L’inganno della poesia ci rende vivi: quando Lucrezio istruì il mondo con un magnifico artificio

Vi presento la storia di un uomo, anzi di un genio, con la mente tanto ambiziosa da decidere di dedicare la sua esistenza ad un modestissimo fine: spiegare le leggi del mondo. E lo fece a modo suo. Con la poesia.

La dicotomia tra verità e illusione si impregna nel mondo in cui risiediamo con una potenza così irrefrenabile da causare spesso una compenetrazione tra i due livelli che ci porta all’oblio dei confini tra ciò che è e ciò che non è, ciò che vediamo e ciò che pensiamo di vedere, ciò che esiste esternamente e ciò che è presente solo nella nostra immaginazione. Ma cosa succede se inneschiamo un elemento di fantasia all’interno del più arido e freddo reale?

L’arte come strumento di evasione dall’aristocrazia vero

Il mestiere dello scrittore non è così semplice e colorato come qualcuno potrebbe erroneamente supporre. Chi scrive ha il dovere di muoversi su piani molto diversi gli uni dagli altri così da dare vita ad un qualcosa che attragga il lettore in primis grazie alla capacità dell’opera letteraria stessa di sviare il pensiero dalla realtà che giorno dopo giorno ci tiene impigliati nella sua fitta tela. Infatti, sia che si tratti di un’opera fantasy che di un racconto maggiormente aderente a fatti reali, lo scrittore si servirà in ogni caso di mezzi artistici che permettano al suo prodotto di acquisire una caratura artistica più o meno evidente. L’arte infatti, in tutte le forme in cui essa si può declinare, non è altro che un mezzo di evasione, una delle più alte e nobili illusioni di leopardiana memoria che seducono, ammaliano, ingannano l’uomo trascinandolo in una realtà tanto più fittizia e illusoria quanto più appariscente e colorata essa riesca ad essere. Il nobile potere dell’opera d’arte evidentemente era ben noto già migliaia e migliaia di anni fa quando un uomo di cui sappiamo ben poco, ma sicuramente vicino ai circoli letterari imbevuti di cultura greca che nel corso dell’ultimo secolo prima della nascita di Cristo si dilettavano nelle grandi ville campane tra vino, amori e discorsi filosofici, ebbe l’idea di comporre l’opera più lunga, noiosa e pesantemente reale che la mente umana possa concepire. Il suo nome era Lucrezio e il suo maestro era un tale Epicuro, uno scrittore e filosofo greco di cui non sappiamo praticamente nulla né possediamo opere se non un elenco di queste ultime tramandatoci da Diogene Laerzio. Pare che proprio da una di queste opere, il Περί Φύσεως, il nostro Lucrezio trasse ispirazione per la composizione della sua opera scientifica, un vero e proprio manuale scientifico in cui si proponeva di racchiudere tutte le leggi che regolano la vita di ogni singolo essere vivente che abita non solo il nostro pianeta, ma l’universo intero.

Il dolce miele delle Muse: il mezzo più puro per conoscere la realtà

L’argomento dell’opera era stato trovato. Ora bisognava solo ricercare il contenitore all’interno del quale far germogliare una marasma così impressionantemente cospicua di argomenti. Ebbene, mai come in quel caso quella funzione estetizzante dell’arte cui ho accennato poc’anzi ebbe un’importanza decisiva… preferirei però lasciare la parola a Lucrezio in persona che, più di ogni altro riuscì in poche righe a sintetizzare il compito di una delle forme artistiche più magiche e antiche che l’uomo abbia mai creato: la poesia.

“Sed vel uti pueris absinthia taetra medentes
cum dare conantur, prius oras pocula circum
contingunt mellis dulci flavoque liquore,
ut puerorum aetas inprovida ludificetur
labrorum tenus, interea perpotet amarum
absinthi laticem deceptaque non capiatur,
sed potius tali facto recreata valescat,
sic ego nunc, quoniam haec ratio plerumque videtur
tristior esse quibus non est tractata, retroque
volgus abhorret ab hac, volui tibi suaviloquenti
carmine Pierio rationem exponere nostram
et quasi musaeo dulci contingere melle,
si tibi forte animum tali ratione tenere
versibus in nostris possem, dum perspicis omnem
naturam rerum, qua constet compta figura.”

“Come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutto intorno al bicchiere, cospargono con il dolce e biondo liquore del miele, perché nell’imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati, non oltre le labbra, e intanto bevano da cima a fondo l’amara bevanda dell’assenzio e dall’inganno non ricevano danno, ma anzi riacquistino in tal modo forza, dopo essere stati risanati; allo stesso modo io ora, poiché questa dottrina per lo più risulta troppo complessa per coloro che non l’hanno coltivata, e il popolo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti la nostra dottrina per mezzo del canto delle Pieridi che risuona soavemente, è quasi cospargerla col dolce miele delle Muse, per provare se per caso potessi in tal modo tenere avvinto il tuo animo ai miei versi, finché comprendi tutta la natura e ne percepisci a fondo il vantaggio.”

L’universalità di questi pochi versi lucreziani risulta ancora oggi fortemente pregnante e basterebbe la loro lettura per annullare ogni possibile dicotomia che specialmente al giorno d’oggi tendiamo a compiere tra mondo scientifico e umanistico, tra realtà pratico-utilitaristica e realtà astratta. La scienza è ciò che fa muovere il mondo, ciò che permette ad esso di tenersi in vita e a noi esseri che lo abitiamo di comprendere le leggi che lo regolano così da poter aggiungere sempre più tasselli alla conoscenza che abbiamo di esso. L’altra faccia della medaglia è invece costituita da ciò che non vediamo e che il lume della scienza non può in alcun modo permetterci di sviscerare. Il mondo non è fatto solo di leggi, di equazioni, di sistemi, ma anche di quel fascino che proviene dal lato oscuro della luna che ci rende un po’ più umani e un po’ meno macchine, quel fascino che ci permette di regalare un’anima ad un corpo che altrimenti non sarebbe altro che un’ intricata interazione tra ossa e muscoli destinata col tempo a soccombere. Ecco che il miele delle Muse di cui ci parla Lucrezio, ovvero la dolcezza che proviene dal fascino dei versi poetici, non è solo quell’inganno che permette di rendere un po’ meno ostica la durezza dell’argomento scientifico, ma anche un qualcosa che grazie al mistero che la ammanta concede essa stessa alla conoscenza di evolvere tramite delle leggi che nessuna scienza potrà mai scrivere e spiegare… esse sono le leggi dell’anima, le leggi del mistero, le leggi della vita. L’arido vero non permette di spiegare il tutto, Kant d’altronde lo sapeva bene, ed il buco nero della conoscenza è inaccessibile agli algoritmi e alle equazioni… solo l’animo di un romantico può avvicinarsi ad esso e trovare risposte nella perdizione stessa che svela l’essenza della sua esistenza.

 

Società 2.0: quando il miele poetico diviene un mezzo di inganno

Gli insegnamenti dei grandi del passato possono spesso permettere all’uomo contemporaneo di elevarsi e di comprendere alcune contraddizioni insite nel suo modo di approcciarsi al mondo che lo circonda. Peccato che, sempre più di sovente, l’immediatezza e la concretezza, marchi inconfondibili della società odierna, rischiano di rappresentare la morte del pensiero critico e di ogni tentativo di miglioramento individuale e sociale. Ecco che quel “miele delle Muse” utilizzato da Lucrezio per il nobile fine di rendere più accessibile la complessità delle teorie scientifiche non viene più percepito allo stesso modo ed è inconsapevolmente diventato un mezzo tramite il quale celare la vuotezza della nostra esistenza. Ci nascondiamo spesso dietro il fascino dell’esteriorità ed utilizziamo la virtualità degli strumenti che pongono uno schermo tra noi e gli altri per nascondere il nostro sentimento di inadeguatezza, generato da un mondo che corre spasmodicamente e lascia dietro i resti annichiliti delle sue vittime. Sono vittime mietute dai numerosi filtri che ci allontanano inconsapevolmente dalle nostre identità, depauperandoci da tutto ciò che di bello e creativo potremmo offrire al mondo, rendendoci parte di una collettività che, lungi dall’essere aggregazione e contatto, altro non è che impoverimento e mistificazione. La spasmodica ricerca dell’approvazione altrui ci rende automi che ricorrono alle stesse convenzioni, agli stessi comportamenti, addirittura agli stessi pensieri che ci fanno perdere la bellezza della nostra diversità cospargendoci così di quel “miele” che cela sì l’ “arido vero”, ma lo fa con l’inganno e col fine molto meno nobile di creare una società artificiale in cui il genio  è represso e l’ignorante è idolatrato. Mary Shalley un tempo ci insegnava che “la poesia solleva il velo della bellezza nascosta del mondo”… ecco, per poesia non dobbiamo intendere il semplice componimento in versi, ma tutto ciò che ci rende più uomini e meno automi, più diversi gli uni dagli altri e meno conformisti, più aperti e meno separatisti. Perché in fondo l’arte è differenza, l’arte esalta il “diverso” e lo chiama “genio”, cancella i confini politici per unificare e ci rende così tutti parte di un contenitore che siamo soliti chiamare mondo ma di cui dopo milioni di anni non siamo ancora riusciti a comprendere leggi e finalità. Ebbene, vogliamo essere così sciocchi da imporre barriere e “leggi” sociali quando non conosciamo nemmeno le leggi primarie che fanno sì che in questo preciso istante siamo vivi e occupiamo uno spazio che un Dio o chi per lui ci ha assegnato? Ognuno di noi è qui, ora, vivo, con una sua mente, un suo corpo e delle peculiarità ben precise. Forse non sapremo mai perché siamo davvero qui, forse non sapremo mai se la vita che stiamo conducendo ha uno scopo, ma tu, proprio tu che stai leggendo questo articolo di una cosa puoi essere certo è questa certezza è  costituita dalla varietà e dalla magia che ti caratterizza e che ti rende diverso da ogni altro abitante della Terra. Non sprechiamo le differenze, serviamoci della cultura e dell’arte per valorizzarle… e forse comprenderemo che quell’ingranaggio di muscoli e ossa può davvero avvicinarci al buco nero della nostra natura.

 

 

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