Medea: dall’assassina infanticida di Euripide al mito femminista di Christa Wolf

Il mito di Medea viene rivisitato negli anni ’90 da Christa Wolf, che ne fa un’icona del femminismo.

Tutti conosciamo bene o male il mito di Medea per come viene raccontato nell’omonima tragedia di Euripide, che la vuole spietata assassina di Glauce, futura moglie dell’ex marito, e dei suoi figli. Aggiungendo questo dettaglio infanticida Euripide finisce per rendere quasi disumano il personaggio di Medea, cui invece la tradizione greca attribuiva solo l’assassinio di Glauce e non quello dei figli. Una storia poco onesta, quella di Euripide, secondo la rivisitazione di Christa Wolf del 1996 ”Medea. Voci”. In quanto donna e madre, ci dice la Wolf, Medea non avrebbe mai ucciso i suoi figli né avrebbe distrutto la sua famiglia, da sempre roccaforte del controllo femminile. Sono stati infatti gli abitanti di Corinto, città che la ospita come straniera, ad uccidere i suoi figli e ad accusarla poi del crimine, in un vero e proprio atto di razzismo. Una storia che, oggi, ci spinge a riflettere sul significato della malvagità, sulla figura dello straniero come capro espiatorio e sull’evoluzione della condizione femminile.

La Medea di Euripide

In scena per la prima volta ad Atene in occasione delle Grandi dionisie del 431 a.C., la Medea di Euripide racconta la vicenda dell’omonima protagonista, che dopo aver aiutato Giasone e gli Argonauti a conquistare il vello d’oro, arrivando addirittura a sacrificare il fratello, si è trasferita con lui a Corinto. Nonostante abbia avuto da Giasone due figli Medea viene presto ripudiata dal consorte, che preferisce a lei le nozze con Glauce, figlia del re Creonte. Straniera in terra greca, vista di malocchio dai corinzi, Medea ha solo un giorno per sistemarsi e lasciare il palazzo, come re Creonte ha ordinato che faccia. Ed è in un giorno che mette in atto il suo terribile piano: per prima cosa regala alla futura moglie di Giasone una veste avvelenata che la costringe a morire di una morte atroce, nella quale Glauce trascina con sé anche il padre Creonte, giunto in suo soccorso. Ma non basta: Medea, pur straziata nel cuore, uccide i suoi figli e mostra i cadaveri a Giasone, che si ritrova privato anche della sua discendenza.
L’isolamento e la sofferenza di Medea sono già in Euripide legati alla sua condizione di straniera: è d’altronde una moglie barbara abbandonata per una sposa regale in una città che non è la sua, temuta soprattutto in quanto sapiente e quindi conoscitrice di molti mali (v. 285). In La Medea di Euripide Bernard Walker Knox la definisce come una donna di grande capacità intellettuale, che [anche per questo] si vede esclusa dalla sfera del potere e dell’azione. Medea è cioè una figura perdente già in partenza per il principio di una società di vergogna, che risolve il valore dell’individuo nella considerazione che la collettività ha di lui. E Medea, che è donna e straniera allo stesso tempo, non se la gioca molto bene. Le due questioni sono perciò già implicite nella tragedia euripidea, e quella della Wolf è una personale reinterpretazione, adatta al messaggio che lei ha voluto lasciare.

Medea straniera

Per Christa Wolf è subito centrale la sofferenza che Medea prova nello star lontana dalla terra natia e dagli affetti famigliari, abbandonati per amore di un Giasone che ora la ripudia. Il problema principale di Medea è di fatto un problema di integrazione: gli abitanti di Corinto addirittura scelgono di farla cacciare via dalla città una volta per tutte, in un atto di puro razzismo. Anna Chiarloni, professoressa di letteratura tedesca all’università di Torino, definisce la Medea della Wolf come una donna sì travagliata dall’amore, ma ancor di più dall’incapacità degli abitanti di Corinto di integrare una cultura come quella della Colchide, terra da cui Medea proviene; una donna cioè che una società intollerante emargina e annienta negli affetti, fino a lapidarne i figli. Tutto l’odio degli abitanti di Corinto comincia piano piano a riversarsi su di lei, accusata anche di aver portato la peste in città, così che Medea diventi anche il capro espiatorio di un popolo che scarica su di lei tutta la propria rabbia e cattiveria. Lo stesso governo di Corinto manipola a proprio piacimento la vicenda di Medea, aizzando l’odio della folla e rigirando la verità dei fatti. È anche per questo che la tradizione, ci dice la Wolf, ha sempre riportato la versione euripidea del mito: la storia la scrivono i vincitori, e la scrivono adattandola alle proprie necessità. Cacciata da Corinto, odiata e accusata di omicidio, a Medea non resta che vagare per la Grecia, senza patria e senza affetti, come un’eterna straniera. 

Medea femminista

Il mito euripideo, dice Christa Wolf, sbaglia, perché una donna, una madre, non avrebbe mai il cuore di uccidere i propri figli. Quello che la scrittrice tedesca vuole fare è anche sfatare il mito secondo cui una donna ferita nel profondo si trasforma necessariamente in una furia incontrollabile guidata dall’odio, quando invece, forse, una donna è molto spesso più capace di un uomo di rispondere al dolore. Carol Gilligan, psicologa e femminista americana, sostiene addirittura l’esistenza di un’etica propriamente femminile che consisterebbe in un’etica della cura, della sollecitudine per gli altri, della costruzione intersoggettiva delle proprie decisioni morali e che rifiuta la dimensione isolata delle scelte dilemmatiche. Chiaro è che non sempre le cose stanno così, perché molti episodi di cronaca dimostrano che le crudeltà morali possono arrivare indipendentemente sia da parte maschile che da parte femminile. La Medea della Wolf però, e cioè una nuova Medea a servizio dell’ideale femminista, è una donna che non farebbe mai del male ai propri bambini. Ciò che fa della sua figura un’icona in questo senso, una sorta di attivista dell’antichità, è la consapevolezza che Medea ha dell’oppressione politica esercitata su di lei in quanto donna e straniera; un’oppressione che Medea non si limita a denunciare, ma da cui tenta anzi di liberarsi e di liberare gli altri. Aiuterà infatti la stessa Glauce, futura moglie dell’ex marito, a ribellarsi del padre oppressivo e maligno, anche se i corinzi finiranno per ucciderla e accusare Medea anche della sua morte. 

Noemi Eva Maria Filoni

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