L’azione purificatrice dell’acqua sulle coscienze di Pino Daniele e Rebora

La catarsi dell’individuo sotto una pioggia scrosciante che lava le coscienze nelle opere di Pino Daniele e Clemente Rebora. 

La canzone “Quann chiove” di Pino Daniele è accomunata alla poesia “O pioggia feroce” del poeta del Novecento Clemente Rebora dalla voglia di sottolineare l’impatto che ha la pioggia sulle coscienze degli essere umani. L’acqua agisce sulle “anime impure” come in un battesimo nel cuore e sulla pelle “di chi aspett che chiove” per lavare e scarnificare rimorsi e finte apparenze.

Clemente Rebora

Lavando via la finzione

Una pioggia feroce scroscia sulle vie della città svolgendo la propria funzione purificatrice. Essa lava via “lordure e menzogne” dalle anime impure
Il sole fa apparire preziosi il pattume e le pietre dei corsi, inganna la vista conferendo un valore superiore a quello effettivo a ciò che è nefasto, fa emergere ciò che è misero, conferisce bellezza a ciò che è ripugnante. Il sole esalta la falsità delle belle apparenze e dei finti e “vuoti” rimorsi di una realtà artificialmente positiva. Come mossa da “un terror di profezia” incombe la pioggia, giustiziera implacabile che s’infiltra nella “tenebra nuda”. Essa “rode” le anime degli uomini destinandoli ad essere mescolati assieme agli “altri rifiuti” o concedendogli clementemente la possibilità di purificarsi. Rebora definisce la pioggia come una “fredda amazzone implacata” che funge da “redentrice adorata del rinnegato bene” per noi esseri umani che innanzi ad un’esistenza che si sottomette agli eventi e alle cose assistiamo ad un “insolubil mistero”. Innanzi ad un susseguirsi di apparenze e finzioni, la pioggia contrappone “spontanea purezza del vero” ai “bari del mondo”, coprendo con un manto di silenzio ciò che la natura urla con maggior veemenza. È un’azione forte, radicale, la pioggia è come la “morte dove il pensiero è immortale”: l’acqua è l’agente che stravolge spazzando via le certezze, è ciò che, seguendo un climax ascendente, “lava, scarnifica, spazza”. Verranno messi a nudo “l’oro e la gloria” veri, quelli sciolti da qualsiasi edonismo e dimostrazione terrena e mondana. Il prodotto del logorio è una sublimazione, azione assimilabile a quella messa a punto da Beatrice nei confronti dell’animo di Dante. La funzione catartica giunge a compimento nel momento in cui viene generato un “balenìo” celeste, che s’irradia come si espande con benevola prepotenza la luce di Dio.

Parole e pioggia che scavano nel profondo

Lo scopo del poeta è quello di liberarsi dalle contraddizioni terrene giungendo ad un scarnificazione di se stesso. L’io s’interroga su di sé, scisso tra il rischio di annullarsi nell’esteriorità delle cose e quello di moltiplicarsi in mille sfaccettature. Rebora cerca rifugio in un’autentica esperienza religiosa capace di contrapporsi alla distruttività del mondo moderno caratterizzato da un rumore dal quale la poesia cerca invano di liberarsi aspirando al silenzio. Il poeta mostra abilità nel creare correlazione tra azioni e reazioni, nel legare immagini e parole secondo modi espressionistici. Si susseguono immagini intense, forti, vorticose: il tentativo di scavare nella profondità della realtà viene effettuato ricorrendo a terminologie auliche, a frequenti analogie, antitesi e allitterazioni, all’uso di consonanti aspre e parole cupe e stridenti che richiamano le rime petrose dantesche. Il bisogno di verità e di fede è accompagnato da una visione della vita come esistenza frammentaria che si aggroviglia su se stessa in una condizione perpetuamente sospesa, in cui non le è concesso attingere alle proprie autentiche potenzialità. L’io poetico si interroga costantemente sull’ indicibile e sul non detto, aspettando di poter accedere al Vero al di sotto delle apparenze che “la pioggia” lava via. Ciò a cui Rebora aspira è, in termini cristiani, un battesimo in cui l’acqua svolge una funzione catartica che possa assecondare la sua esistenziale ricerca di verità e la tensione morale.

Pino Daniele

L’acqua te ‘nfonne e va

“Quann chiove” è  stata scritta e cantata da Pino Daniele nel 1980. La canzone è dedicata ad una prostituta che trascorre le giornate a prepararsi per il lavoro notturno. Mentre la donna scende le scale per uscire di casa il suono della sua risata si estende per le stanze insieme ai rumorosi passi. La gioia scompare dal suo volto quando inizia a lavorare, cercando di accumulare il denaro necessario alla sua sopravvivenza. La donna aspetta che piova, attende che l’acqua scorra sul suo corpo per mettere in atto la sua azione purificatrice. Quando le gocce cadono la bagnano, l’accarezzano, lavano via i segni delle varie mani che l’hanno stretta a sé. La pioggia purifica la donna, la priva del peccato legato alla mercificazione del corpo. All’imbrunire esce di casa e nel buio della notte parla alla Luna, sua unica amica, mentre le persone sembrano evitarla, con lo “scuorn ‘e te ‘ncuntrà”. La prostituta è sola per strada tra uomini che per non macchiare la propria immagine sociale la guardano e vanno via senza consumare. E così la donna aspetta in attesa dell’acqua che possa ripulirla dai rapporti avvenuti, della pioggia che riesca a purificarla dalla lussuria e dalla reificazione corporale nella speranza che un giorno tutto cambierà e che quella risata possa diffondersi nel corso di tutta la giornata celebrando l’ottenuta libertà : “tanto l’aria s’adda cagnà”.

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