L’uomo, un “animale sociale”: ecco perchè desideriamo vedere gli altri

Il 9 marzo 2020, ormai due mesi fa, il premier Conte annunciava l’inizio del lockdown per l’intera nazione. Agli albori della Fase 2, il bisogno di  “normalità” si fa sempre più urgente, la socialità ci è più che mai necessaria. 

Sono stati due mesi non facili per tutti gli italiani, per quando (ovviamente) alcuni abbiano sofferto molto di più per via di questa pandemia, che sembra non lasciarci tregua. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, la quarantena forzata ha lasciato un segno profondo, ognuno di noi ne ha risentito, la nostra psiche ha subito delle conseguenze. Tra le cose che più ci mancano della nostra vecchia, affezionata normalità, una è di certo la vita sociale. La natura umana richiede, in diverse misure, il rapporto con l’altro. Quando ciò gli è impedito, la nostra interiorità ne risente, si mostra più fragile che mai.

L’intuizione aristotelica

Il filosofo greco Aristotele, vissuto ben 2500 anni fa, è stato un grande studioso della natura umana, e un attento osservatore dei tratti che accomunano la nostra specie. Analizzando se stesso e i propri simili, è riuscito a comporre quella che potremmo quasi definire una psicologia ante litteram, ovviamente in chiave filosofica, elencando i bisogni primari dell’uomo, soffermandosi su quelli che lo distinguono dal resto degli esseri viventi.  “O ἄνθρωπος φύσει πολιτικoν ζῷον” (traslitterato: O anthropos physei politikon zoòn), afferma Aristotele nel primo libro della sua Politica. “L’uomo è per natura  un animale sociale”, potremmo tradurre. Con il termine πολιτικoν il filosofo spiega e riassume uno dei caratteri più propri dell’essere umano, e cioè la sua “politicità”, il suo bisogno di confronto e di rapporto, senza il quale sarebbe un comune animale solitario. La socialità, d’altronde, è anche fondamentale dal punto di vista epistemologico, per il processo della conoscenza. Non possiamo trovare il sapere in noi: dobbiamo fare esperienze, della natura che ci circonda, degli oggetti che la compongono, e soprattutto dell’altro, del nostro affine. Lo scambio delle opinioni, il dialogo, il vivo rapporto con il nostro simile non può far altro che arricchirci, contribuire al nostro processo di formazione: ci apre a nuove conoscenze, a nuove idee, a nuovi punti di vista.

Hegel e il riconoscimento di sè

Molti secoli dopo, all’inizio dell’800, ritroviamo l’importanza del ruolo del prossimo in un altro, fondamentale, filosofo. Si tratta del tedesco Hegel, che, in diversi punti della sua ampia e complessa trattazione, sottolinea la necessità dei rapporti sociali. Questo bisogno nasce dall’incapacità della coscienza individuale di comprendersi e riconoscersi in autonomia. L’intersocialità, il “vedere gli altri”, è di fondamentale importanza perché il singolo individuo possa capire prima di tutto se stesso. Possiamo essere “per noi“, ovvero riconoscere cosa siamo, se innanzitutto siamo “per l’altro“, e viceversa. Gli altri sono necessari a noi come noi siamo necessari agli altri. Nel percorso di formazione dello Spirito che Hegel tratteggia nella sua Fenomenologia, “l’altro” è una tappa obbligatoria, tra le principali. Come era stato per Aristotele, senza l’esperienza del mondo e della socialità rimaniamo vuoti, chiusi in un mondo illusorio, incapaci di vedere quello che realmente ci circonda. Senza il nostro prossimo, rimaniamo un po’ come ci aveva descritti Leibniz, un altro filosofo tedesco ben precedente ad Hegel . Per Leibniz infatti, noi tutti non siamo altro che delle monadi (dal greco μόνος, “solo, singolo”), incapaci di uscire dal nostro guscio, in grado di vedere la realtà solo attraverso uno specchio, un filtro, che ce la restituisce non per come essa è in sè, ma per come noi la vogliamo pensare. Hegel non accetta questo punto di vista: la sua soluzione consiste proprio nella socialità.

Perchè vogliamo “aggregarci”

Filosofia, psicologia, semplicemente la nostra stessa natura umana ci rivelano che il rapporto e il confronto sono per la maggior parte degli esseri umani dei  veri e propri bisogni, tanto quanto lo sono dormire e mangiare. La stessa definizione di persona, nella psicologia tradizionale, è quella di un “soggetto che sappiamo e crediamo costruirsi e ricostruirsi nelle interazioni e nelle relazioni sociali“.  Il singolo forma una propria “identità sociale“, che completa e si compenetra all’identità personale. Di fatto, l’immagine di noi stessi che componiamo a partire dalla consapevolezza di appartenere a una società, va ad influenzare tutto il nostro essere, e di conseguenza il riscontro con il gruppo di appartenenza deve essere continuo. Ecco perché, infine, ci è così difficile, dopo così tanto tempo, rimanere soli con noi stessi, continuare a sopportare questo isolamento. Se c’è un motivo, però, per cui dobbiamo ancora per un po’ rispettarlo,  è proprio perchè potremo ritrovare, alla fine di questo terribile momento storico, il conforto del gruppo, l’arricchimento che solo i rapporti umani possono offrirci.

1 thought on “L’uomo, un “animale sociale”: ecco perchè desideriamo vedere gli altri

  1. L’ Essere Umano è una forma stabile con capacità creative, obbligato dal bisogno. L’ Essere Umano si adatta, si adegua e si migliore, cambia modo, le altre forme di vita , gli animali, si adattano, si adeguano, causa difficoltà ambientali, sviluppano necessità per avere continuità. Gli animali hanno capacità adattive, l’Essere Umano ha capacità creative

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