La figura di Leonardo Notte studiata in relazione agli uomini del sottosuolo nell’opera di Dostoevskij.

I protagonisti della serie 1994
”Aver visitato le parti più oscure della mia persona mi ha fatto vedere quella che c’è negli altri e mi ha insegnato ad accettarla.” Non è un caso che il cognome del protagonista di 1994, che pronuncia queste parole in uno degli ultimi episodi della serie, sia proprio Notte. Leonardo è un uomo del sottosuolo: un uomo che ha conosciuto le parti più oscure del suo io e le ombre della sua umanità. ”Nero come la notte”, per dirla nel linguaggio omerico. Enigmatico e spietato, Leonardo Notte non è molto lontano dagli uomini del sottosuolo di Dostoevskij, quella serie di personaggi che dalle Memorie del sottosuolo in poi faranno da protagonisti ad alcune fra le sue più importanti opere, tra cui proprio quel Raskol’nikov di Delitto e castigo. Da allora tutti i personaggi dei suoi principali romanzi avranno un sottosuolo, e vi penetreranno per poi risorgere rigenerati o per affondarvi senza speranza, senza soluzione. Un sottosuolo che è ”negazione, è distruzione delle abitudini sociali cristallizzate, è rifiuto delle fissità convenzionali, è maledizione della solitudine”. Ma che nel caso di Leonardo Notte è anche accettazione.
L’uomo del sottosuolo
Il termine sottosuolo (in russo podpol’ja) ha a che fare con la morfologia della vecchia izba, la tipica abitazione russa, nella quale il pavimento era soprelevato rispetto al terreno per proteggerlo dall’umidità. Al di sotto di questo stava sempre un locale seminterrato che fungeva da cantina e deposito di cose vecchie, quelle che non si usavano più o che non si volevano far vedere. L’uomo del sottosuolo è un essere che vive nel disordine di questa cantina e convive con gli oggetti di cui solitamente ci si vergogna: è lì che risiede la vera autenticità dell’uomo. Sotto terra, dove convive con la parte più oscura del suo io e dove lotta contro i suoi istinti più infimi. La parte più vera dell’uomo è anche quella più oscura.

Leonardo Notte, interpretato da Stefano Accorsi
Cosa fa l’uomo nel suo sottosuolo?
Prendiamo a esempio Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo che si rintana sottoterra a meditare il fatidico omicidio. Raskol’nikov, che è indubbiamente un giovane brillante, valuta le sue opzioni da un punto di vista logico o filosofico e con la filosofia trova una giustificazione a qualsiasi sua possibilità di agire. Ma quando mette alla prova nella realtà le sue teorie la vita impone la sua forza, che è superiore a quella di qualsiasi argomentazione; e Raskol’nikov si ritrova fregato da se stesso. La filosofia dell’uomo del sottosuolo è la filosofia di un uomo che emerge da un fondo senza fondo, di colui che si pone continuamente domande a partire da una sofferenza o una ferita. Una vera e propria malattia. ”Io sono un uomo malato” è infatti l’incipit delle Memorie dal sottotuolo; e lo stesso protagonista si definisce topo, scarafaggio, malato, il più spregevole degli uomini, che però riconoscendosi tale scopre che nel fondo della propria anima non c’è nessun fondo. La malattia di cui parla Dostoevskij è è l’ipertrofia della coscienza: continuare a rimuginare, chiedersi continuamente cosa è bene e cosa male, per scoprire poi che c’è sempre una giustificazione filosofica dei propri assunti. È la malattia di chi di fronte all’evidenza trova una giustificazione per andare oltre ad essa – per andare oltre la morale. Ma a furia di ragionamenti si scopre che non c’è ragionamento che tenga, e l’unico a poter funzionare è un gesto. Non c’è nessuna giustificazione, ma possiamo inventarci quella che vogliamo: è l’individuo stesso a farsi fondatore di valori. Ma i valori sono fondati sul nulla, quindi perché non fondarne di nuovi? L’uomo del sottosuolo è l’uomo che trasvaluta di tutti i valori, in forza di un gesto gratuito. Ed è per questo che con Raskol’nikov sarà la vita, e non la filosofia a fargli capire che quello che ha fatto è abominevole: non una decostruzione teorica, ma la vita stessa in tutta la sua tragicità.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881)
Peccatore e criminale
Raskol’nikov diventerà il più feroce accusatore di se stesso, che è un modo tutto strano di essere criminali. Addirittura sfida il pubblico ministero a smascherarlo, che è tirarlo fuori dal sottosuolo. Ma perché? Perché quello che conta non sono il crimine o il delitto, ma il peccato. E i personaggi del romanzo di Dostoevskij sono peccatori più che criminali.
- Il criminale è colui che trasgredisce la legge formalmente e in piena coscienza, senza nasconderlo a se stesso.
- Il peccatore invece ha un atteggiamento verso se stesso e verso gli altri totalmente diverso, che non è deciso dalla forma della legge, ma da una legge più profonda, e cioè quella del cuore e della coscienza: non quella che dice di non uccidere, ma quella che dice di non mentire a te stesso.
Se menti a te stesso tutte le teorie filosofiche del bene e del male sono possibili e troverai sempre un modo per autogiustificarti, pronto sempre a qualsiasi infamia. Raskol’nikov scopre di essere un mentitore, e questo non è solo un crimine, ma un peccato. Sul piano religioso la legge morale viene spostata sul terreno che le è più proprio, quello in cui davvero vediamo in modo chiaro. E nel vedere abbiamo una rivelazione di noi a noi stessi, che ci mette con le spalle al muro: questo è il peccato. L’autogiustificazione, il ”raccontarsela”, il trovarsi sempre e comunque una ragione: questo è il peccato. E infatti la cosa veramente imperdonabile di fronte a Dio non è compiere il male; ma essere doppi, essere falsi, perché solo questo toglie ogni possibilità di riscatto.