Il Superuovo

Un centro di gravità permanente: tutti almeno una volta l’abbiamo cercato, o perlomeno pensato

Un centro di gravità permanente: tutti almeno una volta l’abbiamo cercato, o perlomeno pensato

Pirandello e Battiato attraverso evocative immagini ci aiutano a destreggiarci nella realtà di tutti giorni.

Uno musicista e l’altro letterato, entrambi artisti e figli della terra di Sicilia, con la loro originalità descrittiva e narrativa tematizzano nella loro opera la crisi dell’individuo nella modernità.

Dai gesuiti euclidei alle strade di Pechino: la musica eclettica di Battiato

Nato in Sicilia nel 1945, la sua musica ha fatto il giro del mondo: sin dall’inizio della sua carriera, Battiato partecipa attivamente alle correnti di sperimentazione europee ed abbraccia, oltre a quelle occidentali, anche le culture e le filosofie orientali. La sua è una musica poliedrica, che va dal classico al pop attraversando il mistico. Negli anni pubblica per diverse case discografiche canzoni che hanno goduto di grandissima fortuna: si pensi a Bandiera Bianca, E ti vengo a cercare, Voglio vederti danzare, La Cura e Centro di gravità permanente. Quest’ultima appartiene all’album “La voce del padrone”, pubblicato nel 1981, nonché uno dei più importanti nella storia della musica italiana. La canzone, divenuta presto popolare, oscilla tra citazioni dotte, che caratterizzano tutta la produzione di Battiato, a parole semplici che evocano situazioni quotidiane. Così l’autore passa dal citare la dinastia dei Ming al raccogliere le ortiche a maggio. Il tutto con uno stile innovativo e per niente scontato per l’Italia del tempo: chi mai, se non attraverso le sue strofe, avrebbe pensato ai “gesuiti euclidei” e “alle strade di Pechino”?
Il senso del brano, che contiene elementi tutti scollegati fra loro dal punto di vista logico, è racchiuso interamente nelle parole del ritornello:

Cerco un centro di gravità permanente
Che non mi faccia mai cambiare idea
sulle cose sulla gente

Quest’ultimo funge esso stesso da punto fermo tra il caos delle strofe e, più in generale, simboleggia quello che cerchiamo ogni volta che ci sentiamo in balia degli eventi e vorremmo poterci fermare un attimo per guardarli con più lucidità.

Siamo tutti uno, nessuno e centomila: Pirandello e la ricerca del punto fermo

Chi meglio di Luigi Pirandello può farci riflettere riguardo l’idea che abbiamo “sulle cose e sulla gente”? Vincitore nel 1934 del Premio Nobel per la Letteratura, Pirandello ha una concezione della vita e del rapporto tra persone indubbiamente nuova per la civiltà novecentesca, risultato dell’affermazione di tendenze spersonalizzanti nella società. La realtà, secondo lo scrittore siciliano, è un’incessante e caotica trasformazione da uno stato all’altro, che rende inutili i nostri tentativi nel perseguire una personalità coerente e unitaria. Crediamo di essere “uno” per noi stessi e per gli altri, mentre siamo in realtà “centomila” individui diversi a seconda della visione di chi ci guarda. Ogni forma che adottiamo nel rapportarci con gli altri è in realtà una maschera che imponiamo a noi stessi, alimentata anche dal contesto sociale. La produzione letteraria di Pirandello, prendendo le mosse dalla constatazione che ognuno di noi è “uno, nessuno e centomila”, approda essa stessa alla ricerca di un centro di gravità che aiuti a destreggiarsi nel caos della vita. Una ricerca che però risulta essere vana: l’individuo e la vita sono in eterno fluire e il tentativo di trovare un punto fermo sia in noi stessi che negli altri…è di fatto destinato a fallire.
Ad accomunare Pirandello e Battiato è anche il ricorso a immagini non comuni che riescono, come pochi altri, ad imprimere nella mente delle persone. Che ci parlino di una “vecchia bretone” o di una “signora imbellettata”, la loro capacità di narrazione ce le fa immaginare proprio davanti a noi: la prima con il suo ombrello di carta di riso e canna di bambù; l’altra mentre racconta le sue peripezie per mantenere quell’immagine giovane che tanto piace alla società.

Accettare il caos della vita rimanendo sempre fedeli a noi stessi

Tutti prima o poi desideriamo trovare quel centro di gravità permanente che funga da porto sicuro. L’intuizione di Battiato trova un grande riscontro nell’oggi: viviamo in un’epoca caratterizzata da una crisi di valori e di identità, contraddistinta da una forte trasformazione materiale non accompagnata da un adeguato background culturale. La nostra società, fortemente dominata dalla tecnologia, accusa una mancanza di solidi valori mettendo in secondo piano la cultura, specie quella umanistica. In un “deserto valoriale” di questo tipo, spesso, ci troviamo unicamente in balia dell’apparire e dell’immagine che pensiamo gli altri abbiano di noi. Non troviamo più quel punto fermo che ci sarebbe di grande aiuto per riconoscere noi stessi e crearci un’opinione “sulle cose e sulla gente”. Cerchiamo così sicurezza nel consumismo e indossiamo un determinato capo d’abbigliamento per sentirci parte integrante della società, acquistiamo prodotti per sentirci a nostro agio con gli altri, frequentiamo determinati ambienti che conferiscano “valore” alla nostra persona. Il rischio che corriamo è quello di di perdere la nostra vera essenza e di cambiare continuamente idea su noi stessi, sui nostri veri obiettivi e sugli altri. È necessario dunque trovare un’armonia tra essere e apparire: il primo porta con sé i nostri beni più preziosi; il secondo, invece, può solo valorizzarli ma non sostituirsi ad essi.

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