Il male è banale: lo testimoniano Hannah Arendt e La notte del giudizio

Qual è la natura del male tra gli uomini? La necessità di commettere violenza è una caratteristica naturale, una scelta, oppure una mancanza? A rispondere alla questione facciamo intervenire Hannah Arendt e il film “La notte del giudizio”.

La notte del giudizio” è un film del 2013, scritto e diretto da James Demonaco. Il film è ambientato negli Stati Uniti, in un futuro distopico, in cui il governo sancisce la cadenza annuale dello Sfogo. Lo Sfogo consiste nella ricorrenza di una notte in cui ogni crimine, compreso l’omicidio, è legale. Nessun servizio di soccorso, di pronto intervento e di sicurezza è reso funzionante. L’idea che sta alla base dell’evento è quella di ridurre il tasso di criminalità durante tutto il resto dell’anno. Hannah Arendt, una delle più autorevoli voci filosofiche del 900, avrebbe preso a cuore questa pellicola, probabilmente pensando a uno dei suoi lavori più famosi, ovvero “La banalità del male“, un resoconto del processo al gerarca nazista Otto Eichman, nel quale Arendt analizza concretamente il carattere della violenza umana.

Il male nella concezione di massa: una scelta o una sostanza?

Solitamente, l’immagine che abbiamo del malvagio è quella di una figura che trama nell’ombra, che progetta, che è estremamente malsano nell’agire. Hannah Arendt punta a scardinare questo preconcetto, mettendo in luce il lato assolutamente ingenuo e debole del male. Il termine banalità infatti risponde proprio al concetto di banalizzazione, di stupidità, di un qualcosa reso senza senso e superficialmente. Arendt analizza il tema attraverso la figura di Otto Eichman, gerarca nazista arrestato nel 1961 in Argentina, e messo sotto processo a Gerusalemme. Nel leggere il resoconto di interrogatori e deposizioni in aula, emerge una figura debole e ingenua, assolutamente inconsapevole di ciò che accadesse e delle responsabilità cui andasse incontro. Solamente il fatto che tutti i colleghi procedessero nelle pratiche per mandare avanti lo sterminio, lo spingeva a fare altrettanto. Proprio perché inconsapevole, Eichman era malvagio. Non lo era sicuramente perché rimuginava nella notte o perché covava rancore. Proprio l’esatto contrario invece, l’assenza totale di motivazione e di spirito critico, lo resero uno degli artefici dell’olocausto. Hannah Arendt in questo modo fa cadere la tradizione filosofica che, da Hobbes in avanti, definì la violenza come qualcosa che fosse intrinsecamente costitutivo dell’essere umano, individuando il male come una sostanza e non come una mancanza.

La banalità della Notte del giudizio

In “La notte del giudizio” la banalizzazione del male viene resa in maniera particolarmente efficace. L’obbiettivo della notte dello sfogo è quella, per l’appunto, di lasciare sfogare ogni istinto violento al fine di ridurre la criminalità durante tutto il resto dell’anno. Una cosa simile è addirittura storicamente accertata: il termine che viene utilizzato è “pogrom“, ed indica le sommosse avvenute nel corso della storia contro le minoranze ebree, soprattutto in Russia. Tali sommosse erano condotte sotto il tacito assenso delle autorità, che si limitarono a condannare tali episodi solo a parole. Quello dello sfogo è dunque un tema importante: perché l’uomo ne ha bisogno? Innanzitutto ci si deve sfogare solo nel momento in cui una volontà viene repressa: quella di commettere violenza è però una volontà? Abbiamo già detto di come la violenza sia uno strumento. La volontà non è quella di fare del male di per sè quindi, ma di raggiungere, attraverso la violenza, un obbiettivo. Uno dei filosofi più incompresi, amati e odiati della storia, Hegel, si era pronunciato spesso contro l’assecondamento degli istinti animali, definendolo come estremamente svilente nei confronti della vera competenza dell’uomo, che è quella di elevarsi tramite la ragione. Voler sfogare in un modo o nell’altro un’istinto, anziché fare in modo di eliminarlo, equivale ad eliminare la ragione umana fino a banalizzarla.

Come fuggire dagli istinti: la lotta tra ragione e natura

L’uomo è un essere banale? Hegel sostiene di no. Egli infatti ritiene che qualsiasi essere umano, indipendentemente da quale possa essere la sua estrazione sociale, la sua nazionalità o il suo livello di istruzione, sia impegnato nella ricerca di un senso. Dunque la complessità è il vero terreno di gioco dell’uomo, non di certo la banalità. Soprattutto Hegel dunque, che era un tipo abbastanza cocciuto e si impegnava di più dove non capiva, sarebbe stato d’accordo con Hannah Arendt sul concetto che male e banalità siano vicini a tal punto da risultare equivalenti. Come elevarsi al di sopra degli istinti? In che modo eliminare la banalità? La risposta stavolta è assai semplice: con il suo contrario, cioè la ragione. Da Platone a Spinoza, innumerevoli sono coloro che si schierano da questo lato. Ciò che conta è infatti capire: capire la condizione umana, i suoi pensieri e i suoi problemi più profondi, oltre che quelli legati al lavoro o alla squadra del cuore, permette di rendere l’uomo più complesso e consapevole e dunque meno predisposto ad usare la violenza. Il pensiero di Hannah Arendt in questo senso, è un grande inno alla filosofia, come disciplina di elevazione e di complessità.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: