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Ma che cos’hai in mente? Ecco come alcuni filosofi spiegano l’io

Ma che cos’hai in mente? Ecco come alcuni filosofi spiegano l’io

Ecco una lista di alcune delle più famose teorie filosofiche per spiegare la natura dell’io. 

Fonte: unsplash.com

Fin dall’inizio la filosofia si è posta il difficile problema dell’identità personale, su come essa vada intesa e quali siano le sue caratteristiche fondamentali. Diamo voce a cinque autorevoli protagonisti del dibattito.

 1. Aristotele e la forma

I filosofi antichi erano privi di un vocabolario ricco come quello attuale per trattare l’identità personale: un termine come “coscienza”, per come lo si intende oggi, era sconosciuto a quei tempi, ma non per questo arrestarono la loro indagine. Aristotele, a esempio, credeva che l’uomo avesse un’anima, ma non è come siamo abituati a immaginarla: non è una sorta di “soffio” che vivifica il corpo, e che riesca in qualche modo a distaccarsi da esso. L’anima non è un’entità, ma possederla significa avere determinate facoltà in grado di rendere il corpo quello che è: se le orecchie fossero essere viventi, la loro anima sarebbe la capacità di ascoltare. Anima e corpo sono dunque qualcosa di intrinsecamente legato, proprio perché la prima è ciò che dà forma al secondo, nel senso che è ciò che fa esprimere al massimo le potenzialità insite nel corpo. Questa forma, unita al corpo, non è altro che ciò che ci identifica, la nostra essenza in quanto esseri umani.

2. Cartesio e la coscienza 

Cartesio, alla continua ricerca di qualcosa che sia assolutamente certo e lontana da ogni dubbio, conclude dicendo che “l’asserto io esisto è impossibile che non sia vero”. Tuttavia, ora resta da capire che cosa sia questo “io” di cui parla:

“Dovrò stare attento a non scambiare per me, imprudentemente, qualcosa che sia invece diverso da me”.

Cartesio risponde a questo problema dicendo che ciò che lo caratterizza, che è assolutamente indubitabile, è l’attività del pensiero, della riflessione. Per il filosofo francese l’io è una cosa che pensa, una mente, che è completamente distinta dal corpo (a differenza di Aristotele): perché mentre l’uomo avverte la prima in maniera chiara e distinta, i sensi invece spesso sono fallaci e ingannano, causando spesso illusioni. Questa concezione ha causato un forte dualismo fra due entità: la sostanza pensante e quella estesa, la materia, e il tentativo di molti pensatori successivi è stato quello di riunirle. Ma se da un lato ha creato una frattura decisiva, dall’altro ha attuato un’autentica rivoluzione nel modo di concepire l’identità: se prima era qualcosa da ricercare all’esterno, nel mondo, per Cartesio adesso è una faccenda esclusivamente privata: con “mente” non intende solo l’attività riflessiva, ma anche la consapevolezza che accompagna le sensazioni (percepire di percepire qualcosa) e le emozioni umane. Ha di fatto scoperto la coscienza per come la intendiamo noi oggi: ciò che identifica le persone sono i propri pensieri e i propri sentimenti, e in questo senso, siamo tutti “figli” di Cartesio.

3. Locke e la consapevolezza 

Anche John Locke, sebbene appartenga a una scuola di pensiero diversa da quella cartesiana, ne accoglie in parte la lezione per quanto riguarda la consapevolezza (la coscienza immediata di noi stessi e delle nostre percezioni), che per l’inglese è la chiave per comprendere ciò che siamo. L’identità di una persona non è rappresentata dal corpo, ma dalla possibilità di estendere la propria consapevolezza a eventi passati che riconosce come propri, è la continuità psicologica ciò che conta: 

“Se io avessi la coscienza di aver visto l’arca di Noè e il diluvio universale come ho quella di aver visto lo straripamento del Tamigi l’inverno scorso, o che ora ho di scrivere, non potrei dubitare che l’io che sta scrivendo ora, che ha visto straripare il Tamigi l’inverno scorso e che ha visto il diluvio universale, sia lo stesso io”.

4. Hume e il fascio di impressioni

A una svolta più scettica arriverà il filosofo scozzese David Hume, che, anche se può sembrare sorprendente, dubitava seriamente di avere qualcosa come l’identità personale. Egli sosteneva che non facciamo mai realmente alcuna esperienza di un qualcosa di costante e unitario come l’io, ma solo di una successione di stati d’animo, un fascio di impressioni che fanno apparizione all’interno della coscienza come in un teatro. Queste variano in continuazione, perciò: 

“Quando più profondamente mi addentro in ciò che chiamo me stesso, sempre m’imbatto in una particolare percezione: di caldo o di freddo, di luce o di oscurità, di amore o di odio, di dolore o di piacere. Non riesco mai a sorprendere me stesso senza una percezione o a cogliervi altro che la percezione”.

Tuttavia, se davvero avesse ragione Hume, chi crea l’illusione dell’io? Sarebbe sostituibile? Ma, soprattutto, chi dà una coerenza e una struttura al “teatro della mente”?

Immanuel Kant

5. Kant e “l’io penso”

Rispondendo a queste domande, Immanuel Kant afferma che, per avere qualcosa come l’esperienza, il soggetto ha bisogno di riconoscere quelle impressioni di cui parlava Hume come proprie. Non ha senso andare a cercare l’io in qualche percezione, come se si nascondesse da qualche parte o come se fosse una sostanza. L’io penso, semmai, è ciò che organizza il tutto: un processo di sintesi che, a partire dalla molteplicità delle sensazioni, le riconduce in un’unità. Attraverso la riflessione si possono riconoscere diverse caratteristiche di un’esperienza ( se è bella, è profumata ecc.) ma il fatto che sia mia sta prima, è a priori: gli stati d’animo, presi da soli, sono sì mutevoli, ma li posso riconoscere come uniti grazie all’attività dell’intelletto, che dà a essi significato, ed è dunque la condizione principale per avere un’esperienza. “Non c’è esperienza senza il soggetto”, ma quest’ultimo è diverso da quello cartesiano, poiché non è una sostanza a sé stante, ma un io immerso nel corpo, che collabora con il realtà esterna per costruire “la scena”. É ciò che permette di avere una relazione qualsiasi con il mondo.

 

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