Ecco cosa ne penserebbe Simone de Beauvoir dello stop imposto alle nuotatrici transgender

Le nuotatrici transgender non potranno più partecipare alle competizioni femminili internazionali. Nel vivo della controversia contro la FINA, riscopriamo cosa significhi essere una donna.

Fonte: Marcus Ng su Unsplash

Il mondo dello sport si ritrova spaccato in due, fra accuse di ideologismo e rimproveri di esclusione e transfobia. In un congresso della Federazione Internazionale di Nuoto Agonistico, tenutosi a Budapest, ha vinto la decisione escludere la partecipazione delle donne transgender alle gare internazionali. La soluzione? Una nuova categoria, cosiddetta “open“.

LA CONTROVERSIA E LE PAROLE DI SHARON DAVIES

L’idea è stata proposta da Husain Al-Musallam, il presidente della FINA. La Federazione si è espressa negativamente in merito alla questione, nata soprattutto con la partecipazione – e la vittoria, forse scomoda – dell’atleta Lia Thomas, e ha deciso per una via che potesse “tutelare i diritti a competere, ma anche l’equità” (fonte: Corriere della Sera). Sì, perché il problema principale sono le accuse di inequità, mosse dai colleghi atleti stessi. Un esempio? Le parole della ex nuotatrice Sharon Davies, argento alle Olimpiadi di Mosca del 1980.

Sulla decisione del mondo del ciclismo di aprirsi anche alle donne transgender, infatti, l’atleta aveva già raccontato al DailyMail di essere in disaccordo:

I think what cycling has done is disgraceful! […] They have basically said they are happy for female athletes to compete with a disadvantage. I’m afraid that is not acceptable in a world where we don’t believe in sex discrimination” (link all’articolo).

Fonte: Bryan Turner su Unsplash

IL CASO EMILY BRIDGES

Eppure, la regolamentazione dell’UCI – Unione Ciclistica Internazionale – già dal 1 Luglio, sarà più severa. Importante per la discussione il caso di Emily Bridges. Quella che, prima, era vista come una limitazione dei livelli di testosterone sotto la soglia massima di 5 nanomoli per litro, per un periodo di 12 mesi prima della competizione, è diventato uno stringente limite di 2,5 nmol/L per 24 mesi. E non solo.

Come racconta il The Guardian (link all’articolo), la ciclista Bridges è stata impossibilitata a partecipare ai Campionati Nazionali Omnium (Regno Unito) di Aprile, previa limitazione dell’UCI e sotto le accuse di boicottaggio degli altri atleti, nonostante i suoi livelli di testosterone fossero “in regola” con la normativa vigente. Emily ha così commentato:

I understand how you’d come to this conclusion because a lot of people still view trans women as men with male anatomies and physiologies, […] but hormone replacement therapy has such a massive effect. The aerobic performance difference is gone after about four months.

There are studies going on for trans women in sport. I’m doing one and the performance drop-off that I’ve seen is massive. I don’t have any advantage over my competitors and I’ve got data to back that up.” (fonte: The Guardian; DIVA)

COSA SIGNIFICA ESSERE UNA DONNA

Forse la risposta alla controversia potrebbe risiedere nelle parole di una pensatrice del secolo scorso, Simone de Beauvoir, che, nel capolavoro “Il secondo sesso” ha tentato proprio di spiegare cosa significhi essere una “donna”. O, per meglio dire, cosa rende una donna tale.

Secondo la FINA, l’UCI, e molte altre federazioni internazionali che non hanno ancora predisposto una vera e propria normativa a riguardo, la risposta risiederebbe nella natura fisiologica e biologica del corpo. Eppure, quanto può avere validità questa posizione, in un momento storico come il nostro, in cui è accessibile la terapia ormonale? La distinzione fra sesso biologico e identità di genere sembra essere sempre più debole, nonostante gli stereotipi continuino a vivere negli argomenti inerenti la sfera transgender.

Seppur, nella monumentale opera dell’autrice francese, un capitolo sia dedicato interamente alla biologia femminile, la sua analisi non si ferma a questo. Nell’acuta critica alla percezione del femminile nel mondo esterno, la donna non è solo “un’ovaia”, è un elemento escluso dalla visione d’insieme, un “in più” che viene discriminato, al quale non vengono riconosciuti i dovuti diritti. Il fil rouge è quello della subordinazione all’uomo, la donna, per la società, è la costola di Adamo, non un individuo a sé stante. No, non era questa l’intenzione della scrittrice, ma non potremmo applicare questa tremenda visione anche al caso della femminilità transgender?

Una donna è un individuo che la società non riesce a vedere come indipendente: è purtroppo questa una delle cose più importanti che la distinguono dall’uomo. Essere donna significa vivere la discriminazione di genere sulla propria pelle, ogni giorno. Forse, e solo forse, è proprio lo stesso ciò che vivono le donne transgender. Escluse perché transgender, anche dove la scienza prova che le prestazioni fisiche sono al pari di quelle di una donna FAAB, e, forse, anche perché donne.

 

 

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