Latino lingua morta? Ecco spiegati cinque modi dire importati direttamente dall’Antica Roma

Per noi italiani le origini sono molto importanti, tanto che ancora oggi utilizziamo nel linguaggio di tutti i giorni dei modi di dire inventati dai nostri antenati latini. Ma cosa vogliono dire?
Scopriamo cinque modi di dire importati direttamente dall’antica Roma che, tutt’oggi, appartengono al nostro vocabolario.

“DIVIDE ET IMPERA”

Di dubbia origine, la locuzione “Dividi e comanda” si è sviluppata in ambito sociopolitico e si lega al tema del mantenimento del potere. È una strategia che mira alla frammentazione del popolo al fine di rendere questo più facilmente governabile, instillando il seme della discordia e dell’odio. Ad essere diviso inoltre,  non deve essere solo la compagine dei dominati ma anche (e soprattutto) l’opposizione che, se in disaccordo, non riuscirà a far fronte comune contro il potere in carica. L’origine del motto è incerta: alcuni la attribuiscono a Filippo II di Macedonia e, successivamente, è stata utilizzata da Luigi XI di Francia in riferimento al modus in cui gli Asburgo erano soliti gestire i loro affari politici.

“DURA LEX, SED LEX”

La legge è dura ma è legge” è una formula giuridica latina che condensa in pochi termini l’importanza che i nostri antenati attribuivano alle leggi. Queste, anche se eccessivamente dure o non condivise, dovevano essere seguite pedissequamente dal popolo che esemplava il proprio comportamento su di esse, senza possibilità di appello. La frase è stata attribuita da alcuni a Socrate, da altri al giurista romano Ulpiano vissuto intorno al III secolo d.C. ed è tutt’oggi applicata non solo all’ambito giuridico, ma a tutte quelle situazioni in cui si è costretti a sottostare ad un comando per il raggiungimento di un obiettivo, che esso sia comune o personale.

“ERRARE HUMANUM EST, PERSEVERARE AUTEM DIABOLICUM”

Errare è umano, perseverare è diabolico” è un principio filosofico che risponde alla necessità di attenuare in qualche modo un errore o una colpa. Già in Livio e Cicerone è possibile rintracciare formule simili come “Venia dignus est humanus error” (“ogni errore umano merita perdono”) o “Cuiusvis est errare: nullius nisi insipientis,in errore perseverare” (“è cosa comune l’errare: è solo dell’ ignorante perseverare nell’errore”), ma la locuzione che forse si avvicina di più a quella che utilizziamo ancora oggi è da attribuire a Sant’Agostino di Ipponia:
“Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere”
(Cadere nell’errore è stato proprio dell’uomo, diabolico è rimanere per superbia nell’errore”
Il messaggio è quindi chiaro: l’errore è normale e anzi spesso educativo ma perseverare in esso è sinonimo di stupidità considerando che solo lo sciocco non è in grado di comprendere l’importanza di imparare per non ripetere.

“FESTINA LENTE”

Affrettati lentamente” è una locuzione attribuita dallo storico Svetonio al divo Augusto nel “De vita Caesarum” e cristallizzata nella memoria comune da Cosimo I de’Medici. Con quest’ultimo il motto è stato infatti associato alla tartaruga, animale flemmatico per antonomasia, posta dal duca di Firenze come simbolo della flotta e monito di essa: la tartaruga è celebre sì per la sua lentezza ma anche per la sua prudenza, la stessa che Sua Altezza Serenissima raccomandava ai suoi. Insomma, un pò un antenato di “chi va piano va sano e va lontano”. Il motto si regge chiaramente su basi ossimoriche ed è promotore del modus operandi di chi preferisce valutare le conseguenze prima di gettarsi a capofitto in un’impresa, diminuendo così il rischio di imprevisti ed evitando di agire in modo sconsiderato e non ragionato:
Augusto pesava insomma che per un buon generale niente fosse meno indicati della fretta e della temerarietà. Per questo andava ripetendo frequentemente il detto: “Affrettati lentamente, per un capo è meglio la prudenza che l’ardimento” (Svetonio, “De vita Caesarum”, II,25)

“UBI MAIOR MINOR CESSAT”

Letteralmente tradotta con “dove vi è il maggiore il minore decade”, indica che in presenza di chi ha più potere colui che ne ha meno decade. La locuzione richiama l’importanza del rispetto di una predefinita gerarchia che non può essere sovvertita in nessun caso; alcune fonti vogliono che il motto sia stato esemplato sulle figure di Catone il Censore, il “maior, e Catone l’Uticense, il “minor”, differenziati post mortem in base all’autorità e il carisma. L’eredità di questo motto arriva sino ai nostri giorni, sebbene oggi sia utilizzato sempre più con l’eccezione di “il male maggiore scaccia il male minore”.

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