“C’è troppa frociaggine”: come Papa Francesco parla della comunità LGBTQIA+

Sulle notizie di tutti i giornali italiani, le parole del Papa contro gli omosessuali all’interno della Chiesa hanno destato scalpore.

Salutato da molti, alla sua elezione, come un papa progressista e riformista, che avrebbe veramente potuto cambiare le cose nell’ambito della concezione di alcuni temi sensibili, papa Francesco ha disertato più volte questa visione ottimista di lui. Negli ultimi giorni il nuovo mezzo scandalo, ultimo ma non ultimo: il Santo Padre avrebbe utilizzato la parola frociaggine riferendosi ai seminaristi della Chiesa cattolica. Una parola che non ti aspetti da un vecchietto di quasi 90 anni, soprattutto se il vecchietto in persona è il Papa, il successore di San Pietro, la carica più santa del santo.

La vicenda dei seminaristi

Nelle scorse giornate è trapelato un audio in cui si sente chiaramente papa Francesco dire letteralmente “c’è già troppo frociaggine”. Ma come siamo arrivati a questo punto surreale? A quanto pare, la traccia audio deriva da un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani, riuniti in assemblea generale in Vaticano per discutere proprio di omosessualità. In questa occasione, il Santo Padre ha espresso la sua opinione sull’ammissione dei seminaristi, invitando i vescovi a non ammettere quelli che si dichiarano esplicitamente omosessuali. Alla faccia dell’inclusione che da anni viene auspicata anche nei ranghi della chiesa. Secondo il Corriere, che per primo ha ricostruito la vicenda, il Pontefice non sapeva dell’offensività della parola utilizzata.

Le origini dell’omobitransfobia

Non solo l’uso della parola irrispettosa per natura, ma anche l’esclusione dei seminaristi omosessuali: una vera e propria discriminazione. La paura per il diverso è una costante nella storia dell’umanità. Infatti, i trascorsi storici e giuridici nei confronti di persone omosessuali sono numerosi e particolarmente crudeli. Già nel Levitico compare una prima formulazione dell’omosessualità come colpa da punire, in quanto abominio nei confronti di Dio e della natura. Da quel momento in poi, tutte le civiltà di cui il mondo conserva l’impronta hanno adottato una legislazione simile. Dall’antica Roma, alla Firenze dantesca, fino ai grandi Stati Nazionali del ‘600: nessuno può dirsi scevro dalla mattanza di sodomiti. Un orrore perpetuato fino al 1804, anno in cui la Francia vara il Codice Napoleonico, che, per la prima volta nel mondo occidentale, mette fine alla sanguinosa pena capitale nei casi di omosessualità. Da allora, questa viene considerata come una malattia mentale, un’involuzione e degenerazione genetica dell’organismo: la pena, oltre che il disprezzo pubblico, diviene ora la reclusione. Dobbiamo aspettare il 1990 per la vera svolta.

Nella nostra Costituzione

La Costituzione italiana ha il suo articolo sull’eguaglianza per eccellenza, il terzo, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Come si può evincere, l’eguaglianza viene sancita come principio giuridico e come pilastro del nostro Paese, ma, più in generale, come base di qualsiasi Nazione democratica. Infatti, solamente uno Stato democratico e sociale può e vuole rimuovere le diseguaglianze fra cittadini e governanti, in modo da far sviluppare al massimo la persona umana. Il primo comma esprime l’esistenza di eguaglianza formale, secondo la quale ognuno, a prescindere dal proprio genere, dalla propria etnia, dalla propria lingua madre, dal proprio credo, dalle proprie opinioni e dalle proprie condizioni, ha diritto ad essere considerato uguale ad un’altra persona, in tutte le sue diversità. Infatti, l’eguaglianza formale sta nel trattare in modo uguale situazioni uguali e in modo diverso situazioni diverse: il legislatore non può privilegiare, né fare discriminazioni irragionevoli.

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