“L’inferno (non) sono gli altri”: l’empatia come comprensione del prossimo

 

” Prima di criticare qualcuno, cammina per un miglio nelle sue scarpe”, recitava un antico proverbio indiano. Suddette parole rivelano nel modo più calzante il significato del termine “empatia”, dal greco empatéia (en-, “dentro”; pathos, “sofferenza o sentimento”).

 

L’Incontro con l’altro: empatia, simpatia e compassione

Nei confronti di tale fenomeno è stata sviluppata una vera e propria filosofia del sentire, che ha coinvolto le più disparate discipline, in particolar modo la filosofia, nella sua accezione estetica (Vischer e Lipps) e fenomenologica (Husserl e la sua allieva Edith Stein) e la psicologia nella sua accezione prettamente sociologica.

In ambito psicologico l’Einfühlung indica la capacità di calarsi totalmente nella realtà e nelle emozioni dell’altra persona, indossare le sue vesti, non sempre comode e confortevoli, allo scopo di comprenderla appieno. L’empatia presuppone, dunque, il determinante incontro con l’altro da me e, come afferma il filosofo Lévinas:” nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia“.

Per essere totalmente empatici è necessario sospendere temporaneamente il giudizio nei confronti dell’altro, operando una sorta di epochè morale ed emozionale. Ciò porta ad una netta linea di demarcazione tra empatia e simpatia che i più tendono ad omologare. Il primo, infatti, è l’atteggiamento di colui che si immedesima totalmente con il sentimento dell’altro, per quanto questo possa essere in contrasto con il proprio, senza manifestare, per questo, alcuna forma di dissenso. In questo consiste la difficoltà di tale capacità, che si palesa non nell’immediato, ma sempre come un processo che parte prioritariamente dall’essere empatici con se stessi, ed è per questo che molti ne sono privi.

La simpatia, invece, si manifesta maggiormente verso persone che si intonano alle nostre corde, aventi un qualche punto in comune con il nostro vissuto esperienziale e con il nostro modo di essere. Risulta più semplice, dunque, comprendere una persona più affine a noi e dimostrare verso di essa un atteggiamento positivo.

L’empatia si distingue, inoltre, dalla passiva compassione, sentimento, questo, che presuppone una sorta di pietà verso il prossimo, cosicchè egli possa cullarsi nella sua triste condizione e mettere in atto il sempreverde meccanismo della “vittima”. Vi è anche in questo caso una comprensione che, tuttavia, si configura come più fredda e distaccata, spesso anche falsa.

Secondo alcune fonti l’empatia sarebbe legata ad una cooperazione con gli altri individui. Questa conclusione è stata recentemente confutata dai due ricercatori Fabrizio Mafessoni (Istituto Max Planck) e Michael Machmann (Istituto Santa Fe), i quali sottolineano che “i sistemi empatici non si evolvono solo perchè gli individui sono disposti a cooperare. Si evolvono anche perchè gli animali simulano gli altri per immaginare le loro azioni“.

 

 

L’empatia oggi

Oggi come oggi il concetto di empatia riveste una preponderante risonanza. Forse perchè inizia ad esserci una sensibilità maggiormente diffusa nei confronti del diverso. Una risonanza che si espande in lungo e in largo e che trova concretezza in spazi fisici, come, ad esempio, il londinese Emphaty museum, in cui è stata inaugurata di recente l’esposizione permanente A mile in my shoes, oltre che l’Empathy Library, nella quale si rinvengono due sezioni dedicate a testi e pellicole cinematografiche riguardanti il tema ( tra i titoli, ad esempio, Senza un soldo a Parigi e a Londra, prima opera di George Orwell e Segreti e bugie di  Mike Leigh, ) e in cui ognuno può fornire il proprio prezioso contributo in merito. Tale mostra fornisce anche un esempio concreto: ciascun individuo è invitato a indossare le scarpe di un’altra persona e ad ascoltare, al contempo, le sue esperienze di vita.

Sulla stessa linea troviamo siti internet dedicati al sentimento empatico come, ad esempio, il Mudeum (Museo dell’empatia), nel quale è presente un armadio virtuale con vari abiti, ciascuno dei quali indossato da un diverso individuo che racconta la propria storia.

https://www.empathylibrary.com/

http://www.museoempatia.it/

 

Il discorso di Patch Adams

l’Empatia si manifesta giorno dopo giorno nella vita di ognuno di noi: anche dietro il banale gesto di commuoversi davanti ad un film si cela tale sorprendente attitudine. Il cinema, come d’altronde, l’intera sfera dell’arte, hanno da sempre rappresentato tale sentimento, profilando allo spettatore le varie sfaccettature di cui essa si compone e talvolta anche i propri limiti. Un esempio su tutti potrebbe essere il film “Patch Adams” (1998) ed il memorabile discorso pronunciato dal magistrale Robin Williams, di fronte alla commissione medica, che riportiamo per intero:

“Cos’ha la morte che non va? Di cosa abbiamo così mortalmente paura? Perchè non trattare la morte con un po’ di umanità e dignità e decenza e, Dio non voglia, perfino di umorismo? Signori, il vero nemico non è la morte. Vogliamo combattere le malattie? Combattiamo la più terribile di tutte: l’indifferenza.

Nelle vostre aule ho assistito a disquisizioni sul trasfert e la distanza professionale. Il trasfert è inevitabile, signore. Ogni essere umano ha un impatto su un altro. Perchè vogliamo evitarlo in un rapporto paziente-medico? 

È sbagliato quello che insegnate nelle vostre lezioni, la missione di un medico non deve essere solo prevenire la morte, ma anche migliorare la qualità della vita. Ecco perchè se si cura una malattia si vince o si perde. Se si cura una persona vi garantisco che, in quel caso, si vince qualunque esito abbia la terapia. Qui vedo oggi un’aula piena di studenti di medicina. Non lasciatevi anestetizzare, non lasciatevi intorpidire di fronte al miracolo della vita. Vivete sempre con stupore il glorioso meccanismo del corpo umano. Questo deve essere il fulcro dei vostri studi e non la caccia ai voti che non vi daranno alcuna idea di che tipo di medico potete diventare.

Signore, io voglio fare il medico con tutto il mio cuore. Io volevo diventare medico per assistere il mio prossimo, e per questo motivo ho perso tutto, però così ho anche guadagnato tutto: ho condiviso le vite dei pazienti e del personale dell’ospedale, abbiamo riso e pianto insieme. Questo è ciò che voglio fare nella mia vita. E Dio mi sia testimone, comunque decidiate oggi, signori, guarderò ancora con fiducia il mio scopo: diventare il miglior medico che il mondo abbia mai visto. Voi avete la facoltà di impedire che io mi laurei, potete impedirmi di ottenere il titolo, il camice bianco, ma non potete controllare il mio spirito, non potete impedirmi d’apprendere, non potete impedirmi di studiare. A voi la scelta: avermi come collega di lavoro, passionale, oppure avermi come voce fuori dal coro, sincera e determinata. In entrambi i casi verrò forse considerato una spina, ma vi prometto una cosa: sarò una spina che non riuscirete a togliere”.

                                                                                                                                                                   Tomasi Lorenza

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