Lo schiaffo di Will Smith ci spiega la teoria sociologica della violenza

Ormai è sulla bocca di tutti: lo schiaffo di Will Smith alla cerimonia degli Oscar è (tristemente) leggenda. Ma cosa ne pensa la sociologia?

Ognuno di noi, lunedì mattina, appena aperti gli occhi, si è trovato davanti a una sfilza di meme su Will Smith. Il famoso attore, infatti, ha fatto parlare di sé, ma, questa volta, non per il suo indiscusso talento recitativo. Le chiacchiere, infatti, riguardano un episodio accaduto nella notte degli Oscar, fra domenica e lunedì notte: il performer, visibilmente alterato, ha tirato un pugno al presentatore della serata, il comico Chris Rock. Il risultato è una valanga di meme e un dibattito pubblico smisurato sul tema. Lasciamo che si pronunci la sociologia.

Galeotto fu quel pugno

E’ la notte fra domenica 27 e lunedì 28 marzo 2022. Siamo nel Dolby Theatre di Los Angeles, gremito di attori, registi e addetti ai lavori cinematografici, pronti a vivere la serata più importante dell’anno per il loro settore: la celeberrima Oscar Night. Tutto procede normalmente, fino a quando il presentatore, Chris Rock, non fa una battuta decisamente spiacevole, fuori luogo, sessista e abilista sulla moglie di Will Smith, Jada Pinkett Smith, o, più specificamente, sull’alopecia che la affligge da anni. Il marito, spinto da una collera incontrollata e maschilista, sale sul palco della premiazione e tira un pugno al conduttore. Il momento è straniante per tutti: nessuno se lo aspetta, ma qualcuno ride, probabilmente pensando a uno sketch programmato. Si scopre che è tutto vero solo quando l’attore ritira la propria statuetta: in lacrime, confessa che l’amore fa fare cose estreme e folli.

La violenza dal punto di vista sociologico

Ma come fa un uomo apparentemente tranquillo a esplodere di ira così, improvvisamente, durante una delle occasioni più importanti della sua vita? Ci può aiutare a rispondere la micro-sociologia, nella ricerca che il sociologo Collins inserisce nella sua opera Violence: a Microsociological Theory. Lo studioso descrive, infatti, come tutte le situazioni sociali, ove sia presente un’interazione fra due o più persone, possano essere potenzialmente violente. Ogni contesto che potrebbe sfociare nella violenza è connotato dalla paura del confronto dei compresenti. Questa si può superare solamente riorganizzando i propri sentimenti e comportamenti, soprattutto tramite una specifica tecnica, ossia quella dell’attacco al più debole.

Ma cos’è davvero la violenza?

La sociologia e la filosofia si sono domandante, ognuno con le proprie specificità definite dall’ambito, cosa sia definibile violenza. La definizione giusta è che, in realtà, non ne esiste una corretta e univoca: il determinare cos’è violenza e cosa non lo è è un compito estremamente contingente e legato alla situazione. In linea di massima, però, l’antropologo e sociologo francese Fassin, studiando gli abusi poliziali transalpini, afferma che la violenza scatta quando l’uso della coercizione fisica appare ingiustificato, mirato, sproporzionato e unilaterale. Solitamente, vi si ricorre come extrema ratio, in un particolare contesto dove ci sentiamo completamente esautorati del nostro potere e della nostra capacità di controllo sulle nostre azioni, sulla nostra apparenza e sugli altri. Certo, nessuno vuole giustificare l’atto increscioso commesso da Will Smith, ma, sfortunatamente, la sociologia ci dimostra che, potenzialmente, tutti potremmo sbroccare in questa maniera, da un momento all’altro.

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