L’ignavia: il peccato di chi non sceglie, condannato da Dante, fino ai giorni nostri

Ignavo, dal latino ignavus: pigro, ignorante, composto da in (non) e gnavus, forma arcaica per navus attivo, diligente.

III canto “Inferno” de “La Commedia” di Dante Alighieri. Incontro con gli ignavi nell’Antinferno

A partire dalla concezione di Dante, sommo poeta della letteratura italiana, fino ai giorni nostri: cos’è l’ignavia? Perché è da considerarsi un peccato? Come guarire da questa malattia?

Una malattia chiamata ignavia

Potremmo definire l’accidia una malattia secolare, una grave patologia che attecchisce sulla pelle e dentro l’ardire di un uomo sgretolandolo lentamente, facendolo marcire fino alla completa perdita della propria umanità. Regna l’aridità: deserto infinito, terra sterile che non genera nulla oltre che un lento processo verso l’idea di una morte intesa come assenza di impulsi frementi, silenzio assordante che ospita coloro che abdicano alla partecipazione collettiva e alla vita. L’ignavia è la casa di coloro che vivono come dei manichini: esseri inanimati che non hanno ideologie, visioni, pensieri e prese di posizioni sulle quali basarsi per costruire strutture solide nelle quali e per le quali vivere dignitosamente e valorosamente. L’ignavo è perennemente rinchiuso in una teca di vetro nella quale boccheggia sereno, indolenzito nel suo mondo: galleggia staticamente e si trova in una posizione di assoluta comodità poiché dal suo scrigno protetto e lontano dal disordine del mondo osserva quelle poche anime che ancora si affannano alla ricerca di una motivazione, pungolati da piccoli fuochi di verità e sensibilità impetuose per deriderle, giudicarle dalla loro posizione inerme e inutile, gonfi di autocompiacimento fittizio.

Dante Alighieri

Dante Alighieri e il peccato degli ignavi ne “La Commedia”

“Questo misero modo

  tegnon l’anime triste di coloro

 che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

(…)

Caccianli i ciel per non esser men belli,

 né lo profondo inferno li riceve,

ch’alcuna gloria  i rei avrebber d’elli” (Dante Alighieri, “La Commedia”, III canto “Inferno”)

 

Il lungo percorso catartico adoperato da Dante nei meandri dell’Ade e alla scoperta dei peccati e dei peccatori che dimorano tra le sue fiamme inizia con la visita a coloro che non furono accettati nemmeno all’interno dell’Inferno: gli ignavi, coloro che nella vita non hanno mai scelto né il bene né il male rimanendo assopiti senza compiere azioni giuste né cattive, spinti dal moto del mondo senza avvertirlo e senza farne mai parte. Dante considera l’ignavia il peccato più grande perché sinonimo di una mancata umanità, di una mancata appartenenza alla comunità e all’esistenza umana: le loro vite sono misere, indegne di essere accettate persino tra coloro che hanno peccato. E’ fondamentale la concezione che ha Dante dell’uomo: egli crede fermamente nella partecipazione politica e sociale dell’individuo all’interno della propria società e, pertanto, crede che sia indispensabile per ogni creatura schierarsi dalla parte dell’Oscurità o della Luce, purché abbia un’ideologia, un pensiero che lo renda vivo e partecipe del suo tempo e del suo spazio e che non renda vana la sua presenza in questa terra effimera. I peccatori, a differenza degli ignavi, si sono schierati e in qualche modo hanno raggiunto un obiettivo nella loro vita, seppur abbiano scelto di sprofondare nelle tenebre del male ma per questo sono considerati persino più valorosi di coloro che hanno vissuto all’insegna dell’indifferenza. Gli indifferenti che abitano l’Antinferno di Dante ne “La Commedia” sono costretti a girare nudi intorno ad una bandiera bianca che vortica velocemente su se stessa ora da un lato, ora da un altro, ad indicare le prese di posizione che non hanno mai assunto pur di rimanere immobili e miserabili nella loro esistenza terrena. La loro dannazione e miseria è comprovata dalle punture insistenti dei mosconi e delle vespe che pungolano il loro viso: il sangue che cola dalle loro ferite e le loro lacrime sono raccolte e succhiate da viscidi vermi rappresentativi della loro vera natura.

Il ritratto dell’ignavo moderno

“L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.” (Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti” tratto dalla rivista “La città futura”)

Dante ci aveva visto lungo condannando gli addormentati, i pesi morti della sua società: essi sono rimasti una costante presente in ogni fase della storia: simili a bambole gonfiabili che ripetono all’infinito le stesse frasi gli indifferenti sono una vera e propria piaga sociale e politica. Volgendo uno sguardo più attento all’Italia dei giorni nostri si può affermare che il peso degli ignavi è alquanto notevole: l’ignavo moderno è colui che non avverte la politica come esigenza e come una prassi di interesse personale, oltre che collettivo. E’ convinto fermamente che riguardi “l’altro”, non se stesso e si estrania dal mondo, vivendo in una bolla alienata dalla società e dalle sue regole. L’ignavo moderno siede ogni sera, dopo una lunga giornata di lavoro stancante e con tutta probabilità persino deludente e poco soddisfacente, su una comoda poltrona posizionata dinanzi al televisore sempre acceso casualmente su notiziari che ascolta distrattamente quasi come un dovere, senza essere direttamente interessato alle vicende che si susseguono sullo schermo colorato. Qualche volta egli capta delle parole, delle frasi che fanno leva sul suo malcontento quotidiano: nel piattume del suo cervello si accende una piccola lampadina che gli ricorda e stimola la sua delusione ostinata. Si rispecchia in qualcosa e in qualcuno che incarna il suo mal di vivere, qualcuno che rappresenta perfettamente il senso di vuoto e rabbia nei confronti della sua vita monotona e mediocre. Abbindolato come un automa si lascia convincere dalle urla e dai motti di chi persegue una retorica furba di incitamento all’odio ridondante, un’ideologia che esalta una presunta supremazia degli italiani sollevata per un futile tornaconto personale e per rincorrere un obiettivo volto alla glorificazione eterna: è arrivato il divino, salvatore della patria!

“Sera sulla via Karl Johan”, Edvard Munch

Come si concretizza l’ignavia nell’Italia dei giorni nostri?

Viviamo in un’era vuota, carente di ideologie differenziate che possano rispecchiare la molteplicità di considerazioni e pensieri propri di ogni essere umano pensante e proprio per questo, unico nella sua diversità. Nel nostro periodo storico-sociale pare che vi sia un unico pianeta corrispondente ad un pensiero univoco intorno al quale orbitano piccoli satelliti equivalenti alle opposizioni creatasi per riflesso, generati dalla paura e dal timore e nate per bloccare ed ostacolare temporaneamente un pericolo grande. Tuttavia, non si tratta di punti forti sui quali fare riferimento e sui quali basarsi per costruire qualcosa che realmente possa fungere da opposizione potente resistente nel tempo. Manca la partecipazione consapevole di una comunità che interagisce attivamente alla politica e alle esigenze particolari della propria epoca. Come affermava Gramsci, una personalità ricca di cultura ed esponente principale del Partito Comunista d’Italia, la partecipazione attiva nobilita l’uomo elevandolo alla sua condizione più alta, rendendolo umanamente vivo e conscio della propria splendida realtà in virtù di un benessere e di una serenità pulita priva di qualsiasi sporca e infima ambiguità. Come si combatte un parassitismo del genere? Bisogna destarsi dall’alienazione che ci vuole individui morti ed ignoranti, bisogna aprire gli occhi e le orecchie alle situazioni della vita e reagire, informarsi, leggere, dare ognuno a modo suo un impatto concreto a questo mondo senza placarsi purché si avverta sempre un fuoco ardere dentro sé.

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