Le doti sessuali di Nilde Iotti secondo Feltri, l’uomo che scambiò l’oggettivazione per un complimento

Quanto è sottile il confine tra parità dei sessi e stereotipo di genere? Il problema emerge quando si commentano le abilità sotto le lenzuola anche della defunta Nilde Iotti.

Nel suo articolo Feltri spezza una lancia a favore del giornalista che, nel recensire la fiction di Raiuno che racconta la vita della politica, non ha potuto fare a meno di definire la donna “brava in camera da letto”. Nega di aver in qualche modo fatto un torto alla memoria della Iotti: per lui la componente erotica è una virtù da sottolineare, ma quali sono le conseguenze che tale encomio comporta in un contesto pubblico?

Donne e uomini nei mass media, “pupe” e “secchioni”

Per quanto il direttore di Libero possa giustificarsi, l’intera situazione è senza dubbio un esempio di come gli stereotipi e il pregiudizio di genere si presentino nella comunicazione pubblica influenzando le opinioni di chi riceve il messaggio. Infatti, i media hanno la tendenza ad andare incontro alle aspettative del pubblico riproponendo gli stessi stereotipi che fin dal principio dell’umanità definiscono, basandosi su false credenze, ruoli, posizioni e comportamenti di uomini e donne. Assecondando questa erronea visione del mondo gli stereotipi ne vengono rinforzati e penetrano ancor più profondamente negli schemi mentali delle persone, creando un circolo vizioso che danneggia tutti, maschi e femmine indistintamente.

Tra gli aspetti maggiormente influenzati gioca sicuramente un ruolo fondamentale la concezione del corpo femminile. Le donne vengono rappresentate in funzione della loro bellezza e della loro esteriorità, caratteristica che viene utilizzata anche per promuovere, ad esempio, prodotti che nulla hanno a che fare con l’aspetto fisico. L’immagine tendenzialmente richiama un’allusione più o meno esplicita alla disponibilità sessuale, il fisico è allo stesso tempo magro e con curve ben definite, la pelle giovane e porcellanata. Siamo costantemente esposti a immagini di corpi perfetti (prevalentemente femminili, ma negli ultimi decenni anche gli uomini sono stati trascinati nel vortice pericoloso dell’inutile ricerca della perfezione), valutati unicamente sulla base della loro gradevolezza fisica in cui la dimensione del corpo conta più di qualsiasi altra e va ad eliminare le caratteristiche di umanità e personalità della gente. È così che qualcuno diventa qualcosa, fino al punto da vedere sé stessi più come corpi, oggetti, piuttosto che come persone. L’oggettivazione sessuale che i media trasmettono viene talmente interiorizzata che si trasforma in auto-oggettivazione, e le conseguenze, diffuse soprattutto tra le donne, sono a dir poco drammatiche. Si assiste ad un progressivo eccesso di monitoraggio del proprio corpo, che toglie energie e risorse cognitive che potrebbero essere destinate ad altre attività più produttive e invece si concentrano nell’inutile tentativo di raggiungere la bellezza ideale. Psicologicamente si ha un senso costante di insoddisfazione per l’impossibilità di ottenere il livello di perfezione (irreale e falsificata) delle immagini trasmesse dai media che può portare alla depressione e al manifestarsi di disturbi dell’alimentazione quali anoressia e bulimia.

Al livello interpersonale, nella relazione con gli altri, quando siamo esposti a donne oggettivate sessualmente le percepiamo come “meno umane”, per cui attribuiamo loro una minor competenza (le consideriamo più stupide e inadeguate anche per certe professioni lavorative) e le priviamo anche del loro status morale, come se non provassero emozioni e sensazioni proprio come degli oggetti (pensiero che spesso va a legittimare la violenza di genere). Persino tra le bambine l’idea del valore prioritario dell’aspetto fisico viene interiorizzata molto presto, a soli tre anni, anche per colpa dei cartoni animati, in cui bellezza esteriore corrisponde a bellezza interiore, le protagoniste femminili  vengono dipinte come buone e gentili ma anche necessariamente magre e belle, molto più delle antagoniste ma anche dei personaggi maschili nel complesso, senza i quali le principesse sarebbero in linea di massima indifese e in balia della malvagità degli eventi.

L’influenza dei mass media agisce anche in termini di ruoli ricoperti nella società da uomini e donne. La rappresentazione delle caratteristiche che attribuirebbero valore sociale rispecchiano, nella televisione, ad esempio, per gli uomini la competenza e per le donne la bellezza, la funzione decorativa di un pezzo d’arredo. Basti pensare ai giochi televisivi, in cui il presentatore risulta brillante nella conduzione del programma e gestisce arbitrariamente i momenti di cui si compone, mentre le donne svolgono il ruolo prevalentemente di “valletta” presente esclusivamente per la sua bellezza, di solito inversamente proporzionale alla quantità di stoffa che indossa. E, dal momento che la competenza, grazie all’esperienza, è una risorsa che aumenta con il passare degli anni mentre la bellezza sfiorisce col tempo, l’età media degli uomini presenti in televisione è superiore ai quarant’anni, mentre quella delle donne si aggira tra i venti e i trenta. Di conseguenza gli stereotipi vengono nuovamente rafforzati, per cui ci sono difficoltà nel riconoscere le donne in posizioni apicali di potere anche nella quotidianità, il che influenza la maniera di relazionarsi in contesti professionali. Quando si tratta di competenza, le donne appaiono sempre più invisibili, si pensi, per esempio, alle scoperte scientifiche: quante donne vengono facilmente ricordate per i loro studi? Purtroppo, molto poche rispetto ai colleghi uomini.

Maschile generico, donne invisibili e mille modi per dire “mignotta”

In ambito pubblico il linguaggio svolge un ruolo fondamentale nel plasmare la realtà. In tema di stereotipi di

genere, la lingua italiana viene usata in maniera molto sessista. L’utilizzo del maschile generico ne è un chia

 

ro esempio, poiché in mancanza di un suffisso neutro per certi termini si tende ad utilizzare il maschile perché così si è sempre fatto negli anni. Nei termini che indicano le professioni più stereotipicamente maschili l’evidenza è lampante, per cui alcuni equivalenti al femminile risulterebbero cacofonici (“avvocata” o “ingegnera” suonano male, ma “maestra” o “casalinga” non hanno lo stesso effetto), in un discorso legato sicuramente al potere e alle norme sociali di suddivisione di ruoli in società. Il maschile generico ha come conseguenza l’orientamento dell’immaginario in senso maschile, che porta anche a una sovrastima del numero di uomini e facilita l’interpretazione di un ruolo professionale al maschile, nonché contribuisce all’invisibilità delle donne. Pochissimi sanno che tra i Padri costituenti di cui si parla nella Costituzione italiana vi erano anche 21, che rimangono inesistenti agli occhi di molti per colpa di un termine impropriamente usato. L’influenza del linguaggio è evidente in proverbi e doppi sensi, che connotano negativamente il gruppo sociale delle donne: se “cortigiano” significa letteralmente “uomo di corte”, il termine “cortigiana” viene inteso come sinonimo di “prostituta”; un “massaggiatore” di professione ha un ruolo diverso di una “massaggiatrice”, che nel gergo comune rimanda sempre alla prostituzione; pensando ad un “intrattenitore” verrà forse in mente un cabarettista, mentre ancora una volta dicendo “intrattenitrice” si fa riferimento ad una donna di facili costumi.

Oggettivatio non petita, accusatio manifesta

Per quanto questi esempi possano sembrare lontani dai termini che si sono usati sia nella recensione che nell’articolo di Feltri, in realtà siamo di fronte ad un utilizzo del linguaggio non così distante da una forma di pregiudizio nei confronti delle donne. Alludendo, infatti, alla prestanza sessuale di Nilde Iotti, alla quale evidentemente non è bastato essere stata la prima donna a raggiungere la carica di presidente della Camera dei Deputati per sottrarsi dall’essere ritratta nella sua dimensione più carnale, si incappa inevitabilmente nell’oggettivazione della sua persona. Forse, come dichiara il giornalista, “Non si tratta di osservazioni partorite dal nostro collega, bensì di considerazioni fatte dall’ autore del filmato, il quale ha proposto ai telespettatori un ritratto di Nilde”, il che colpevolizza la produzione della docu-fiction per essersi soffermata sulla vita sessuale della politica nonostante fosse inutile ai fini della trama, ma, allo stesso modo, era così necessario sottolinearla anche nella recensione? Sapendo che l’oggettivazione porta alla percezione di una minor competenza della persona oggettivata, sicuramente poteva essere evitato e non bisogna biasimare le femministe che hanno percepito l’indiscrezione come un’offesa. Tra queste ultime, nell’articolo del direttore di Libero è stata presa in particolar modo di mira l’attrice Lella Costa che, ospite al programma di Massimo Gramellini su Raitre, ha messo in luce il commento dell’autore della recensione, colpevolizzando anche la testata di aver consentito la redazione di un simile articolo. E questa volta nella sua invettiva non ci sono giustificanti per il signor Feltri. Infatti, si riferisce alla Costa come “attrice di lungo corso e di corta fama” e aggiunge in ultima battuta che “pretendere da Lella Costa un tale ragionamento, per quanto rudimentale, potrà forse essere eccessivamente ottimistico, tuttavia dal conduttore della trasmissione ci saremmo aspettati che invitasse l’attrice a non indulgere in bischerate sesquipedali. Non importa. Sappiamo che spesso contro gli sprovveduti siamo disarmati”. Il tono vuole senza dubbio essere offensivo e in linea con gli stereotipi di genere attribuisce alla donna un tratto di incompetenza che non le è proprio ed inadeguato al contesto. Ma, d’altronde, cosa possiamo aspettarci da chi si è riferito alla sindaca di Roma con il titolo “Patata bollente”? Non è poi così vero che “di un uomo si può dichiarare scherzando o sul serio che abbia la carne debole (e il pesce debolissimo), mentre di una signora si devono tacere pure quelle che taluni considerano virtù”, perché, ad esempio, non si è fatto alcun accenno alle prestanze fisiche di Togliatti, personaggio altresì importante nello stesso programma televisivo. Se le virtù e la parità di genere si riducono alla debolezza della carne, non è poi così un male riflettere su “bischerate sesquipedali”.

 

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