Il Superuovo

Medjugorje: tra la mano della camorra e il rapporto mafia-religione

Medjugorje: tra la mano della camorra e il rapporto mafia-religione

Le illazioni dell’arcivescovo Hoser sulla presunta speculazione mafiosa che interesserebbe uno dei principali luoghi di devozione, suscitano scalpore. Sul tema della lotta tra il bene e il male si apre l’universo mafioso di cui la religione è parte integrante.

L’arcivescovo Hoser

Se uno dei luoghi di grande devozione religiosa sia associato in qualche misura all’orizzonte maligno dei traffici mafiosi, ci si aspetta uno sdegno profondo cui segue una forte reazione. Se poi le insinuazioni siano trasmesse attraverso l’omelia dell’inviato del papa, l’equazione sembra completa e il risultato è l’apertura di una voragine a separare il blocco dei fedelissimi da quello degli scettici.  È quanto accade a seguito delle parole dell’arcivescovo Henrik Hoser, inviato di papa Francesco a Medjugorje. Durante la messa celebrata nella capella dell’aeroporto Chopin di Varsavia, il cherico lancia un monito sul business mafioso napoletano il cui traffico avrebbe indirizzato nel proprio mirino anche il celebratissimo sito di devozione mariana. «Un altro posto dove c’è una lotta sempre più agguerrita tra il bene e il male è Medjugorie. Da un lato, incontriamo migliaia di giovani che usano il sacramento della penitenza e della riconciliazione. D’altra parte, bisogna essere consapevoli che a causa del massiccio afflusso di pellegrini, questo posto è penetrato dalle mafie, tra cui quelle del Napoletano, che conta sui profitti».  L’inviato di Bergoglio avrà il compito di regolamentare il flusso di pellegrini che spesso continuano a raggiungere il sito prescindendo dal riconoscimento del Vaticano, doveroso nel momento in cui si presenta l’associazione del luogo alle apparizioni della Madonna sostituendolo a punto in cui termina un percorso spirituale. Sarebbe proprio attraverso l’organizzazione illecita dei pellegrinaggi che la Camorra napoletana avrebbe trovato il modo per infiltrarsi, utilizzando una pratica insinuatasi come acqua nelle falle di ogni sistema. Il risentimento dei numerosi pellegrini campani, non certo felici di essere associati dall’arcivescovo alle speculazioni mafiose, non si è fatto attendere creando una netta spaccatura e rispolverndo vecchi interrogativi. Come la chiesa può tollerare l’accostamento alle associazioni di stampo mafioso?

Il sito religioso di Medjugorie

Non è la prima volta che un sito religioso sia associato ai traffici criminali: è indubbio come dal Medioevo all’età contemporanea si sia irrobustita la consapevolezza di profili ombrosi nascosti dietro ai traffici di denaro, perché dove ci sono flussi tendenzialmente profittevoli c’è anche qualcuno che tenta di tirare la corda verso la propria parte. Succede nelle gare d’appalto, nelle ricostruzioni a seguito dei terremoti, nell’organizzazione dei giubilei nella capitale mostrando che dovunque ci sia denaro c’è anche chi tenta di accaparrarselo. Tuttavia, chiamare in causa un’istituzione volta al perseguimento del bene corredandola alle organizzazioni criminali di stampo mafioso suscita un risentimento generale protrattosi da tempi immemori. L’anello di congiunzione che unisce mafia e religione si riscontra nelle pratiche rituali e nella devozione usata dai clan come modello identificativo dell’uomo d’onore. Una famiglia mafiosa priva di una tradizione storica corredata da riti e sacralità, perde la componente spirituale impiegata da un lato come collante che unisce la gerarchia al cui vertice è situato spesso il solenne ‘don’ e dall’altro come strumento per lenire inquietudini e nefandezze. La secolarizzazione della religione volta alla ricerca del bene dalla criminalità organizzata quale incarnazione di un modello maligno non è del tutto completa. La possibilità di elaborare una pastorale antimafiosa cozza con la volontà dei mafiosi di strumentalizzare la religione facendone substrato della propria organizzazione, tanto come mezzo di coesione del gruppo quanto come meccanismo di produzione di senso. La religione diviene così elemento d’appartenenza e identità sia sul fronte individuale sia sull’organizzazione criminale unitaria. Le parole di Francesco Paolo Anzelmo offrono una lente d’ingrandimento sul primo punto di convergenza. Diceva durante un interrogatorio: “A me non piaceva stare dentro la mafia, e sa cosa facevo per continuare a uccidere le persone? Andavo in chiesa e chiedevo ogni volta alla Madonna il coraggio di andare avanti”. Elemento d’assoluzione verso le personali turbe emotive, ma anche un coagulato di senso in grado di orientare le azioni comuni. Si denota dalla pratica comunicativa di Provenzano che era solito usare la Bibbia per la trasmissione dei propri messaggi, creando un orizzonte identificativo all’interno del quale posizionare i vari tasselli riconducendoli in una prospettiva comune: il testo sacro come sfoggio di ritualità, garante della sacralità degli atti e modello culturale al quale ispirarsi attingendone fonti preziose. In questo modo si comprende come la fede sia stata spesso strumento delle nefandezze mafiose.

L’arresto di Provenzano

Tuttavia, anche la Chiesa quale istituzione religiosa ha spesso deviato il proprio percorso di fede e salvezza incrociando le strade delle organizzazioni mafiose e dando adito alle teorie di una secolarizzazione avvenuta a metà. Parte del lavoro di ripurificazione è avvenuto attraverso le azioni di papa Francesco, il quale ha tentato di porre rimedio alle oscurità del passato promuovendo la scomunica per tutti i mafiosi. Malgrado il suo tentativo postumo, i lasciti storici segnano le linee di contatto su almeno due direttrici: una disomogeneità nei pronunciamenti ufficiali della Chiesa in materia mafiosa e l’organizzazione dei clan che un tempo non poteva prescindere dal rapporto clericale. Da un lato pesano i silenzi delle autorità religiose negli anni delle stragi mafiose che di riflesso ha reso più difficoltoso l’allontanamento tra il vangelo e le azioni dei clan. La mancata espressione di una presa di distanza da parte dell’istituzione religiosa, coadiuvandosi con i favoreggiamenti di cui sono stati accusati numerosi preti a seguito delle confessioni segrete dei mafiosi, ha garantito un ulteriore imbarazzante intreccio. Se a questo si unisce lo sforzo mafioso volto ad incanalare le tradizioni religiose verso le rispettive pratiche (esempi plateali sono gli ’inchini dei santi’ dinanzi alle abitazioni dei boss) si comprende come sia difficile tracciare una linea di separazione, specie se si trae dal repertorio storico le prassi collaudate di un tempo. Una su tutte, il riciclaggio di denaro sporco attraverso le ingenti donazioni alle confraternite cristiane emerso negli anni ’40, o ancora gli investimenti nelle banche vaticane operati da Riina con gentile concessione del gran maestro massonico Licio Gelli. Elementi che tornano a sfavore della Chiesa, soprattutto perché al tempo non erano rifiutati da tutti. Adesso sembrano presentarsi divergenze maggiormente accentuate soprattutto attraverso il lavoro di papa Bergoglio, ma le polemiche non mancano quando alcuni episodi risvegliano tardi archetipi.

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