Paul Gauguin: dipingere e pensare liberi dalle catene del moralismo sessuale occidentale.

Perdita della verginità, Paul Gauiguin, 1891                            (Perdita della verginità, Paul Gauguin, 1891, Chrysler museum)
“La libertà sessuale è necessaria altrimenti vivremmo una schiavitù ripugnante. In Europa l’accoppiamento è la conseguenza dell’amore. In Oceania l’amore è la conseguenza del coito”

Sentenzia così uno dei più grandi esponenti dell’arte contemporanea del vecchio continente.

Paul Gauguin nacque a Parigi nel 1848 e morì cinquantacinque anni più tardi a migliaia di chilometri dalla patria, nelle Isole Marchesi. Lascia di stucco pensare che, oltre un secolo fa, vivessero personalità tanto audaci da diffondere affermazioni in grado di amareggiare qualcuno ancora oggi.
Eppure il talento pittorico accompagna in questo caso un’aperta concezione di vita di gran lunga oltre la sua contemporaneità.

Un grande viaggiatore

A distinguerlo un carattere errabondo e dinamico; la sua biografia snocciola continui viaggi oltreoceano; Rio, Panama, Bombai, Sydney, Auckland quindi Tahiti e l’arcipelago delle isole Marchesi.
Non rinunciò a costruirsi una numerosa famiglia, alla quale riservò sempre rapsodiche e incostanti presenze.
Sebbene egli riconoscesse cinque figli, chi può dire quanti altri ce ne fossero a sua insaputa!
In molti hanno versato fiumi d’inchiostro additando la sua immoralità, la sua incapacità di rispettare i normali cliché per un parigino borghese.
Penne esaurite a ragione; intraprese strade opinabili, lasciando di sé l’immagine di un uomo profondamente egoista.
A Tahiti sposò una giovane quattordicenne; in un suo dipinto (in figura) arriva a dipingersi nelle vesti di una maligna volpe, che milita sul corpo inerme di una fanciulla: la protagonista, Juliette Huet, si era concessa a lui e Gauguin non si era fatto più vivo.
Che dire infine delle sue rivelazioni omosessuali?
Il pittore non nega di aver provato un irrefrenabile desiderio sessuale alla vista dei fianchi di un giovane ragazzo tahitiano.
Questo è Paul Gauguin, o in altre parole, il  “molestatore” per eccellenza della sensibilità altrui.

Ricerca del primitivo

Non serve compiere sforzi per capire di quale fama godesse ai suoi tempi. Pessima, appunto!
Gauguin non nascondeva chi fosse e se gli altri ne sprezzavano la condotta, dal canto suo, se ne andava con la speranza di non incontrare nuovi giudici sulla sua strada.
Nel 1901 abbandona Tahiti e si spinge fino alle Isole Marchesi. Perché?
La risposta può farci sorridere: per sfuggire ai suoi confratelli europei.
Il pittore sognava l’anti-Parigi, la totale adesione allo stato primitivo, lungi dal laborioso codice morale.
I più grandi antagonisti erano i missionari cristiani, evangelizzatori delle popolazioni indigene, esportatori della parola di Dio, estirpatori della pluralità religiosa e culturale, uccisori della promiscuità sessuale, portatori della vergogna e della castità.
Non c’è motivo per cui una cultura debba sottomettere la contigua, per quanto stridente possa essere il loro contatto.
Se evangelizzare era sinonimo di civilizzare, non si possono celare le altre facce della medaglia:
gli europei hanno plasmato la diversità a loro somiglianza, hanno costruito civiltà che potessero servire e compiacere i loro interessi. A tutela della loro partita a scacchi subentrava il “in nome di Dio” e tutto era permesso:
Non è forse questa la più grande bestemmia?
Paul Gauguin abbandonò l’isola, morì in una capanna costruita con le sue mani;
alla morte, i missionari incendiarono la dimora, bruciarono molte tele di cui le pareti erano decorate.
Una grande perdita artistica, il vero volto d’una morale d’interesse.

Leonardo Botticelli

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