Le maggiori sconfitte dell’Occidente durante il colonialismo: vediamo i casi di UK, USA e Italia

Il colonialismo non fu solo una conquista a tappeto di terre d’oltremare, ma ebbe anche i suoi lati bui per l’Occidente.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Colonialismo#/media/File:Colonisation2-it.gif

In questa escalation di sconfitte, si analizzeranno i casi in cui i conquistati riuscirono ad avere la meglio, seppur non definitivamente, sui conquistanti. Le battaglie prese in considerazione si sono svolte nella seconda metà dell’800 rispettivamente in Asia, America e Africa.

Gli inglesi in Afghanistan (1839-42)

Il XIX° secolo è quello della creazione dell’immenso impero britannico, in questi anni il subcontinente indiano venne totalmente sottomesso, inteso adesso come propaggine inglese da cui far partire nuove spedizioni. Una di queste vedeva l’Afghanistan come terra di conquista per evitare le mire espansionistiche russe sulla zona. Per fare questo, la strada ottimale per far passare le truppe, era quella che attraversava il Punjab, ma purtroppo impraticabile per questioni politiche.

L’esercito formato da 9.500 bengalesi, 5.600 soldati di Bombay, 6.000 afgani alleati, oltre a 8.000 cavalli e 30.000 cammelli, dovettero passare per il deserto del Belucistan dove ben presto le provviste finirono decimando uomini, animali e approvvigionamenti. Tuttavia riuscirono ad entrare a Kabul nel 1839, dove insediarono un governante fantoccio che si inimicò fin da subito la popolazione locale. Tra 1840-1841 infatti, gli afghani si schierarono contro gli inglesi, motivati oltre che dalla volontà di riconquista del proprio paese, anche dal dimezzamento del sussidio concesso loro dagli occupanti.

A partire dal 1842 vennero organizzati degli attacchi sulle vie carovaniere che collegavano l’Afghanistan con l’India britannica con lo scopo di isolare la guarnigione di Kabul, la cui reazione fu subito quella di organizzare un’evacuazione. Inutile dire che i 700 tra militari e civili inglesi e più di 3.000 soldati indiani oltre alle 12.000 persone al loro seguito, fuggirono in preda al panico, bersagliati dai cecchini e massacrati dagli afghani. Tra chi riuscì a fuggire da Kabul, la maggior parte morì di stenti per il freddo dell’inverno o sepolti dalla neve, solo un medico, William Brydon riuscì ad arrivare vivo alla guarnigione di Jalalabad. Si era interrotta la serie vincente di battaglie inglesi nel continente asiatico.

Elizabeth Thompson, “The remnants of an Army, Jellalabad, January 13, 1842”, 1879.

Gli Stati Uniti nel West e la battaglia di Little Bighorn (1876)

Quando si parla di colonialismo ottocentesco, siamo soliti fare riferimento alle conquiste dell’Europa, specie in Africa e Asia, ma gli Stati Uniti rientrano a pieno titolo in quel processo di espansione territoriale, in questo caso verso le terre del selvaggio West. Lo sconfinamento nelle terre delle tribù native portò già tempo addietro a numerosi conflitti, che si risolsero in un nulla di fatto se pensiamo alla capacità degli indiani di ingaggiare battaglia a cavallo, specialità che permise loro di dominare le grandi pianure. Anche se le differenze in termini di armamenti erano di gran lunga sbilanciati dalla parte americana, le tribù erano capaci di sfruttare al massimo il proprio equipaggiamento fatto sostanzialmente di archi e frecce, notevolmente più veloci rispetto ad un moschetto che necessitava di essere ricaricato. Nell’800 però lo sviluppo delle armi portò non solo ad un miglioramento qualitativo ma anche quantitativo, tanto che anche gli indiani riuscirono a procurarsene, aumentando la loro pericolosità in campo aperto.

La battaglia di Little Bighorn fu una grande prova di forza, ma solo una parentesi di vittoria indiana in un contesto di inesorabili sconfitte contro gli Stati Uniti. Siamo nel Montana, il 25 giugno 1876, gli schieramenti vedono da una parte 700 soldati americani guidati dal generale Armstrong Custer, dall’altra sono fronteggiati da diverse migliaia di guerrieri cheyenne e lakota sotto i capi indiani, Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Per un errore di valutazione, Custer si aspettava non oltre 800 pellerossa, lasciando indietro le mitragliatrici Gatling perché troppo ingombranti. Fiducioso com’era di sconfiggerli solo con fucili e pistole, si trovò di fronte un esercito armato più grande del doppio rispetto a quello americano. La differenza numerica si fece subito sentire, il disastro strategico del generale portò la morte a metà dell’esercito, e Custer stesso perse la vita in battaglia. Questa fu l’ultima occasione di vittoria prima della totale conquista americana del West.

Fonte: https://genovaquotidiana.com/2015/10/16/little-big-horn-quando-custer-salvo-il-trombettiere-di-apricale-e-fu-sepolto-dal-libraio-di-mezzanego/

L’Italia in Etiopia, la disfatta di Adua (1896)

L’Italia fu una delle ultime potenze a muoversi verso la conquista del continente africano, dopo aver preso Libia ed Eritrea, l’esercito puntò dritto verso l’Etiopia. Un paese questo, che è sempre stato indicato come eccezione nel panorama africano durante il colonialismo. Forte della sua unità interna, è stato capace di equipaggiarsi di armi da fuoco e addirittura di iniziare una produzione locale. Anche se in termini di quantità e qualità gli armamenti abissini erano nettamente inferiori rispetto a quelli europei, ma qui entrano in gioco le tattiche militari ed errori dei generali italiani.

Invasa a partire dal 1895, le truppe del generale Baratieri contavano 10.596 italiani e 7.100 eritrei ma si trovarono su un terreno poco conosciuto e con mappe poco affidabili. La troppa fiducia in una vicina vittoria li portò ad entrare nella conca di Adua dove più di 100.000 mila soldati del negus Manelik bloccarono il contingente straniero, uccidendone o imprigionandone più della metà. Fu una delle sconfitte italiane più gravi, in grado di porre una barriera, seppur temporanea, alla conquista dell’Etiopia, la quale dimostrò che anche gli africani fossero in grado di battere gli europei.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Adua#/media/File:Adoua_1.jpg

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