L’autodistruzione della sinistra

Perché la spaccatura continua in una miriade di partitini inutili ai fini elettorali è la minaccia meno grave al momento per la sinistra italiana.

L’inizio della fine, già all’inizio

Si può candidamente ammettere che la sinistra, e in particolar modo quella italiana, sia affetta da una sorta di “mitosi partitica”, che suscita un innato istinto di morte, che la spinge in momenti fondamentali a scindersi in una marea di partiti politicamente inutili. Divergenze di ideali, scenari di palazzo alla game of thrones, intrighi e voltafaccia, c’è ben poco da stare sereni (cit.) per il caro vecchio elettore di sinistra dal cuore rosso scolpito dalla giustizia sociale. Senza voler entrare troppo nello specifico, la non esattamente cesariana strategia della sinistra di iniziare a fare guerra a sé stessa, inizia già nel lontano 1921 con La nascita del PCI, che si scinde dal PSI.

Altri tempi direte voi, altri ideali. Sì, vero, troppa distanza tra i filobolscevichi di Gramsci e i più imborghesiti socialisti riformisti. Tutto verissimo, cristallino. Peccato che politicamente, il fronte antifascista abbia subito un duro colpo anche d’immagine, e solo un anno dopo mr.mascellone abbia deciso di far passeggiare i suoi a Roma. Indisturbato. Arriviamo a tempi meno sospetti. Arriviamo al fatidico 1991. I cuori dei comunisti sono scossi dalla caduta dell’URSS, si deve decidere che linea dare al partito. Il ricordo del compagno Enrico che riempiva le piazze urlando alla “questione morale”, e che aveva portato il PCI per la prima volta vicino a incarichi di governo era vivo. Più vivo che mai. Proprio per rendergli onore invece di trovare un punto d’incontro e salvare capra e cavoli, viene fondato il PDS, da cui si chiamano istantaneamente fuori i duri e puri di Cossutta che fonda Rifondazione Comunista. Il 1994 segna un anno di svolta, la prima repubblica è incenerita da Mani Pulite, i partiti di sinistra risultano miracolosamente illesi (o quasi), rispetto alle ormai decadute DC e PDS. Un nuovo spettro si aggira per l’Italia. È impomatato, è ricco, è simpatico. È Silvio Berlusconi. PDS, PRC e tutta la galassia di partitini, decidono di unirsi per combattere il nemico numero uno, in una sorta di novello Fronte Popolare. Tutto bellissimo. Gramsci e Turati da lassù piangono. Ma piangono perché una campagna elettorale condotta come una scampagnata mette in tasca al buon vecchio Silvio il 42% delle preferenze. Praticamente una specie di plebiscito. L’inizio della fine. Scissioni, lotte, nuovi partiti, assicurano al centrodestra vent’anni il governo del paese, mai messi seriamente in discussione, se non in qualche raro, sporadico caso, che si conclude più o meno come si sono concluse tutte le esperienze di cui abbiamo parlato prima.

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Arriviamo al 2007. Nasce il nuovo braccio politico della sinistra. Nasce il PD. Menomale che a nostro Signore non hanno portato gli stessi doni che hanno portato a Veltroni, ovvero scissione dei più intransigenti e la perdita dopo un solo anno di appoggio al governo Prodi, di 7 punti percentuali. Meglio la mirra.

Il triste epilogo

Arriviamo però forse alla crisi maggiore che la sinistra abbia mai avuto. La crisi odierna. Oggi la sinistra non rischia più di frammentarsi offrendo il fianco al centrodestra. Oggi la sinistra rischia seriamente di perderla la sua base storica, non di disperderla. Sono due cose radicalmente opposte. I sondaggi e le scorse europee hanno delineato un tratto seriamente preoccupante, il populismo sfrenato di Lega e 5 stelle ha attirato l’elettorato storico della sinistra. Quell’elettorato che si è sentito abbandonato dalle svolte centriste del renzismo. Che si è sentito lasciato a sé stesso per correre in aiuto delle banche. Che ha visto ammiccare ala grande finanza e alla grande industria, i nemici storici della sinistra. I nemici grazie ai quali essa è nata, con la volontà di giustizia sociale e vicinanza al proletariato. La lontananza dalle periferie in favore della vicinanza agli attici, provvedimenti come l’abolizione dell’articolo 18 o l’affronto a spada tratta del reddito di cittadinanza sono politiche scriteriate. Il popolo, il proletariato vuole vicinanza e giustizia sociale. Perdonami Matteo S. se uso queste brutte parole da secolo scorso, che tu consideri morte. Peccato che sono esattamente i termini che descrivono il tuo elettorato, quell’elettorato che hai “rubato” alla sinistra, usando quel fiuto politico che raramente si è riscontrato tra i tuoi avversari. Abolire l’articolo 18 è un segno. Combattere un provvedimento di sinistra come il reddito di cittadinanza è un segno.

Non sto certo dicendo che il reddito di cittadinanza vada difeso a spada tratta, è uno dei provvedimenti peggio scritti e organizzati che si siano mai visti. Ma è di sinistra. Fa l’occhiolino a tutti quei delusi e abbandonati. Si potrebbe criticarlo per migliorarlo.Non per abolirlo. Serve perciò un ritorno alle periferie, una vicinanza a tutto il vecchio elettorato che è stato convinto a passare al nemico. Il ritorno ai valori considerati morti è l’unica via. Forse è proprio per questo che mr. Felpetta non perde occasione per ribadire in mondovisione quanto quei valori siano superati. Non sono superati. Non ora. Non mai. Forse lui lo sa. Forse ha paura. Per ora sono passati. Ma se si cambia la rotta radicalmente, magari la prossima volta NO pasaràn!

Luca Simone

 

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