Come fronteggiare l’inevitabilità della morte con romanzi e testi filosofici 

Ogni giorno siamo posti davanti al grande problema della morte: epidemie, malattie e catastrofi naturali ce la presentano come una mostruosa manifestazione, a volte ingiusta e foriera di ogni tipo di dolore. Kawamura Genki e Vladimir Jankélévitch al contrario ne forniscono una visione alternativa in grado di accoglierne la “naturalità” all’interno della nostra vita. 

Vita e morte: una dicotomia micidiale

– Sii sincero, vuoi davvero morire così? Domani?

– No, voglio vivere! Se posso, è ovvio…

– Un modo c’è.

– Un modo?

– Una sorta di magia, diciamo. Ho la possibilità di allungarti la vita.

– Sul serio?

– A una condizione. In altre parole, devi accettare la legge che regola questo mondo.

– A cosa ti riferisci?

– Per ottenere qualcosa bisogna sacrificarne un’altra.

– … che cosa dovrei fare?

– Niente di complicato, devi solo stringere un patto. 

– Quale?

– Devi far scomparire qualcosa da questo mondo. In cambio,  posso offrirti un ulteriore giorno di vita.  

È così che inizia la narrazione del romanzo Se i gatti scomparissero dal mondo dello scrittore giapponese Kawamura Genki. Una suggestione particolare e ai limiti del possibile che però riusciamo a collocare nel nostro immaginario e a farci propria perché siamo consapevoli che “tutto è meglio fuorché la morte”. Perché? La vita, che dir si voglia, è davvero il bene più importante proprio in quanto dimensione ontologica per eccellenza: non avrebbe alcun senso parlare di essere se non ne fossimo partecipi. È questa la “patata bollente” con la quale il protagonista si trova ad avere a che fare dopo aver scoperto di essere affetto da un tumore al cervello incurabile: la consapevolezza che il proprio essere sta per giungere ad una fine e la mancanza di senso che ne deriva inevitabilmente.

La morte come limite

La ricerca di significato accompagna ogni individuo ed è ciò che lo rende tale. Da questo assunto si sviluppa la filosofia di Vladimir Jankélévitch che tenta di spiegare l’esistenza dell’essere umano senza racchiuderla in concetti o dogmi. Nella sua opera La morte, con una tecnica narrativa che ricorda il “flusso di coscienza” joyciano, mostra come in realtà l’insondabilità e l’insolubilità della morte siano il limite necessario per definire la vita. Scrive: “La morte infatti è lo spettro dell’amorfo, la cui minaccia pesa sulla nostra esistenza. Ma l’aspetto più paradossale è che questa minaccia del ritorno all’informe mantiene la tensione alla vita! La minaccia dell’informe non è la forma della vita, ma preserva la forma vitale.” Si potrebbero interpretare queste parole come l’identificazione di un manicheismo tra la vita e la morte, tra l’essere e il non-essere, in grado di spiegare l’una alla luce dell’altra. Ma Jankélévitch frena quest’impulso e chiarifica ancora di più la dimensione del non-essere della morte: “Si sa che la morte arriverà, ma poiché non si sa che cos’è la morte (quid sit mors), non si sa in fondo ciò che accadrà; e così come non si sa quando, non si sa neppure in cosa consiste quel che accadrà, né a maggior ragione se ciò che accadrà consiste in qualche cosa.” La morte altro non è che una parte indispensabile della vita, indispensabile proprio perché ne permette l’esistenza. 

Accettare il nostro essere

Tornando alla suggestione che ci propone il romanzo, come ci dobbiamo porre a questa alla luce di quanto detto sopra? Vivere a discapito di qualcosa che qualifica la nostra esistenza è davvero vivere? Il protagonista affronta sulla propria pelle questo dilemma essenziale e giunge alla stessa  conclusione di Jankélévitch: “Quando un uomo prende coscienza della sua morte, non può fare altro che mettersi il cuore in pace e poco alla volta creare un compromesso tra la speranza di poter vivere ancora e la certezza della vicinanza della fine. Il tutto mentre è attanagliato da piccoli rimorsi  e sogni irrealizzati. A me […] quei rimorsi appaiono come un tesoro meraviglioso. Sono la testimonianza che ho vissuto.” Accettare la fine è il primo passo per vivere appieno la nostra dimensione ontologica: la paura e la demonizzazione nei confronti della morte non fanno altro che impoverire la qualità stessa della nostra vita.
Con il vivissimo consiglio di leggere questo libro meraviglioso, lascio insoluta la vera domanda che ognuno di voi si sta ponendo: ma ha fatto veramente scomparire i gatti?

 

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