Il Superuovo

L’ossessione del doppio: il Doppelgänger di “Living with yourself” spiegato da Freud

L’ossessione del doppio: il Doppelgänger di “Living with yourself” spiegato da Freud

Il tema dell’alter-ego torna in una commedia di Netflix che diverte e inquieta. Freud ci spiega il perché.

Lanciata sulla piattaforma di streaming nel 2019, Living with yourself è una commedia grottesca e paradossale. Paul Rudd interpreta magistralmente lo sdoppiamento di persona, facendo rivivere uno dei topoi ricorrenti della cultura occidentale: il doppio.

AFFRONTARE IL PROPRIO CLONE: LIVING WITH YOURSELF

Living with yourself  è una serie Netflix forse non troppo originale, ma assolutamente godibile.

La trama ruota intorno alla figura di Miles Elliot, impiegato in un’azienda pubblicitaria con il sogno di diventare drammaturgo. Al suo fianco, la moglie Kate, entrambi congelati in un matrimonio che fatica a progredire. In effetti, già dai primi minuti è chiara la frustrazione che grava sulle vite della coppia. Il senso di insoddisfazione per una vita lavorativa mediocre e un rapporto coniugale in stallo sono vissute da Miles come un pesante fardello di sconfitta personale. Sarà proprio questo a spingerlo nelle braccia di una curiosa clinica, il cui slogan promette un sogno: la versione migliore di te!

Tuttavia, il prezzo da pagare è alto. Miles non sa che, una volta sedato, il trattamento miracoloso consiste nella completa clonazione fisica e psichica di sé. Nasce così una copia conforme che si distingue distinta dall’originale per l’assenza delle caratteristiche “fallimentari”.  La prassi prevede poi la sepoltura dell’originale e la sua completa sparizione. Ma qualcosa va storto e Miles si sveglia per tempo. Inizia così una vita sdoppiata, imparando con fatica a vivere con il suo alter-ego identico ma potenziato, in una progressione di equivoci, situazioni paradossali e riflessioni esistenziali.

Living with yourself è presentata come una commedia. In effetti lo è. Eppure, fallisce in quello che è lo scopo principale del suo genere: far ridere. O, quantomeno, sorridere. Al contrario, l’esperienza dello spettatore è caratterizzata da un perenne e sottile senso di inquietudine e disagio, complice anche la grande bravura interpretativa del protagonista.

Perché succede questo? Forse Freud ci tende una mano per comprenderlo.

UNA CULTURA OSSESSIONATA DAL DOPPIO: LO SPETTRO DEL DOPPELGÄNGER

Il tema del doppio non è certo un’invenzione contemporanea.

La scissione dell’io in due corpi è un topos che accompagna e affascina l’umanità sin dalle origini. Già nella mitologia greca troviamo l’emblematico Narciso, il quale si innamora della sua immagina riflessa. L’immaginario collettivo è ricchissimo di doppi, che spesso richiamano la duplice natura dell’uomo: razionale e animale. Ne sono un esempio tutte le creature del folklore che mutano la propria forma in base a circostanze specifiche: le ninfe, i vampiri o i licantropi. Lo strano caso del dott. Jekyll e Mr. Hide è l’opera più rappresentativa della dualità, ma non è l’unica. Così come il doppio non si risolve unicamente nel binomio: uomo-animale.

Un altro doppio classico, in effetti, è quello amoroso. Affonda le radici nel mito dell’androgino platonico, ma lo si ritrova con forza anche in Cime tempestose, la cui protagonista Catherine afferma chiaramente:

Lui è più me di me stessa. Di qualunque cosa siano fatte le anime, la mia e la sua sono uguali.

Ancora, il doppio si manifesta come psicologico-schizofrenico, rappresentato magistralmente in Fight Club.

Letteratura, cinema, teatro, arti figurative, folklore, la cultura occidentale trabocca di doppi e Living with yourself non è che l’ultimo arrivato della lista. Ma da dove nasce questa ossessione?

La psicologia e la filosofia possono aiutarci a capirlo. Sì perché in effetti il tema della dualità ha un’origine fortemente connaturata all’interiorità umana ed è ciò che si chiama Doppelgänger. Tale termine viene tradotto alla buona come sosia, ma letteralmente significa doppio viandante. Questa dicitura rende meglio il senso del termine: Doppelgänger è la sensazione, se non addirittura la certezza che in noi esistano due persone. Non solo, è  la consapevolezza che una delle due sia cattiva o, comunque, da tenere a bada. Il celebre gemello malvagio che dobbiamo far attenzione a non lasciar uscire.

Il noto neurologo Oliver Sacks testimonia di fenomeni allucinatori in cui i pazienti affermano di aver visto il proprio doppio. Certo, questo è un tema che non ci compete approfondire, ma è un’ interessante dimostrazione di come questa ossessione per la dualità sia profondamente intrinseca dell’uomo. Come tale, l’umanità ha cercato da sempre di raccontarla attraverso l’arte.

Ora si può richiamare Freud per rispondere alla domanda di apertura: perché le storie di doppi ci affascinano, ci divertono ma in fondo ci inquietano?

 

UN SIMILE CHE SPAVENTA: IL PERTURBANTE

Freud inserisce il Doppelgänger  nell’ambito della sua teoria psicanalitica, associandolo strettamente al concetto di rimozione.

Secondo il medico austriaco, infatti, l’altro, il doppio, si costituirebbe a partire da tutto ciò che il super-io rimuove. Il Doppelgänger si configura quindi come il bacino in cui confluiscono  tutte quelle esperienze, ricordi, emozioni che reprimiamo. In tal modo, si struttura un duplicato dell’io che è al contempo lo stesso ma opposto, come il negativo di una fotografia. Ora questo negativo dell’io, che crediamo di aver estromesso dalla nostra esistenza, in realtà si manifesta continuamente. Nella vita quotidiana e soprattutto nel rapporto con gli altri prende vita il nostro alter-ego, proiettandosi nell’altro. Proiettando sugli altri gli impulsi che noi abbiamo rimosso, si genera la linea di demarcazione necessaria ad affermarci: “io non sono te”. Affermarci come individui singoli attraverso la negazione dell’altro genera quei mattoni che formano il solido edificio chiamato: “io”.

Ma cosa succede quando questo edificio vacilla?

Tale situazione è proprio ciò che Freud definisce come perturbante. Il perturbante è quella sensazione di profondo disagio nei confronti di qualcosa che si percepisce come familiare e rimosso allo stesso tempo. L’incapacità di stabilire la demarcazione tra sé e l’altro determina la rottura della roccaforte dell’io e sviluppa il disagio. Ma c’è di più. Il perturbante ci pone di fronte a ciò che abbiamo voluto sempre cancellare di noi. Non solo non vacilla la nostra identità, ma ci viene mostrato il negativo di noi stessi. Come potremmo essere, ma non siamo.

Per questo il tema del doppio ci affascina e ci terrorizza. Perché il  Doppelgänger ci costringe a fare i conti con la realtà di noi che vogliamo cancellare. L’esperienza del perturbante vanifica in qualche secondo sforzi di una vita.

In effetti, Living with yourself , esprime nel titolo l’incubo più grande. Nessuno vorrebbe vivere con se stesso. Perché tutti siamo Dott. Jekyll e Mr. Hide.

 

 

 

 

 

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