Lo spirito di Hanna Arendt manifesta in strada con Hong Kong

Il saggio “Le origini del totalitarismo” permette di capire i motivi delle recenti proteste ad Hong Kong.

La città di Hong Kong è fremente dalle frequenti manifestazioni di protesta contro i tentativi di infiltrazione del governo cinese in quello della regione autonoma. Il 29 settembre in migliaia hanno marciato in occasione della Giornata globale contro il totalitarismo.

Hong Kong scende in strada contro il totalitarismo imperante della Cina

29 settembre 2019: Hong Kong si mobilita in occasione della Giornata globale contro il totalitarismo. Nell’occhio del mirino della popolazione della regione, formalmente distinta dalla Cina per quanto riguarda il sistema economico e amministrativo, è il Partito comunista cinese. Dopo le recenti marce di protesta contro la proposta di legge sull’estradizione, la polizia si è nuovamente armata di spray urticante e lacrimogeni per disperdere la folla. L’occasione della giornata contro i totalitarismi è sembrata ad alcuni propositiva per ricordare il quinto anniversario della Rivoluzione degli ombrelli, la protesta del movimento “Occupy Central” che bloccò Hong Kong per 79 giorni al fine di richiedere la concessione del suffragio universale, terminando in numerosi arresti da parte della polizia. Il denominatore comune delle diverse proteste è la ricerca di un’autonomia nei confronti della Repubblica Popolare Cinese: la popolazione teme di perdere la sovranità della Regione Autonoma Speciale Hong Kong consegnandola nelle mani dei leader di Pechino. A legittimare le proteste è l’accordo siglato nel 1984 tra Gran Bretagna e Repubblica Popolare Cinese, grazie al quale si sarebbe garantito il rispetto della strategia “Un Paese, Due Sistemi” almeno fino al 2047. Tale meccanismo, sostenuto dal leader del Partito comunista cinese Deng Xiaoping, permetteva una conciliazione tra la posizione socialista cinese e quella capitalista dell’ex colonia britannica, sotto un unico Paese.

Arendt: la massa sceglie il totalitarismo come suo rappresentante

Hanna Arendt, nel 1949, pubblica il saggio Le origini del totalitarismo, che viene da subito considerato il testo più completo sulla storia di questo tipo di regime. La filosofia tedesca ha l’intenzione di aggrapparsi alla storia del suo Paese natale, allo sviluppo del cancro del nazismo, come ancora per l’elaborazione di una tesi sul totalitarismo in generale. Questo, sostiene l’autrice, si basa sulle masse, ossia la risultante di un processo storico che culmina con l’eliminazione delle classi sociali, lasciando come residuo un insieme di persone indeterminate, disilluse nei confronti della politica dei partiti, senza particolari caratteristiche di individualità. I movimenti totalitari, in opposizione al sistema partitico, non si preoccupano di rappresentare le diverse classi sociali (in quanto non più esistenti). In questo senso, vengono percepiti dalla massa e dagli intellettuali come maggiormente rispecchianti la nuova realtà sociale. Hitler si è mostrato come una persona fra le tante, promettendo un sovvertimento dello status quo che non ha fatto altro che approvare la sua ascesa. Nella Russia bolscevica accade una situazione simile: nazismo e comunismo russo coincidono sotto la definizione di “totalitarismo”. La propaganda lavora al fine di incrementare la fiducia nel monopartito, diffondendo l’ideologia del potere per mezzo del terrore e selezionandone i contenuti riciclando i temi più in voga tra la massa, così da guadagnarne il consenso. Una volta al potere, un movimento totalitario si prefigge lo scopo di invadere con la sua presenza ogni campo un tempo riservato agli apparati statali, penetrando in ogni angolo della vita del singolo. Tale ramificazione si organizza mediante una gerarchizzazione al cui vertice si pone il capo di partito, onnipotente e irraggiungibile, assimilato ad una divinità che fa discendere a cascata la sacralizzazione del partito unico.

Il Partito comunista cinese rappresenta il totalitarismo arendtiano

Il mantenimento dell’ordine stabilito dal regime totalitario avviene grazie alla costruzione di un apparato di polizia ciecamente fedele alle ideologie del partito. Come ad Hong Kong, qualsiasi intento di resistenza al regime, in questo caso il Partito comunista cinese, deve essere represso grazie ai corpi armati. Nonostante la compattezza di migliaia di persone scese in strada contro la sua penetrazione incessante in territori indebiti, secondo la Arendt al regime è necessario un nemico. La teoria del moto perpetuo spiega questa apparente paradossalità: l’entropia è necessaria al mantenimento in vita di un’istituzione totalitaria, perché in assenza di un’ideologia propria, deve diventare parassita che si nutre dei luoghi comuni della massa per ottenerne l’approvazione. Senza alcun nemico contro cui scagliarsi, il regime si spegne. Secondo quest’ottica, Hong Kong con il suo passato da colonia britannica e le sue fondamenta capitalistiche, appare agli occhi di Pechino il nemico ideale contro cui avventarsi. Il fatto di considerare il Partito comunista cinese come un totalitarismo si spiega con alcuni dati eloquenti: si presenta come l’unico soggetto alla guida politica del Paese, viola largamente i diritti umani specialmente in particolari regioni come il Tibet, limita la libertà politica e di religione, applica la censura di parola e di informazione politica soprattutto tramite il mezzo di internet… La Arendt propone un’analisi estremamente lucida della realtà politica di un totalitarismo, che si attua grazie ad un costante annichilimento dell’individualità di pensiero, al fine di omologare una massa di inetti docili al comando di un violento e radicale leader.

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