L’incubo delle mobilitazioni, la polizia: affrontiamo l’argomento attraverso il documetario sul G8 “Diaz”

Quando le pantere della polizia incontrano la giungla delle mobilitazioni.

Mobilitante scortato da due poliziotti la notte del 21 Luglio 2001.

Violenza o non violenza? Una questione amletica che necessita di una risoluzione. Analizziamo la questione da vicino attraverso la storia delle mobilitazioni ed il documentario “Diaz”, le cui immagini raccontano le giornate di fuoco del G8 di Genova culminate con il massacro della scuola ”Diaz” e con la morte di Carlo Giuliani.

UN CORO DI MILLE VOCI

Spesso la sociologia è scesa in strada per osservare più da vicino il fenomeno delle mobilitazioni: tra ragazzi urlanti e cartelloni con frasi d’effetto, si nascondono anni di lotta sociale che non potevano essere combattute in alcun modo se non scendendo e riempiendo le piazze di tutto il mondo. In anni e anni di lotte sociali ne abbiamo viste di ogni, che vanno dalle mobilitazioni per i diritti civili, alle lotte femministe, fino alle mobilitazioni LTBQ degli ultimi anni. Mentre in tempo di pandemia si parlava di No Vax e No Green Pass, nell’ultimo ventennio vi era un altro tipo di mobilitazione aggiuntasi, ovvero il movimento No Global, nato verso la fine degli anni 90 col fine di contrastare l’incontrollabile avanzata della globalizzazione che avrebbe di lì a breve cambiato il nostro mondo. Teatro di tale movimento fu Genova dove nel 2001 vi fu il G8, contestato da migliaia di No Global provenienti da tutto il mondo. Furono giorni di fuoco dove il G8 passò in secondo piano, in quanto Genova diventò luogo di scontro fra Carabinieri che non ubbidirono agli ordini dei superiori e mobilitanti in preda ad atti di deliri, divisa in zone per garantire il controllo della città, una vera e propria guerriglia. Lì trovò la morte solo Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere che, secondo la sentenza, agì solo per legittima difesa. La notte del 21 luglio 2001 invece fu la scuola Diaz” ad essere il luogo di quello che il Tribunale della Corte Europea definì “tortura”, dove membri facenti parte del movimento No Global, ma anche giornalisti e semplici cittadini, vennero massacrati da manganelli, calci e altre barberie da parte delle forze dell’ordine. Sono stati tanti i dibattiti in riferimento a quella terribile notte, ma fondamentale per la ricostruzione dei fatti fu la realizzazione di un documentario dal titolo “Diaz – Don’t Clean Up this Blood del regista Daniele Vicari che voleva fare luce attraverso le ricostruzioni dei testimoni e dei materiali video di un massacro tutto italiano: donna fatta roteare nuda sotto lo sguardo compiaciuto dei poliziotti si intrecciano le storie di Luca, giornalista della Gazzetta di Bologna, l’anarchica Alma, donna tedesca che ha partecipato in prima linea agli scontri. Il manager Nick, esperto di economia solidale e che si trova a Genova per un seminario. L’anziano Anselmo, militante del Sindacato Pensionati della CGIL che ha partecipato alle manifestazioni sindacali contro il G8, prendendo parte al corteo pacifico. Bea e Ralf, a Genova di passaggio ma, decisero di pernottare in città, utilizzando uno degli alloggi messi a disposizione dei manifestanti. Etienne e Cecile, due anarchici francesi diretti protagonisti della guerriglia e degli scontri di quei giorni. E infine Max, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma.

Scena estratta dal documentario per la ricostruzione sui fatti di Genova, fonte: nuovocinemalocatelli.it

DIBATTITI SOCIOLOGICI SULLA VIOLENZA

Una mobilitazione per avere successo deve seguire diversi fattori, che vanno dalla larga partecipazione da parte dei mobilitanti fino alla diffusione del loro messaggio che non deve incontrare alcun tipo di contrasto. I contrasti possono essere diversi, che vanno dai dissidenti fino alle forze dell’ordine, obbligate a reagire nel momento in cui la mobilitazione in soggetto comincia ad andare fuori controllo. In tale circostanza è stato spesso ritenuto inopportuno il comportamento assunto da parte delle forze dell’ordine, definito come inadeguato per la situazione verificatasi, in cui i manifestanti hanno subito vere e proprie aggressioni da parte loro. E’ necessario di fatto analizzare il comportamento dei manifestanti, in quanto non solo sono stati molteplici i dibattiti in merito ai loro atteggiamenti, ma soprattutto sono stati numerosi gli avvenimenti storici utilizzati come cornice storica oltre che prova per il comportamento dei manifestanti, dove abbiamo ad esempio le manifestazioni non violente capitanate da Ghandi che faceva della non-violenza il primo articolo della sua fede, che avevano come obiettivo il raggiungimento dell’indipendenza dell’india da parte dell’Inghilterra, obiettivo raggiunto soltanto nel 1948. Mentre secondo Ghandi il genere umano può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla non-violenza, secondo i manifestanti delle mobilitazioni dei diritti civili capitanate da Martin Luther King era una condizione necessaria per proteggersi dall’insurrezione dei bianchi durante le mobilitazioni. E se col Black Lives Matter si è cercato di limitare le violenze nei confronti della popolazione afro americana a seguito dell’omicidio di George Floyd, avvenuto nel maggio del 2020 da parte di un agente di polizia, dall’altro ogni mobilitazione viene vista come agente di confusione, presieduta da ragazzini incontrollabili pronti a gettare fra la folla. Se la violenza da un lato viene considerata giusta da parte di alcuni manifestanti poiché si tratterebbe di una reazione dopo anni di soprusi oltre che l’unico modo per farsi sentire, da un lato gran parte dei manifestanti condividono l’idea secondo cui l’unico modo per far recepire il messaggio della mobilitazione non è la violenza, bensì l’energia che spinge centinaia di migliaia di manifestanti a riempire le strade, i luoghi istituzionali e, negli ultimi anni, anche i social. Mentre se da un lato le forze dell’ordine quali poliziotti, carabinieri e militari sono tenute a ristabilire l’ordine cercando di bloccare l’incessante foga dei manifestanti, da un lato l’abuso di ufficio resta il capo d’imputazione afflitto a tot poliziotti che quella notte non contribuirono a ristabilire l’ordine, ma a generare focolai di violenze.

STABILIRE L’ORDINE O GENERARE CONFUSIONE?

Può una mobilitazione comunicare fin dal principio fattori di violenza? Da qui partono diverse deduzioni che vedono il comportamento dei dissidenti come fondamentale per comprendere le reazioni dei manifestanti. Il rischio di far passare un messaggio errato, e ricordare le mobilitazioni solo per gli atti vandalici di alcuni che, negli ultimi anni, non partecipano attivamente per la mobilitazione quanto per essere filmati per distruggere vetrine dei negozi e ferire passanti, diventa sempre più rischioso, trasformando un corteo nel set di “V per Vendetta”, credendo di rappresentare “La libertà che guida il Popolo” di Delacroix, facendo sentire tutto il loro fanatismo che nulla è che stupidità fatta passare per dotta. Ma per tutte le mobilitazioni pacifiche oppresse da parte delle forze dell’ordine ci sarà mai una presa di parola? In un paese democratico come il nostro può un pensiero essere preso a manganellate? Se il “fascino della divisa” consiste nel vedere addosso ad un ragazzo una divisa macchiata del sangue di tanti innocenti, sarebbe il caso di metterla in lavatrice.

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