Mimmo Lucano torna nella sua città: il “Modello Riace” giudicato da Kant e Machiavelli

Il tribunale di Locri ha revocato il divieto di dimora nella città di Riace che era stato disposto a Domenico Lucano, ex sindaco del paese calabrese, divenuto celebre dopo le polemiche attorno al suo arresto avvenuto nell’ottobre del 2018.

Soledad Amarilla / Ministerio de Cultura de la Nación

Lucano era già finito sotto indagini nel 2017 a causa della sua politica verso i migranti, a dir poco eccezionale nel territorio italiano, la quale gli valse una posizione nella classifica del Fortune come uno tra i cinquanta leader più influenti del mondo.

Il ritorno a Riace

Sebbene sia ormai vecchia di sette mesi la decisione della Cassazione di annullare il divieto di dimora, è di ieri la notizia del ritorno di Lucano nella città calabrese, accolto dai migranti e dagli abitanti che tanto lo difesero negli anni.
La città e la politica dell’ex sindaco furono nel tempo creatori di quello che conosciamo come “Modello Riace”: ma in cosa consiste tale modus operandi così blasonato e allo stesso tempo criticato?
Innanzitutto alla sua base sta l’assegnazione di case abbandonate ai migranti e così anche l’istituzione di corsi appositi, sia di insegnamento della lingua italiana che di specializzazione manuale, che mirano a un’integrazione totale di chi viene da oltremare.
Tale politica tuttavia non ci ha messo molto prima di raggiungere le orecchie dello Stato che, a seguito di dovute indagini, ha ritenuto adeguato l’arresto di Lucano principalmente con due accuse: la prima consiste nell’affido di appalti per la nettezza urbana a delle cooperative locali con obiettivo principale l’assunzione dei cittadini di Riace e dei migranti stabilitisi nella città; la seconda, molto più grave e incriminante, è di aver contribuito al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Tale accusa è avvalorata da intercettazioni in cui il sindaco, con totale leggerezza, esprime alcune delle sue intenzioni tra cui l’inscenamento di matrimoni fasulli e la creazione di carte d’identità false per poter accogliere alcune donne migranti.
Come detto, la nascita di un modello con queste basi ha creato grandi dibattiti: da una parte c’è chi pensa che la legge sia “sacra” e che debba essere rispettata sopra a qualsiasi morale; dall’altra invece c’è chi loda Lucano come simbolo del ”rimanere umani” anche andando contro lo Stato.
Un simile scontro di idee si può stabilire tra due visioni filosofiche del diritto opposte tra loro per l’opinione che esprimono nel rapporto legge-morale: ai due lati di tale discussione troviamo Immanuel Kant e Niccolò Machiavelli.

La legge e la morale devono coincidere

Punto fondamentale del pensiero kantiano è il significato che egli attribuisce al termine “imperativo”.
Tale parola va a indicare una regola o norma che un individuo si pone e che, in base al modo in cui essa viene posta, può essere divisa in: imperativi ipotetici, vincolati dalla presenza di una condizione per cui ci si comporta in un certo modo, e imperativi categorici, slegati da qualsiasi situazione e validi universalmente.
Sono questi ultimi che in Kant vanno a costituire quella che lui stesso chiama “legge morale”: essa viene a costituirsi come praxis (azione) in quanto, essendo insita in ogni individuo, è la causa prima per cui chiunque agisce.
La legge si pone nella ragione umana come intermedia tra obbligatorietà e libertà, essa infatti si costituisce come dovere in quanto è necessario che, per compiere un’azione morale, tale legge venga rispettata; tuttavia allo stesso tempo, questa necessità viene autoimposta dall’individuo, il quale è quindi legislatore delle norme cui sottostà.
Per concludere e far capire al meglio come la morale e la legge coincidano in Kant, basta riportare una delle tre formulazioni dell’imperativo categorico che lo stesso filosofo formula: “Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga legge universale”.

L’amoralità di chi la legge la fa

Dall’altra parte del dibattito possiamo trovare Machiavelli con la sua concezione della politica e del politico.
Tale caratteristica del suo pensiero è espressa nel trattato “Il Principe”, in cui viene delineato l’atteggiamento che il politico deve avere verso i suoi sudditi: questa questione si esprime al meglio nell’espressione “s’elli è meglio essere amato che temuto o e converso”.
La conclusione a cui Machiavelli giunge è che il principe debba preferire incutere paura rispetto all’essere amato dai suoi sudditi, questo senza tuttavia cadere nell’odio da parte di questi ultimi.
Dall’ambiente che circondava Machiavelli nasce anche la figura del politico come volpe e leone, ovvero sia come astuto in modo da sfuggire alle avversità, che come violento, per reprimere i moti contro il suo potere e controllo.
Insomma il principe non dovrà seguire alcuna morale individuale, ma piuttosto una in vista del bene più grande, ovvero quello dello Stato, che va oltre a qualsiasi comportamento considerabile giusto o sbagliato.

Così vengono a delinearsi due modi diversi di interpretare la vicenda e il modello di Riace: uno, quello kantiano, che pone la buona morale come assoluta e sola legge da seguire, e un altro, quello machiavelliano, che invece giudica negativamente l’azione dell’ex sindaco in quanto contraria al bene e all’utile dello Stato.

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