Anche una determinata disposizione dei bicchieri sul bancone può essere di grande aiuto, le scienze cognitive di seconda generazione ci mostrano come utilizziamo a nostro vantaggio lo spazio intorno a noi.

“Il bar delle Folies Bergère” di Eduard Manet, raffigura un locale molto in voga nella Parigi della belle époque, ma la nostra attenzione si concentra subito sullo sguardo sconsolato di una bar lady ante litteram.
UN PICCOLO AIUTO PER LA NOSTRA MEMORIA
In un locale pieno di persone, come potrebbe essere stato quello de Le folies Bergère a Parigi a fine ottocento, capita spesso di vedere baristi indaffarati, nervosi, a volte esausti per le mille richieste dei clienti i quali non aspettano altro che sorseggiare il loro cocktail. Ciò che non sappiamo, è che spesso utilizzano metodi, che apparentemente sembrano superflui ai nostri occhi, per aiutarsi nello smaltire le varie richieste. Vi è mai capitato di prendere un ordine per quattro, cinque cocktail e vedere che il barman o la bar lady in questione dispongano i vari bicchieri vuoti sul bancone? Se non vi siete mai chiesti il motivo per cui lo fanno, o avete mai pensato che fosse una perdita di tempo, in realtà una determinata disposizione può essere di grande aiuto per ricordare l’ordine che hanno ricevuto, in caso di distrazione, o semplicemente per fare meno sforzo.
PENSIERO E SPAZIO CIRCOSTANTE
Secondo le 4E, ovvero le scienze cognitive di nuova generazione, l’utilizzo dello spazio esterno è parte integrante del processo cognitivo in sè. Nel caso del barista, si ritiene che la sequenza dei bicchieri posta sul bancone costituisca una struttura ambientale in grado di ridurre lo sforzo cognitivo, di modo che non debba ogni volta ricordarsi l’ordine ricevuto. Ma questo non è l’unico caso: i malati di Alzheimer per esempio utilizzano spesso carta e penna per scrivere ciò che devono ricordare; i sostenitori delle scienze cognitive di seconda generazione ritengono che il processo mentale non può sicuramente essere lo stesso se non ci fossero carta e penna ad aiutarli, dunque la carta e la penna come strutture esterne, sono parte integrante del processo cognitivo.
UNA PROSPETTIVA NUOVA E INCERTA
Possiamo dunque dire che il pensiero intelligente e le nostre azioni sono spesso connesse, se non addirittura dipendenti dalla nostra possibilità di sfruttare delle strutture fisiche esterne. Le scienze cognitive classiche criticano questo nuovo approccio, in quanto esse ritengono che la percezione, il pensiero cognitivo e l’azione siano processi distinti, ma oggi giorno non possiamo trascurare gli studi effettuati dalle nuove scienze cognitive. Probabilmente la barlady protagonista del quadro di Manet avrebbe avuto uno sguardo più brioso se avesse utilizzato questo “piccolo trucco”.