Libet e Damasio: possiamo volere ciò che vogliamo?

(Riproduzione digitale di cervello umano)

Nel 1979 un paziente seduto su una poltrona cominciò a fissare un grande orologio composto da un punto verde che ruotava intorno ad un disco rotondo. Aveva un cavo attaccato al polso ed un attaccato alla testa tramite caschetto. “Quando vuole, muova il polso” affermò con autorità un ignoto scrutatore: “Si ricordi però dove si trova il punto verde quando prende questa decisione” concluse. Il paziente eseguì alla lettera il compito assegnatogli e lo scrutatore, leggendo i risultati dei misuratori collegati ai cavi, fece una scoperta storica. L’elettrodo collegato alla testa si era attivato per primo e, mezzo secondo dopo, c’era stato il momento indicato dal paziente. Solo 0,2 secondi dopo la mano del paziente si era mossa. Da qui, l’esperimento del nostro scrutatore ignoto, passa alla storia come esperimento Libet. Benjamin Libet, lo scienziato che ha condotto l’esperimento, riuscì a scoprire che il cervello fa scattare dei processi decisionali prima che la nostra mente se ne renda conto. Libet arriva alla conclusione che non siamo liberi di volere.

Libertà di non volere 

Ma il nostro scienziato non si accontenta. C’era qualcosa che non aveva considerato, qualcosa che non tornava nella sua valutazione. Rileggendo i dati Libet si accorge che il movimento della mano avviene 0,2 secondi dopo la presa di coscienza dell’azione che avviene mezzo secondo dopo “la comanda” del cervello“. Ma allora, abbiamo ben 0,2 secondi a disposizione per poter interrompere l’azione! Se è vero quindi che non siamo liberi di volere, è anche vero che siamo liberi di non volere. Suona strano? Decisamente. Ma, ad un’attenta riflessione, possiamo accorgerci che è proprio questa libertà di non volere che ci rende responsabili delle nostre azioni.

(Benjamin Libet)

Immaginiamo una società basata sul non riconoscimento della responsabilità delle nostre azioni. Chiunque commetta furti o addirittura omicidi, potrebbe appellarsi al fatto che non è stato cosciente della propria azione. Se così fosse, nessuno potrebbe essere punito per il danno che ha provocato. La libertà di non volere si configura allora come il momento in cui, dopo che il cervello ha dato l’input, ci fermiamo e pensiamo “Alt! Cosa sto facendo? E perché?“.

Le ricerche di Damasio

Qualcuno potrebbe allora obiettare che la nostra volontà di non volere, sia influenzabile anch’essa dalla genetica, dall’educazione, dalle esperienze pregresse e dal nostro inconscio. Insomma, non saremmo quindi nemmeno liberi di non volere. Se è vero che i nostri geni sono una base da cui non possiamo liberarci e che il nostro vissuto ci influenza continuamente, allora come possiamo legittimarci?                                                  Antonio Damasio, neuroscienziato contemporaneo rinomato, chiese ad alcuni soggetti a cui è stato collegato un caschetto, che monitorava l’afflusso sanguigno nelle diverse aree del cervello, di pensare ad un episodio carico di emotività. Subito dopo, Damasio rilevò un significativo aumento di attività o di disattività, di alcune aree del cervello. Incredibilmente, Damasio scoprì che le diverse emozioni attivano aree diverse del cervello. Concluse che le differenti esperienze a cui si legano emozioni e sentimenti diversi, possono modificare con il tempo le mappe cerebrali.

(Antonio Damasio)

Tra scienza e filosofia 

Possiamo dire che i due scienziati hanno attuato una combinazione di ricerche che vanno a braccetto. Una combo non indifferente, che individua nella libertà di non volere il fondamento stesso di un libero arbitrio parziale e, nel cambiamento delle mappe cerebrali, la sua giustificazione. Ogni esperienza che facciamo, modificando le nostre mappe cerebrali, ci apre le porte ad esperienze simili e sbarra quelle opposte. Il limite? Se non educhiamo noi stessi al corretto uso della ragione, questo meccanismo può facilmente rivoltarsi contro di noi. Solo una presa di coscienza razionale, uno spirito critico in costante sviluppo e una curiosità di approfondimento di noi stessi, possono garantirci corrette abitudini in virtù di ciò che siamo realmente. Le nostre strutture cerebrali mutano ogni qualvolta facciamo una scelta giusta o sbagliata in base al sentimento che proviamo. Dobbiamo quindi riuscire a trarre piacere da una limitazione e non imporci comportamenti morali forzati. Ma in che modo? Questa è una domanda ostica, a cui la scienza non può rispondere. Ognuno di noi deve fare i conti con le proprie scelte e con le proprie responsabilità e capire che il risultato di ciò che è oggi, è prodotto dalle scelte fatte in passato. Non possiamo cambiare il passato ma possiamo comunque cambiare il futuro, ora consapevoli di questi meccanismi, per sentirci sempre più liberi di essere noi stessi.