Il Superuovo

Lo squarcio del “Velo di Maya” nel “Chien Andalou”, una pellicola intrisa di Surrealismo

Lo squarcio del “Velo di Maya” nel “Chien Andalou”, una pellicola intrisa di Surrealismo

 

 

 

Luis Bunuel richiama un concetto filosofico affascinante, tramite un nuovo modo di concepire e vedere la realtà

 

In un’ atmosfera surrealista, fuori dal normale, il regista spagnolo ci fa immergere in una realtà onirica, in cui tempo e spazio non coincidono, in cui Schopenhauer si fa sentire prepotentemente

 

Il Surrealismo come rottura della tradizone

Nel 1929 il cinema prese già una sua posizione rilevante all’interno di una società alla costante ricerca di nuove invenzioni, innovazioni e sperimentazioni. Con i film di David Griffith il cinema si impose ufficialmente delle regole ferree da seguire e rispettare, come il concetto di “continuity” all’ interno della trama, la trasparenza, la scala di campi e piani ecc… Ma a cambiare le carte in tavola, a portare quella ventata di rivoluzione, ci pensò Andrè Breton, autore de ” Il Primo Manifesto Surrealista” nel 1924. In questo del tutto particolare Manifesto vengono dichiarate le basi ed i precetti sui quali si fonda la nuova corrente, ovvero l’ idea secondo cui l’ Arte deve incidere sulla società, intervenendo assiduamente nel campo sociale, e concepire sempre la stessa Arte come sperimentazione di e su sè stessa. Ad un’ opera d’arte, che sia essa un quadro, un libro, un film, non si chiede di essere utile nella vita quotidiana, bensì di essere un Esempio all’ interno della società in modo tale da poter arricchire il nostro spirito nella dura percezione della realtà. La forma del Manifesto è il mezzo attraverso cui l’ avanguardia surrealista comunica i propri pensieri e programmi, instaurando così una sorta di “terrorismo teorico” secondo il quale la teoria, il progetto, l’idea contano molto di più dell’ opera concretamente realizzata. Sarà dunque possibile creare un’arte nuova, che vada contro quella solidamente istituzionalizzata, solamente trasformando la società e negando tutto ciò che è stato prima. E Luis Bunuel, regista spagnolo nato nel 1900, propone queste rotture con la realtà nei suoi film, soprattutto in “Un Chien Andalou”, diretto insieme a Savador Dalì, altro grandissimo esponente di quell’ avanguardia surrealista, nel 1929. La pellicola inizia, dopo una istantanea inquadratura della luna, con il celebre taglio dell’ occhio della ragazza con un rasoio, subito a segnalare qualcosa di dissacrante e rivoluzionario. Quello che risulta davvero interessante, a livello di sceneggiatura e scenografia, è la presa in giro messa in atto del regista nei confronti del Cinema, che in quegli anni stava sempre più istituzionalizzandosi, con le sue regole, discipline e comportamenti da seguire. “Un Chien Andalou” è un film che presenta una storia, o meglio… che presenta i presupposti per il racconto di una storia! Il luogo in cui si svolge la storia fuori dal normale è uno soltanto, ovvero l’ abitazione della ragazza. E’ un gioco continuo fra dimensione dell’ interno, nella quale la donna viene abusata sessualmente dall’ uomo che la palpa in continuazione, e quella dell’ esterno, vista dai due affacciati alla finestra dell’ abitazione, in cui un uomo androgino tocca con un bastone una mano mozza per poi venire investito da un’ automobile. Tralasciando la trama complicatissima, costruita con scene oniriche in cui tutto risulta essere in disordine, in cui escono formiche da un foro sulla mano dell uomo e così via, è interessante un altro aspetto. Durante tutto l’ arco del film non si può dire che non ci sia un’ idea di leggibilità, ma ciò che si svolge all’ interno della inquadratura è qualcosa di surreale, assurdo, in cui nulla combacia con nulla. Il film risulta essere un vero e proprio sabotaggio delle regole narrative cinematografiche, a partire dalla didascalia iniziale “C’ era una volta…”, che presuppone l’ idea di un racconto che propriamente non esiste, in quanto le scene rappresentano fatti ed azioni che solo il nostro Inconscio può permettersi di immaginare e creare. Tutte le didascalie presenti all’interno della piccola sono motivi di scherno verso quella funzione narrativa e la sua conseguente convenzione cinematografica, poichè Bunuel vuole decostruire la narrazione utilizzandola dal suo interno. In conclusione, più che le immagini stesse, ideate da quel genio di Dalì, a risultare surreale è l’utilizzo stesso del linguaggio cinematografico, tanto decantato ed in continua evoluzione sino a quel momento.

“Il Velo di Maya” secondo Schopenhauer, così difficile da squarciare…

Chiunque abbia studiato un po’ di filosofia sa benissimo quanto Arthur Schopenhauer sia stato un affascinante rivoluzionario e pensatore all’ interno della cerchia millenaria degli “amici del sapere”. All’ interno della celeberrima opera “Mondo come Volontà e Rappresentazione” , il filosofo tedesco introduce il particolare concetto di questo “velo dell’ illusione”, che ottenebra le pupille di noi comuni mortali e ci fa vedere un mondo di cui non si può dire nè che esista nè che non esista. Per apprendere appieno questo particolare concetto è saggio tenere ben in saldo quella differenza che fece Kant tra il fenomeno, la realtà così come appare, ed il noumeno, la realtà così come è. Per il filosofo di Konigsberg la realtà fenomenica è la sola ed unica conoscibile dall’ intelletto umano attraverso le cosiddette “Forme a Priori” di spazio e tempo, ovvero quelle fondamentali categorie che riescono a dare forma al materiale delle sensazioni. Una realtà che rimanda direttamente a quella che l’intelletto umano non può sondare, non può ricercare. Schopenhauer, per spiegare quello che è il suo pensiero, carica i due concetti kantiani di valori così negativi al punto di trovarsi ad affermare che la realtà fenomenica è quella apparenza illusoria che prende il nome di “Velo di Maya”  e che si manifesta tramite quelle forme a priori delle “casualità”, degli effimeri cocci di vetro sfaccettati, che ci offrono una visione della realtà così deforme al punto tale che essa debba ritenersi un inganno e la vita simile ad un sogno. Quel noumeno tanto inaccessibile per Kant diventa per Schopenhauer una realtà accessibile alla quale l’ intelletto umano deve necessariamente ispirarsi e scovarla per comprendere la vera essenza delle cose. E l’ uomo vi può accedere solamente squarciando quel velo, che per il nome può sembrare qualcosa di leggero e sottile ma in realtà è una pesantissima sciagura a cui dobbiamo sottostare, utilizzando il proprio corpo come mezzo e chiave di accesso alla volontà. L’ uomo, trovandosi a riflettere su sè stesso, si rende conto della sua realtà fenomenica e allo stesso tempo di non essere un semplice “oggetto tra gli oggetti”, ma un qualcosa di più in grado di possedere un’ energia vitale, di essere appunto una Volontà, il termine utilizzato per indicare quella realtà noumenica. Solo indagando su noi stessi ci rendiamo conto che l’essenza della realtà tutta quanta non è nient’ altro che la volontà. Quest’ ultima, che sarà poi per Sigmund Freud l’ Inconscio, nel suo non avere uno scopo ben preciso, condanna l’ uomo alla sofferenza fisica e morale.

 

Il rasoio che squarcia una monotona ed opprimente realtà

E’ questo l’ intento primario che scorre all’interno di una pellicola completamente dissacrante, rivoluzionaria, sognatrice, ovvero quello di recidere prepotentemente ciò che si oppone fra noi e la vera realtà, la nuova realtà che non riusciamo a vedere, ad indagare, senza un nostro profondo sforzo. Quel taglio dell’ occhio all’inizio del film è uno sforzo che va ben oltre il suo significato, data la sua violenza ed il suo impatto immediato. Bunuel ci vuol far capire a cosa andiamo incontro se vogliamo porci nel mezzo di una verità, cosa siamo disposti a perdere per un briciolo di conoscenza in più, che dobbiamo addirittura recidere il nostro occhio intriso di troppa monotonia per sostituirlo con un nuovo e moderno che tiene conto del nostro inconscio, della nostra irrazionalità, della nostra immaginazione. E’ come se il nostro regista, sforzandosi con la propria mente, veda anche per un solo istante quel velo di cui abbiamo parlato e decida di squarciarlo, affinchè possiamo volgere il nostro sguardo laddove abbiamo sempre pensato ad un qualcosa di ignoto ed irraggiungibile. Bunuel chiaramente intende presentare un nuovo concetto di arte e di cinema, che vada oltre le regole ed i precetti, che si lasci trasportare più dalle supposizioni che dai progetti concreti… Ma il concetto filosofico di cui si carica questa immagine tetra è davvero forte ed imponente, così potente da farci domandare se ciò che vediamo sia davvero la realtà o se non siano delle mere illusioni e supposizioni che qualcuno proietta per tenerci celato ciò che non si può e non si deve sapere. In un mondo fatto di hashtag, “pollici in su”,semplici post con i quali addirittura si arrivare a ricoprire importanti camere pubbliche, tentiamo ogni giorno di porci quella domanda in più grazie alla quale possiamo andare oltre il puro concetto materiale delle cose, indaghiamo con la nostra mente ciò che ci circonda in modo tale da disvelare quel segreto ultimo. Proviamoci, e non saremo più dei “semplici pendoli che oscillano tra la noia e il dolore passando attraverso il breve intervallo del piacere”, ma saremo le lancette dell’ orologio padrone del nostro tempo, esse stesse l’ essenza del piacere.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: