Le parole del consenso: la comunicazione politica secondo il presidente ucraino Zelensky

Le parole sono un’arma e sembra che i leader politici di tutto il mondo ne siano a conoscenza. Ma la sapranno realmente utilizzare?

Mentre uomini, donne e bambini ucraini stanno morendo sotto un cielo di cacciabombardieri russi, i leader dei due paesi in rivolta usano l’arma della comunicazione politica per creare schieramenti. L’obiettivo? Decidere chi sia il buono e chi il cattivo.

L’ARMA DEL LEADER

La comunicazione politica è una tipologia di comunicazione in cui vengono messe a confronto idee di ambito politico ma, soprattutto, di dominio pubblico. Tocca diversi ambiti che vanno dalla sociologia, la psicologia fino all’uso della retorica. E come potremmo dimenticare i buoni retorici greci che facevano lezione sul tipo di tono e di portamento da utilizzare per mandare avanti un’intera polis. Nel momento in cui vogliamo comunicare, che sia a parole o, come oggi, tramite immagini, l’obiettivo resta sempre quello di far arrivare il messaggio al destinatario, soprattutto nel momento in cui parliamo di comunicazione politica, anche se vuote. Già Cicerone ai suoi tempi spiegava come una serie di proiezioni non potessero rappresentare l’amicizia, ma dare solo l’immagine dell’amicizia. Zelensky lo sa bene in quanto, dall’inizio della guerra in Ucraina, il suo profilo Instagram è diventato un diario di guerra dove, spesso e volentieri, vi sono contenuti che, come affermato da Selvaggia Lucarelli, sfociano nel “War Branding”. E mentre un tempo queste nozioni di comunicazione politica venivano messe in pratica durante le assemblee cittadine dinanzi ad una folla di persone, i nuovi mezzi della comunicazione di massa quali quotidiani, la radio, internet e televisione, bussano direttamente alla porta di casa tua senza che tu debba muoverti se non per andare ad aprire, poiché l’arbitrio ricade sempre su di te. A farsi carico di questo compito non può essere un politico qualsiasi, ma un leader capace di avere gestione di sè stesso, di quello che dice e sul suo linguaggio del corpo, con l’obiettivo di portare l’attenzione dalla sua parte. Non a caso, lo scopo della comunicazione politica è proprio quello di sedurre, gestire e circuire l’opinione pubblica. Non solo parole come “Nemico”, “Nazisti” e “Guerra” possono impietosire l’Europa con la paura che questa guerra possa superare i confini ucraini, ma anche le immagini diffuse dallo stesso presidente ucraino Zelensky hanno il loro compito, come il video che mostra la torre Eiffel crollare a causa dei bombardamenti con la frase “E se attaccassero Parigi?”. E mentre Zelensky appare sugli schermi delle manifestazioni internazionali più importanti come durante la notte degli Oscar o il Festival di Cannes chiedendo “Che il cinema non resti muto”, i salotti televisivi si trasformano insieme ai social nei luoghi dove questa guerra viene discussa, criticata, promossa e spiegata. Non manca in questa fiumana di opinionisti chi, durante la pandemia, era un virologo senza credito. E non manca nemmeno chi, a causa della comunicazione politica adottata da Zelensky, lo consideri incapace di portare acanti illuso incarico.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj in una vignetta in cui viene rappresentata la vittoria dell’Ucraina durante l’Eurovision.

L’ARTE DELLA RETORICA RIDOTTA IN 280 CARATTERI

Siamo di fronte alla possibile fine di un periodo di relativa pace dopo la fine della pandemia per avviarci verso una fase di conflittualità che potrebbe sfociare in un conflitto mondiale. Da quando le milizie russe hanno trasformato l’Ucraina in un cratere di cenere e distruzione, l’unica arma adottata da parte dei paesi Europei (e non) sembra essere quella della comunicazione. Questo perchè mentre si sta combattendo una guerra fatta di cannoni e mitragliatrici anti aeree, parallelamente si sta combattendo un’altra guerra: la guerra della comunicazione, un tipo di guerra che si combatte con ogni media a disposizione e che raramente è capitato di vedere come la vediamo oggi. E mentre vediamo l’Ucraina e la Russia combattere questo conflitto armati fino ai denti, le nostre società stanno reagendo dividendosi in tifoserie. Proprio come durante la pandemia, due schieramenti sociali combattono a suon di tweet, post su Instagram e talk show televisivi una battaglia dove vengono chiamate in causa la censura, le fake news e la propaganda: da un lato gli ammiratori dell’oligarca russo Putin, pronti ad abbracciare ogni aspetto della propaganda “Made in Moscow”; dall’altro, chi si commuove nel vedere il presidente Ucraino Zelensky girare video col suo cellulare mentre racconta un’altra terribile giornata di guerra che si aggiunge a tutte le altre che vanno avanti da Febbraio ad oggi. Ma anche la comunicazione di Zelensky che non si limita a quello che dice, ma anche a quello che indossa, con la sua maglietta a maniche corte venduta all’asta per 90.000 sterline, simbolo della guerra che sta combattendo e della sua vicinanza al popolo ucraino, dimostrano come la guerra in Ucraina sia una delle guerre più social che vi sia. Impossibile non citare la pubblicazione di un video che ripete in modo rin“Questa era la mia casa, questo era un mio amico e questo era mio padre”. Un modo di comunicare all’Europa la sofferenza del popolo ucraino in un modo più che esaustivo. Ampiamente discussa, invece, l’ultima trovata che vede la first lady del presidente ucraino, Olena Zelenska, posare come protagonista nell’ultima copertina di Vogue usando come set fotografico le macerie del paese rappresentato dal marito assediato dai russi perfettamente truccata e e appena uscita dal parrucchiere. “Un nuovo modo per chiedere all’Europa assistenza” hanno commentato in molti sui social.

NOI COME OBIETTIVO

Da che parte stare? Una domanda che ti porta ad un bivio: decidere se seguire il pensiero occidentalista di Pjotr Chaadaev, fondato sulla giustizia ed il diritto, o quello filoslavo di Fedor Dostoevskij, che ci accusa di essere la patria dell’immoralità che ha distrutto valori come la famiglia e la chiesa.Un indole nietzhiana insomma. Oppure decidere se seguire Zelensky su Instagram o meno. E mentre i seminari di Paolo Nori su Dostoevesky, sono stati cancellati sotto invito della rettrice della Bicocca onde evitare problemi, il direttore d’orchestra presso il teatro alla Scala di Milano Valery Gergiev è stato obbligato a prendere distanze dal suo amico Putin e, infine, il docente Alessandro Orsini che, per le sue considerazioni sulla guerra in Ucraina, ha rischiato che il suo contratto Rai venisse stracciato, ci verrebbe da chiederci se l’arma della comunicazione non abbia fatto altro che favorire dissidi. Ma in ogni decisione presa, che sia un presidente che vede il suo paese distruggersi sotto i bombardamenti russi o il dirigente Rai che vuole trasformare il proprio Talk in un dibattito dove spesso le opinioni sono polarizzate, l’obiettivo siamo sempre noi: vogliono farci riflettere, piangere e, in certi casi, puntare il dito. L’unico luogo ad essere rimasto estraneo a questo tipo di comunicazione politica è proprio la Russia, la cui popolazione è ignara che la loro informazione sia stata e continui ad essere manipolata e che i loro giornalisti sono autorizzati a diffondere fake news sulla guerra in Ucraina, finendo con lo spaccare un paese in due. Di veritiero, resta solo i morti che questa guerra ha disseminato di cui non viene divulgato il reale numero in quanto porterebbe portare a pensare che una delle due fazioni stia perdendo la guerra. Questa è la comunicazione politica.

 

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