Mangia (vegetale), prega, ama: scopriamo come l’alimentazione vegana può salvare il pianeta

 In piena crisi ecologica andiamo a scoprire come anche tu puoi fare la differenza iniziando proprio dall’alimentazione. 

Julia Roberts in “mangia, prega, ama” ci ricorda come la buona tavola sia capace di alleviare le nostre pene: e se vi dicessi che è in grado di risollevare le sorti del nostro pianeta? Scommetto che non ci avevate pensato.

L’insostenibile leggerezza della CO2

Il modo in cui ci alimentiamo condiziona considerevolmente l’ambiente che ci circonda avendo ricadute dirette sulle emissioni di gas serra, sul consumo di acqua e sullo sfruttamento del suolo. Quando parliamo di inquinamento e di surriscaldamento globale ecco che si staglia nitidamente nella nostra testa l’immagine di enormi ciminiere fumanti e di città sommerse dal traffico, ma la verità è che tra le fila dei più gradi nemici della sostenibilità si schierano gli allevamenti intensivi. Ebbene sì, secondi i dati che ci arrivano dalla FAO il 15% delle emissioni annue di gas serra prodotte dall’essere umano derivano proprio dall’allevamento intensivo di bestiame destinato alla nostra alimentazione e, se non si verificherà un cambiamento di rotta in quelle che sono le nostre abitudini, la situazione non potrà che peggiorare. Vediamo però nel dettaglio le cause dell’estrema criticità degli allevamenti intensivi; innanzitutto un allevamento intensivo è una sempre più diffusa tipologia di allevamento finalizzato alla crescita ed alla riproduzione di un gran numero di animali da carne che vengono confinati in spazi ristretti e male illuminati. In pratica delle strutture del settore zootecnico che puntano molto di più alla quantità rispetto che alla qualità dei prodotti ed al benessere animale. Spazi così ristretti e sovraffollati costituiscono l’ambiente di crescita ideale per infezioni e malattie la cui proliferazione deve quindi essere tenuta a bada mediante l’uso massiccio di farmaci ed antibiotici che inevitabilmente, finiscono per essere l’ingrediente segreto del nostro hamburger. Il così alto numero di animali mantenuti in questi allevamenti produce logicamente un gran quantitativo di liquami, ricchi di azoto e fosforo, spesso conservati malamente proprio per via del loro considerevole ammontare. La conseguenza di questa conservazione poco zelante è il rilascio di ammoniaca, responsabile della produzione di polveri sottili. In tempi come questi in cui stiamo imparando a nostre spese che la disponibilità di un bene fondamentale come l’acqua rischia di essere minata dal surriscaldamento globale e dalla conseguente siccità, è doveroso fermarsi a riflettere circa l’impatto idrico di questa tipologia di allevamenti. Produrre un chilo di carne bovina infatti richiede circa 15.400 litri d’acqua mentre il quantitativo che ne viene richiesto per produrre un chilo di legumi è di 322 litri ossia, quasi cinquanta volte meno. In Italia si stima che la zootecnia consumi 317,5 milioni di litri cubi di acqua all’anno solo per abbeverare gli animali e lavare strutture ed attrezzature; se si considera che a questa somma già gargantuesca di per sè debba anche essere aggiunta tutta l’acqua utilizzata per la coltivazione del foraggio, appare evidente quanto l’impronta idrica degli allevamenti intensivi gravi sul benessere del nostro pianeta. Occorre poi tenere conto della responsabilità degli allevamenti intensivi quando parliamo di deforestazione e sfruttamento del suolo. Prendiamo in analisi il caso più eclatante fornitoci dalla Foresta Amazzonica. La Foresta Amazzonica costituisce uno degli ecosistemi più preziosi e fragili del nostro pianeta che meriterebbe di essere preservato il più possibile dall’impatto antropico onde evitare una massiva perdita di biodiversità. Tuttavia, secondo dati del WWF il “polmone verde della Terra” ha subito una deforestazione ormai dell’80% e le sue distese lussureggianti sono state adibite a pascoli o terreni di coltivazione per la soia destinata al foraggiamento degli animali. Il consumo eccessivo di carne ha conseguenze disastrose sul nostro pianeta e più o meno indirettamente va anche a ledere la nostra salute; essere consapevoli dei risvolti che le nostre scelte si portano dietro è il primo passo per cercare di cambiare le cose.

I soliti sospetti sull’alimentazione vegetale

È insito nella nostra società pensare all’alimentazione vegana come ad un capriccio, una moda passeggera figlia dei social network i cui proseliti suscitano un moto di antipatia e diffidenza ai più; ma siamo veramente sicuri che sia proprio così? In realtà dietro questa scelta di vita sicuramente drastica e, almeno nel nostro paese, spesso impopolare, si celano motivazioni più profonde a sostegno non soltanto della causa etica ma anche di quella ambientale. Scegliere la strada dell’alimentazione vegetale significa scegliere il rispetto di ogni altra forma di vita e contrastare per quanto è nelle nostre forze il cambiamento climatico. Un’alimentazione vegana infatti comporta come principale dogma la sostituzione delle fonti proteiche scegliendo al posto di carne e latticini i legumi, molto più sostenibili per quanto riguarda l’impiego di risorse necessarie alla loro coltivazione. Sembra incredibile ma è stato stimato che se entro il 2050 ogni persona diventasse vegana le emissioni di gas serra calerebbero del 70%, non solo: se tutti ci convertissimo anche semplicemente alla dieta vegetariana, il tasso di mortalità diminuirebbe tra il 6 ed il 10%, come stimato dai dati PNAS. Spesso un’argomentazione molto utilizzata dai detrattori dell’alimentazione vegetale si basa su un’ipotetica sua deficienza nutrizionale in termini di proteine o grassi; vi spiego adesso perchè gridare alle carenze nutrizionali quando si parla di dieta vegana è del tutto sbagliato. Innanzitutto ogni dieta che sia onnivora, vegetariana o vegana deve seguire un fondamentale criterio, ossia essere equilibrata, il che si traduce nel comprendere tutti i principali gruppi nutrizionali in dosi proporzionate a quelle che sono le nostre personali esigenze: proteine, grassi e carboidrati oltre che ovviamente, vitamine e fibre. Un regime alimentare che segua queste semplici linee guida, sarà sempre equilibrato a prescindere che la fonte proteica siano i legumi, la carne o il pesce. Tuttavia se vogliamo essere pignoli, rimane il particolare che mentre la carne, specialmente quella rossa, risulta essere fonte di colesterolo e grassi saturi, le proteine di derivazione vegetale come soia, lenticchie, ceci e chi più ne ha più ne metta, ne sono praticamente prive e quindi particolarmente indicate soprattutto in casi di ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia. Tuttavia mentre in molte parti del mondo l’alimentazione vegetale trova una buona fetta di consensi all’interno della società e viene vista con simpatia anche dagli onnivori, nel nostro paese persistono ben radicati molti pregiudizi a riguardo, figli della disinformazione e della nostra atavica tendenza a diffidare da tutto ciò che è nuovo o diverso. Questo si riflette anche nella limitata o, a volte, inesistente scelta vegetale proposta da molti ristoranti, i quali dovrebbero gradualmente cercare di ampliare i propri menù all’insegna dell’inclusività, permettendo a tutti gli avventori di scegliere portate che rispettino le proprie intolleranze o scelte alimentari. Il punto fondamenale della questione riguarda infatti l’esigenza di normalizzare una scelta che nel nostro paese fa ancora fatica a trovare approvazione nonostante i suoi innegabili vantaggi; sarebbe quindi il caso di abbandonare per una volta la nostra innata tendenza a giudicare le scelte altrui quando non riusciamo a comprenderle, e provare ad addottare una mentalità aperta  che non si traduce in una conversione di massa all’alimentazione vegana, ma nello sforzo di impedirsi di alzare gli occhi al cielo quando ne sentiamo parlare.

Vegetale come sinonimo di prevenzione

Un altro mito da sfatare sull’alimentazione vegetale riguarda la sua presunta responsabilità nel promuovere l’insorgenza del tumore al seno. In particolare ad essere al centro del dibattito è proprio la soia con i suoi alti livelli di fitoestroeni; ad oggi sul web si trovano molte informazioni confuse e contraddittorie al riguardo che possono essere male interpretate e generare un’ondata di diffidenza nei confronti di un legume che invece, non ha da offrire altro se non benefici: vediamo quindi di fare chiarezza. I fitoestrogeni innanzitutto sono composti di origine vegetale simili, per struttura e funzionalità, agli estrogeni endogeni, prodotti cioè dall’organismo umano. Queste molecole le ritroviamo in molti alimenti specialmente nei legumi come la soia che ne contiene oltre 100 tipi diversi. Tre sono le categorie principali di fitoestrogeni: isoflavoni, cumestani e lignani. La correlazione tra consumo di soia e aumentata probabilità di insorgenza di cancro della mammella, è stata ad oggi smentita non risultando comprovata da alcun fondamento scientifico. Sono stati condotti molti studi a riguardo, soprattutto da centri di ricerca asiatici dove il consumo di soia e derivati è massiccio, e da essi sono emerse notizie che fanno cadere ogni sospetto circa questo alimento: gli scienziati hanno infatti osservato come molto spesso gli isoflavoni della soia, legandosi ai loro specifici recettori presenti nel nostro organismo, vadano ad agire come onco-soppressori, andando perciò ad avere un effetto anti-tumorale. Studi condotti su cellule isolate hanno dimostrato che gli isoflavoni sono in grado di “accendere” geni che vanno a rallentare la crescita di cellule tumorali talvolta stimolando in esse l’autodistruzione, o apoptosi. Inoltre, pare che queste particolari molecole abbiano un ruolo nell’incrementare i livelli di antiossidanti presenti nel nostro organismo, andando anche a sostenere la riparazione di eventuali danni al DNA  e promuovendo di conseguenza, un efficiente sistema di protezione contro il cancro. Risulta evidente quindi, come la soia abbia effetti estremamente benefici sul nostro organismo e, se non si hanno particolari allergie, non esiste un valido motivo per evitarne il consumo.

Per un pugno di legumi

La maggior parte degli onnivori ha un’idea ben precisa del vegano medio, immaginandolo come una creatura pallida ed emaciata che vive di solo tofu; uno dei più diffusi luoghi comuni sull’alimentazione vegetale infatti, riguarda proprio la sua presunta monotonia e la sostanziale mancanza di quel gusto che caratterizza la cucina tradizionale; spiacente di informarvi che non si tratta che di questo: di un luogo comune. Passare ad un’alimentazione diversa da tutto ciò a cui siamo sempre stati abituati, permette di uscire dalla propria zona di comfort per scoprire nuovi sapori che potremmo sorprenderci ad apprezzare. Anche in questo caso tutto passa dalla volontà che ciascuno di noi ha di mettersi in gioco e di sperimentare con ingredienti di cui ignorava l’esistenza, per ricreare piatti della tradizione in chiave sostenibile o inventare formule inedite. Sul web si trova ogni sorta di ricette vegetali che possono rivelarsi un’ottima occasione per introdurre un elemento di novità anche in una cucina prevalentemente onnivora; non è infatti necessario cambiare drasticamente il nostro modo di vivere e di alimentarci dall’oggi al domani perché possiamo fare la differenza anche semplicemente cercando di mangiare “un po’ più vegetale”, sostituendo qualche pasto alla settimana con un’alternativa vegana. Ciò che conta è comprendere come l’alimentazione sia un potentissimo strumento che ognuno di noi ha a propria disposizione per cambiare le cose nel suo piccolo, non solo per il pianeta ma anche per sé stesso.

 

 

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