Machiavelli in casa Lannister: la filosofia politica di Tywin come quella del Principe

La filosofia politica di Machiavelli trasportata in Game of Thrones.

Tywin Lannister (Charles Dance) in una scena di Game of Thrones

Quando nel settimo episodio della prima stagione Jaime Lannister non uccide quando può Ned Stark, il capo principale della famiglia avversaria alla sua, e si giustifica al padre con l’argomento della lealtà, viene subito rimproverato. Per Tywin la guerra, e in questo caso la politica, non deve essere guidata dalla morale. Le due sfere restano nettamente distinte. Una tesi di liceale memoria, che Machiavelli delineava già nel Principe e che segna forse l’inizio della scienza politica moderna propriamente intesa. La vera virtù, insegnava lo storico fiorentino, consiste nella capacità di conservare lo Stato qualsiasi sia il prezzo. Vale a dire: ciò che è migliore moralmente non è necessario che sia migliore politicamente. Una separazione, quella tra etica e politica, che conosce ampia fortuna nella storia del pensiero, ma che spesso è stata anche contrastata. O forse la virtù sta nel mezzo?

Parola di Lannister

Esattamente come il leone simbolo della casata dei Lannister, anche Jaime a detta di Tywin dovrebbe incutere timore, senza preoccuparsi delle opinioni altrui né tantomeno di lealtà. Ed esattamente come una volpe, l’altro animale dall’eco machiavellico, dovrebbe imparare a cogliere il momento opportuno, e senza scrupoli, perché l’unico interesse deve essere quello di salvaguardare la propria famiglia. Virtù, fortuna. Leone, volpe. L’agire di un Lannister deve essere precisamente come quello del principe di Machiavelli. ”Il leone non s’interessa dell’opinione delle pecore”, rispondeva Tywin al figlio preoccupato per l’amoralità delle proprie azioni. Gli altri infatti non sarebbero capaci di comprendere le motivazioni della scelta politica, spesso additando proprio la sua anti-eticità. Ma non per questo l’azione non deve essere compiuta. Anzi. Perché quello che rimarrà non è ”la gloria personale, l’onore”, ma solo la famiglia; un qualcosa di collettivo, un qualcosa di più ampio. L’unica cosa che si salverà e l’unica che ci si deve impegnare a salvare. Per questo ogni azione deve essere rivolta alla sua sola conservazione.

Niccolò Machiavelli (1469-1527)

Machiavelli e il pragmatismo

Comincio sfatando un mito: Machiavelli non disse mai la frase ”il fine giustifica i mezzi”, che invece gli viene spesso attribuita. Il solo termine ”giustificare” presuppone una dimensione morale dell’azione, che invece il filosofo fiorentino non considera. Il metro di misura della politica è un altro ed è volto alla mera valutazione. Unico fine da perseguire è il mantenimento dello Stato, che esclude di per sé nella sua sola definizione un’impostazione di tipo morale. La base su cui poggia l’azione politica deve essere, fondamentalmente, antropologica, e antropologica vera: non quindi nell’ottica di un mondo ideale del come dovrebbe essere, ma fatto di progetti realistici a partire dal mondo che è. Di qui il realismo di Machiavelli. Ed è per questo che l’azione politica è politica in sé e per sé, priva accostamenti alla dimensione morale che risultano comunque forzati; ed è per questo che non esiste politico innocente. Il male è necessario e necessitato. Perché la politica è un rapporto di forze, basato sulla solidità delle istituzioni e la loro durata, sulla stabilità economica e quella militare. Tutto il resto non serve, è solo forma o apparenza, come la bontà e la giustizia di cui tanto parlava Cicerone. Per questo astuzia e violenza, volpe e leone, sono necessari al principe. La virtù, come dice l’etimologia stessa della parola, è semplicemente vir-, forza, e quindi amorale (che non è da confondere con l’anti-morale).

Tywin Lannister (Charles Dance) e Jaime Lannister (Nikolaj Koster-Waldau), s1 ep7

Etica o politica?

Dopo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) pensare ad una politica che ignori i valori morali, e quindi il rispetto dell’uomo-cittadino inteso prima di tutto come persona morale, è assolutamente – e per fortuna – impensabile. Philip Pettit, professore di Politics and Human values a Princeton, sostiene che una solida etica del rispetto debba regolare non solo le relazioni personali, ma anche quelle collettive e istituzionali. E con questa tesi dà avvio alle teorie contemporanee dell’etica del rispetto, elemento fondante di ogni dimensione umana. È anche vero che non può mancare, in politica, una certa dose di pragmatismo. Anche la capacità di valutare in modo pratico le situazioni, di fronte ai dilemmi morali che spesso le si presentano, non può essere trascurata in nome del pur giustissimo ideale di moralità. Forse la risoluzione a questo dualismo è contenuta in un semplicissimo passaggio di Etica e politica, il testo di Benedetto Croce (1866-1952) in cui confluiscono tutti i precedenti scritti e frammenti che ruotano intorno al tema. ”L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”. E cioè: togliere dalla politica non la morale, ma solamente il moralismo.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: