Il Superuovo

L’interazionismo simbolico e Willie Peyote ci spiegano come si costruiscono la realtà e le etichette

L’interazionismo simbolico e Willie Peyote ci spiegano come si costruiscono la realtà e le etichette

Tutti i giorni etichettiamo cose, situazioni e persone. Ma come funziona il processo di etichettamento? Come le persone creano significati? Cosa è il senso comune?

La sociologia della conoscenza si è profondamente interrogata su una realtà troppe volte data per scontata: il senso comune. Secondo queste teorie infatti il senso comune non è qualcosa di banale e scontato, ma è creato dall’interazione tra gli attori sociali, nascondendo spesso una complessità molto articolata.

Come si definiscono scienza e senso comune?

Nei primi anni dello scorso secolo si è andato gradualmente riaccendendo un interesse per il senso comune. Il modello positivista della scienza, ultimo baluardo dell’illuminismo, ha iniziato a incrinarsi a seguito delle numerose critiche ricevute. Così se il neopositivismo logico e le sue scuole hanno provato a definire i nuovi parametri per la scientificità, tante altre correnti e autori hanno percorso un’altra strada.

Così è stato per la fenomenologia di Husserl. Il filosofo tedesco ha portato al centro dell’interesse l’intenzionalità della coscienza dell’individuo, ovvero per Husserl la coscienza si riferisce sempre a qualcosa, è sempre una “coscienza di…“.

Allo stesso modo anche delle correnti di altre scienze sociali, come il primo interazionismo simbolico in sociologia, hanno smesso di interrogarsi su complessi e articolati problemi come le strutture sociali e il progresso della società. Al centro dell’interesse per l’interazionismo simbolico ci sono le relazioni che si creano tra i diversi individui e come queste relazioni siano creatrici di senso e di significato.

La realtà come costruzione sociale

“La realtà come costruzione sociale” è il titolo di un testo divenuto subito celebre, scritto nel 1966 da due sociologi americani: Peter Berger e Thomas Luckmann. Il titolo del testo appare già chiaro ed esemplificativo del lavoro che i due autori vorranno svolgere: cioè parlare della realtà come una costruzione e non come un dato naturale.

Con le scienze dure, ad esempio la fisica o la chimica, il processo appare più semplice: se metto una zolletta di zucchero nell’acqua si scioglie, perché questo è l’effetto delle due sostanze combinate insieme. Con la società questo ragionamento invece può funzionare fino a un certo punto. Le diverse istituzioni: dalla scuola allo stato, dal mercato alle olimpiadi, non possono essere considerate come naturali, ma devono essere considerate come una costruzione sociale.

Nel testo sopracitato i due autori parlano di tre momenti che compongono il processo di costruzione della realtà: l’esternalizzazione, l’oggettivazione e l’interiorizzazione.

  1. l’esteriorizzazione: in questa prima fase del processo gli individui interagiscono tra loro, creando delle forme sociali, delle abitudini, delle routine.
  2. l’oggettivazione: in questa fase le abitudini, i comportamenti e le routine, ormai già esterne, assumono un carattere di oggettività. Di conseguenza appaiono come naturali e scontate, anche se non lo sono e sono state costruite socialmente!
  3. l’interiorizzazione: in questa terza e ultima fase i diversi individui interiorizzano l’esterno nella loro mente.

I due autori fanno un esempio molto esplicativo di questo processo. Immaginiamo una spiaggia deserta in cui naufragano due individui, un uomo e una donna. Inizialmente dovranno dividersi i compiti per la loro sopravvivenza tra chi caccia, chi pesca, chi sistema l’abitazione, etc.

I diversi compiti saranno scelti dai due individui in base alla loro volontà e le loro esigenze, tuttavia se faranno un figlio egli interiorizzerà i comportamenti dei due genitori, credendo che sia naturale che ci si comporta così.

Il senso comune e le tipizzazioni

Abbiamo mostrato come per l’interazionismo simbolico la realtà sociale non è data, non è naturale, ma è costruita. Costruita dalle complesse interazioni degli esseri umani. Introduciamo adesso un altro punto, cioè che la realtà è enormemente complessa ed articolata, e che gli individui di conseguenza hanno bisogno di utilizzare schemi, e semplificazioni al fine di orientarsi in essa.

Si parla in questo caso di tipizzazioni. Le tipizzazioni sono una sorta di schemi mentali che utilizziamo al fine di orientarci nella complessità del mondo sociale. Questo può essere molto utile per la vita di tutti i giorni, proviamo a fare un esempio.

Immaginiamo di doverci spostare con i mezzi pubblici all’altro capo della città. Dovremmo fare una certa serie di mosse ordinate per raggiungere il nostro obiettivo, dovremmo quindi prima informarci sulle linee, poi recarci in edicola per fare i biglietti che ci servono. Tutte queste azioni sono stereotipate, ed è salutare che sia così. Immaginate come potrebbe andare se quel giorno l’edicolante invece di venderci i biglietti si mettesse a parlarci di politica o di pallone. Anche il denaro è una costruzione sociale e si basa sulla fiducia, ipotizziamo ad esempio che non voglia darci i biglietti perché non ha più fiducia che con quelle banconote potrà comprare altri beni.

Il processo di etichettamento e i suoi problemi

Willie Peyote canta che:

Non vedi gli altri per quello che sono ma per quello che sei

e quante etichette han messo e quante ne vuoi che ne mettano

vogliamo tutti essere ciò che gli altri vorrebbero

Il senso comune e le tipizzazioni ci servono per darci dei ruoli sociali e senza di essi non potremmo vivere, ma allo stesso tempo presentano dei problemi. Infatti una volta che si assegna una certa “etichetta” a una determinata situazione, evento o persona quell’etichetta rischia di cristallizzarsi. Ovvero di essere molto difficile da rimuovere, condizionando il comportamento delle persone.

Su questa linea d’onda si collocano gli stereotipi e i pregiudizi. Non tutti i genovesi sono tirchi, non tutti i politici rubano, non tutti gli uomini tradiscono, non tutte le donne sono emotive. Così come non è vero che donne non sanno parcheggiare o guidano peggio degli uomini e non tutti gli informatici sono dei nerd sfigati.

In alcuni casi questi stereotipi sono innocenti o quasi, in tanti altri invece rischiano di creare molti danni. Pensiamo a tutti i falsi stereotipi o luoghi comuni che vengono creati sugli immigrati, o sul sud Italia ad esempio, spesso tristemente aiutati dai media e dalla classe politica. Ancora peggiori sono gli stereotipi applicati in passato alla religione ebraica, o attualmente a tante altre minoranze etniche, spesso vittime di vicende inenarrabili.

Allo stesso modo tristemente vengono spesso applicate etichette sugli omosessuali, sui transessuali e su altre categorie giudicandole solo in base al loro orientamento sessuale. Molti movimenti di protesta puntano proprio a eliminare queste etichette.

Allo stesso modo sono tante le ricerche che mettono in luce come l’istruzione stessa possa creare dei processi di etichettamento, a volte segnando delle esistenze intere. Così una bocciatura, un esame non passato, rischia di etichettare una persona. Così quello che magari è stato solo un momento di debolezza, di difficoltà, magari causato da tantissimi motivi: problemi sociali, famigliari, economici, personali, diventa un’etichetta da attaccare su una persona.

Così che si diventa un ripetente, oppure uno stupido, oppure non in grado, tutte classificazioni che possono essere molto problematiche perché condizionano il comportamento altri, specialmente se la persona in questione crede che siano vere.

 

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