupposizione che il feto possegga il diritto alla vita, mettendo da parte la prima questione, sostenendo comunque una moralità nell’atto dell’aborto nei confronti della controparte genitrice. Per muovere la sua tesi, utilizza un esperimento mentale: “Il caso del violinista”.

Nel racconto, la filosofa chiede al lettore di immaginare di essere stato rapito e collegato al corpo di un violinista, in modo da poterlo mantenere in vita. Staccarsi da questa condizione di “subordinazione corporea” decreterebbe la fine della vita del violinista: si tratta di un sacrificio di soli nove mesi, ma fino a che punto il diritto alla vita del violinista deve prevalicare il diritto all’autodeterminazione del lettore? La situazione è quella, parafrasata, in cui una persona si ritrovi con un feto, che dispone del corpo della persona che lo ospita, che potrebbe non essere voluto, il risultato di una violenza o portare gravi problemi di salute al genitore portante. La risposta di Thomson, è quindi quella che vede il feto in possesso del diritto alla vita, ma questo va in secondo piano nel momento in cui per vivere ha bisogno del corpo di un altro: in sostanza, la decisione è del portatore.

Per concludere con le parole della filosofa: chi porta avanti una gravidanza lo fa con spirito altruista, mettendo il proprio corpo a disposizione del feto, andando oltre l’obbligo morale per amore di ciò che gli sta in grembo.

 

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