L’Europa in fiamme: ecco tre poesie per riflettere sulla paura della guerra

Dal futurismo russo alla nostra letteratura, ecco tre spunti di riflessione sull’atrocità della guerra.

Dispiacere, misto a sdegno, misti a delusione per l’umanità, si susseguono alla visione delle immagini di una guerra. Il tutto non senza una significativa paura. Gli ultimi cento anni non sono stati senza guerre, ma poche sono state le volte in cui il senso comune si è trovato tanto imbevuto di interesse e paura. Per una maggiore attenzione mediatica, per una maggiore vicinanza territoriale alla guerra o per le conseguenze che la guerra in Ucraina può avere a livello globale, gli orrori delle immagini di guerra oggi generano un diffuso senso di inquietudine. Non c’è orrore paragonabile a quello suscitato dalle immagini di bombardamenti e di popoli che scappano, immagini che lasciano a bocca aperta e senza parole. Senza parole, perché non esistono parole giuste per commentare gli orrori della guerra, e allora forse le si può ricercare tra i versi dell’universo letterario. Dal Futurismo russo agli autori del nostro panorama letterario, ecco tre spunti di riflessione tratti dalla poesia novecentesca:

1. L’Europa in fiamme di Vladimir Majakovskij

Vladimir Majakovskij (1893-1930) è stato il principale poeta del Futurismo russo, e più in particolare della tendenza del Cubofuturismo, che si configurava in rotta con la tradizione e proponeva una rivoluzione del linguaggio poetico. Nel poemetto Guerra e Universo, composto tra il 1915 e il 1916, si trova una teatrale descrizione dell’orrore dello spettacolo della Pirma Guerra Mondiale. Majakovskij scrive di una “Europa in fiamme appesa come un lampadario”. La descrizione è drammatica, e nonostante lo stile futurista si percepisce bene la partecipazione emotiva dell’autore nello scenario catastrofico di morte e distruzione.

“Oggi
come un bagliore sulla calvizie terrestre
insanguinando il fermento delle folle,
nel cielo
è l’intera Europa in fiamme
appesa come un lampadario.

Sono arrivati,
per alloggiare nelle valli terrestri,
ospiti
dal terribile aspetto.
Sui lunghi colli cupamente scintillano
collane di palle di ferro.
[…]
Si accende.
Un filare di nuovi querceti.
Un pentagramma di fuoco sulla soglia del prato.
Dalle folgori dei fili spinati
sono divorati i carbonizzati.
Le batterie hanno fatto incandescente l’afa.
Balzano fra i cadaveri di città e villaggi.
Con musi di bronzo divorano tutto.
[…]
“Guerra!
Basta!
Placali!
È nuda ormai la terra”.
Gli uccisi si lanciarono spinti dalla rincorsa,
e ancora
per un istante
corrono senza teste.
[…]
Nessuno sa se
giorni
o anni
sono passati da quando sul campo
il primo sangue hanno dato alla guerra,
stillandolo a goccia a goccia nella tazza della terra.”

2. “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo (1901-1968), che nel 1959 ha ricevuto il Premio Nobel, raggiunge il vertice della propria lirica nella raccolta Giorno dopo giorno, pubblicata nel 1947.  Partecipe al dolore e alla sofferenza si colloca in componimenti come Uomo del mio tempo, in cui davanti agli orrori della guerra e delle stragi di uomini, accusa l’umanità di non cambiare mai. Scienza, tecnologia e progresso consentono di assaggiare l’illusione di un processo evolutivo che sembra non compiersi mai: l’uomo del suo tempo, nel 2022, sembra non essere ancora cambiato, sembra oggi anche l’uomo del nostro tempo.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

3. “San Martino del Carso” di Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti (1888-1970) ha in prima persona vissuto gli orrori della guerra. La sua penna è tra quelle che meglio raccontano, o tentano di descrivere, la drammaticità di morte e distruzione. Tanti sono, tra i suoi componimenti, quelli che consentono una riflessione sullo scenario bellico. In fondo alle sue parole, un’unica verità, contenuta nei versi finali del componimento “San Martino del Carso“: dinanzi all’orrore della guerra è sempre il cuore, il paese più straziato. Dal Valloncello dell’Albero Isolato Ungaretti scriveva infatti queste parole, il 27 agosto 1916:

“Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato.”

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