Montagna: dopo le microplastiche scoperti importanti flussi di anidride carbonica

Nonostante compongano il 5% dei flussi d’acqua mondiali incidono dal 10 al 30% sulle emissioni di CO2 globali.

Autori della scoperta un team internazionale (con due italiani) che, basandosi su precedenti studi riguardanti la velocità gli scambi gassosi fra aria e corsi d’acqua, hanno dimostrato quanto poco sappiamo di questo ambiente.

Il primo allarme

Nel primo semestre del 2019 vennero pubblicate, con grande sorpresa, numerose ricerche, da varie parti del mondo, che mettevano in risalto come le microplastiche, ovvero minuscole fibre di materie plastiche, fossero presenti negli oceani, nell’acqua che beviamo, e anche nei rilievi montuosi, dove arrivano tramite le abbondanti precipitazioni. Ciò diede il via ad un ingente lavoro di ricerca che dimostrò come la portata di questo inquinamento “invisibile” fosse di scala globale, dalle Montagne Rocciose negli Stati Uniti fino ai Pirenei, Italia compresa. In seguito si è iniziato a mettere sotto la lente di ingrandimento quest’ultimo tipo di habitat, spesso trascurato e ricordato solamente per la scomparsa dei ghiacciai. Poi lo scorso gennaio venne pubblicato su Nature uno studio che dimostrava come gli scambi gassosi fra aria e torrenti montani fossero in alcuni casi 100 volte più veloci di quanto si pensasse.

Uno nuovo modello di calcolo

Basandosi su questi nuovi parametri un team di ricerca internazionale capitanato da Asa Horgby e con due italiani, Enrico Bertuzzo e Pier Luigi Segatto ha condotto uno studio su scala globale, pubblicato anch’esso su Nature per valutare le effettive emissioni. I risultati, davvero inaspettati, hanno dimostrato che i corsi d’acqua montani, nonostante rappresentino solo il 5% dei flussi idrografici mondiali, incidono dal 10 al 30% nelle emissioni di anidride carbonica, il composto inquinante per eccellenza, molto più per metro quadrato, dei corsi d’acqua a basse altitudini presenti nelle zone boreali e tropicali. Ciò ha portato ad una rivalutazione dei metodi di calcolo delle emissioni dato che, in precedenza, il tasso di emissione stimato dei corsi d’acqua era molto inferiore a quello dei corrispettivi in ambienti boreali e tropicali. I ricercatori tuttavia, hanno rapportato i valori di CO2 misurati all’altissima velocità di scambio con l’aria, rivelando quindi come nonostante i torrenti montani possano presentare, al momento della misurazione, una sottosaturazione, ovvero una bassa presenza di CO2, contribuiscano in modo inequivocabilmente importante nel ciclo del carbonio. Queste emissioni sono dovute a vari fattori, in primis i minerali presenti nel sottosuolo, come rocce carbonatiche, rocce sedimentarie siliciclastiche e rocce metamorfiche oltre ai residui fossili dei microorganismi. Molto importante è anche la quasi totale assenza in alta quota di vegetazione, che dunque non limita il flusso di anidride carbonica assorbendola per le proprie funzioni metaboliche, come ad esempio la fotosintesi.

La ricerca continua

Questo enorme lavoro di ricerca, eseguito prendendo in considerazione quasi 2 milioni di corsi d’acqua montani, presenta tuttavia alcune lacune, dovute ovviamente al fatto che nessuno prima d’ora aveva svolto una tale lavoro in questo campo. Innanzitutto le emissioni variano da rilievo a rilievo, dipendendo da vegetazione, clima e composizione delle rocce sotterranee, inoltre il metodo di calcolo va ancora affinato, in modo da ottenere una stima il più precisa possibile. Quel che è certo è che l’importanza di questo tipo di ambiente non è dovuto solamente al ciclo dell’acqua, ma anche al quello del carbonio, aprendo dunque una finestra sulle conseguenze che riscaldamento globale può generare. Il prossimo passo è quindi approfondire e migliorare il monitoraggio, anche su lungo periodo, di questi flussi, in modo da avere un quadro completo e inequivocabile di come funziona il nostro pianeta.

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