Il Superuovo

Innamorarsi di un uomo adulto: “Call me by your name” racconta di un eròmenos moderno

Innamorarsi di un uomo adulto: “Call me by your name” racconta di un eròmenos moderno

La cultura greca pervade il film di Guadagnino ricreando una relazione omosessuale simile a quelle presenti nell’antica Grecia

Le anime di Elio e quella di Oliver sono fuse come quelle di Efestione e Alessandro, ma tale simbiosi rende il distacco straziante. I protagonisti di queste relazioni tra giovani e adulti, continuano una tradizione già da tempo conosciuta

La storia di un’estate indimenticabile

La meraviglia di un amore che esplode fra le mani, che si scioglie al sole di un’estate passata “da qualche parte nel nord italia”. Tra i libri di archeologia, foto catalogate di statue greche e succo all’albicocca, sboccia la passione tra Elio e Oliver, protagonisti del film “chiamami col tuo nome” di Guadagnino (2017), tratto dall’omonimo libro.

Ci troviamo negli anni ’80, Elio è un ragazzo di diciassette anni, ama la musica, trascrive brani classici ed ha una salute cagionevole. Cresce in mezzo alla cultura, il padre è americano ed è professore di archeologia, la madre è francese ma ha origini italiane, per questo la famiglia passa le vacanze estive in Italia, dove possiedono una villetta. Ogni anno Elio è costretto a cedere la sua camera a “l’usurpatore”, un giovane studioso di archeologia selezionato dai suoi, che passa con loro il periodo estivo studiando e lavorando a fianco del padre.

Quell’estate per Elio non sarà come le altre, la tensione che nasce immediatamente tra i due non è che una risposta all’attrazione incontrollabile che si sviluppa sin da subito. Oliver è un giovane americano, sicuro di se, sfrontato, il suo corpo è possente, perfetto agli occhi dell’adolescente che in lui rivede la magnificenza di una statua greca.

I due si tengono a distanza, entrambi hanno delle avventure amorose con delle ragazze del luogo, Elio inconsciamente brucia di gelosia, “è meglio parlare o tacere al costo di morire?” è il dilemma che si pone, non sapendo se esprimere il proprio tormentoso sentimento di attrazione e brama verso il più grande e maturo Oliver, tentenna, è incerto nei movimenti, ma inevitabilmente il desiderio è destinato a compiersi. I due, dalla contemplazione a distanza, iniziano ad avvicinarsi, dopo una lite si riappacificano ma senza ancora toccarsi, Oliver infatti porge ad Elio il braccio di una statua greca appena rinvenuta da un fondale, lentamente iniziano a sfiorarsi, la smania di aversi è incontenibile ed esplode agli sgoccioli di quell’idilliaca estate che entrambi non dimenticheranno mai.

“Chiamami col tuo nome ed io ti chiamerò col mio” è la narcisistica promessa che si scambiano  i protagonisti rispecchiandosi vicendevolmente, essendo prigione e rifugio l’uno per l’altro. La trasformazione che l’esperienza erotica ha comportato per il ragazzo, ha cambiato il suo nome, la sua identità. “Alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento”, Elio si imbatte nel celebre aforisma del filosofo greco Eraclito spulciando fra gli appunti per la tesi del dottorato dell’amante, accorre la consapevolezza che nulla sarà più come prima, ma trascina con se la dolorosa realtà, che è quella che allontanerà i due amanti finita la bella stagione.

L’omosessualità nell’antica Grecia

L’intero film è impregnato di cultura e filosofia greca, e non mancano riferimenti nemmeno nelle meravigliose colonne sonore, traducendo il testo della canzone “Mistery of love” di Sufjans Stevens:

“come Efestione, che è morto

L’amante di Alessandro

Ora il letto del mio fiume si è asciugato

Non troverò nessun altro?”

Quando morì Efestione, compagno amatissimo, Alessandro Magno perse letteralmente la testa: “Non essendo in grado di controllare il dolore – racconta Plutarco – Alessandro fece tagliare la criniera a tutti i cavalli e i muli, abbatté i merli dei muri delle città vicine, crocifisse il medico (che aveva curato Efestione), non permise che nel campo si sentisse musica di flauti…”. Ma nulla leniva il dolore, e allora “ricorse alla guerra, come se andasse a caccia di uomini sottomise le tribù dei Cossei e fece uccidere tutti i giovani in età di combattere…”. Anche chi conosceva da sempre Alessandro fu colpito da questi eccessi. I due erano cresciuti insieme, si racconta che durante il loro primo incontro Efestione donò ad Alessandro un dente da latte che gli era caduto durante la notte in segno di amicizia, Alessandro allora per non essere da meno, si staccò un dente e lo donò ad Efestione, promettendo che sarebbero stati amici fino alla morte.

Nel mondo greco l’omosessualità era accettata entro certi l’imiti, ad un uomo era consentito avere rapporti sessuali sia con donne che con uomini, ma in quest’ultimo caso, egli doveva ricoprire la funzione del partner attivo. L’etica sessuale greca identificava infatti la virilità con l’assunzione del ruolo attivo durante il rapporto sessuale. I partner sessuali passivi dovevano essere (almeno teoricamente) solo adolescenti, che spesso erano equiparati alle donne sotto molti aspetti: non avevano la piena capacità di ragionare, e dunque necessitavano di essere tutelati, come le donne, non erano sessualmente attivi e per questi motivi, fino al raggiungimento della maturità, potevano avere un amante adulto. Era questo il tipo di relazione che intercorreva tra i due, Aristotele riferendosi al loro rapporto, parlò di “una sola anima dimorante in due corpi”, Efestione e Alessandro erano fusi insieme così come Elio e Oliver, e come lo erano stati Patroclo e Achille. I due amanti greci, ripercorrendo i passi dei protagonisti epici, portarono delle ghirlande sulle loro tombe, Alessandro pose una ghirlanda sulla tomba di Achille ed Efestione una su quella di Patroclo, configurando Efestione quale erómenos (adolescente che aveva una relazione d’amore con un adulto) di Alessandro, come Patroclo lo era stato per Achille.

Crescere grazie al dolore

Patroclo e Achille, Efestione e Alessandro, Elio ed Oliver, sono storie d’amore dal finale doloroso

“ti ho amato per l’ultima volta

È una visione? È una visione?

E ti ho toccato per l’ultima volta

È una visione? È una visione?”

(Vision of Gideon, Sufjan Stevens)

Nell’ultima toccante scena del film, il padre di Elio gli impartisce una lezione molto importante: ciò che i due hanno vissuto è stato qualcosa di talmente tanto bello che non tutti hanno la fortuna di poter sperimentare. Il ragazzo adesso patisce le sofferenze causate dalla partenza dell’amante, probabilmente preferirebbe strapparsi via il cuore, potesse, spegnerebbe immediatamente le sue emozioni, vorrebbe metterle a tacere, ma gridano e lo straziano. Magari anch’egli si raserebbe i capelli come fece Achille per Patroclo e Alessandro per Efestione, gli fosse concesso, farebbe rimbombare il suo dolore persino nelle città vicine, stendendo un velo di tristezza spesso tanto quanto quello di Alessandro su tutto ciò che lo circonda. Eppure il consiglio del padre, è quello di assecondare questo dolore, di non sopprimerlo, “strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite, che finiamo in banca rotta già a trent’anni, e abbiamo meno da offrire ogni volta che incontriamo una persona nuova”, passare attraverso il dolore, imparare a dargli significato, ci rende consci del fatto che tutto scorre, panta rei (Eraclito).

 

 

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