“Quando sento un terribile bisogno di, se devo nominarla, religione, allora esco e dipingo le stelle.” Così si legge in una delle tante lettere di Van Gogh. Da sempre l’arte richiede, per manifestarsi, qualcosa di geniale. Ciò significa che chi ha fatto arte, ha toccato qualcosa di grande dentro di sé, ed è stato poi capace di trasferirlo in una poesia, in un quadro o in una canzone. Tuttavia oltre al fatto di trasformare una tensione interiore in arte, c’è un’altra cosa altrettanto difficile: parlare dell’arte, cercare di spiegare a chi si ha davanti cosa si sente dentro e quanto il bisogno di esprimerlo sia devastante, è un’impresa per pochi. Come si fa a spiegare il mondo che si ha dentro, se non ci sono le parole per farlo? Come si fa a dare voce a qualcosa che non ha forma? Tra gli altri, Van Gogh e De Andrè, due personalità complesse e profonde hanno tentato di spiegare cosa l’arte significhi per chi ha dentro il famoso ‘demone’.

Van Gogh tra bellezza e disperazione

Vincent Van Gogh è forse uno degli artisti moderni più discussi nel panorama contemporaneo. La sua arte unita alla sua personalità hanno portato in primo piano la complessità di una figura artistica tormentata e moderna. Quando l’arte è figurativa, la filosofia dell’artista va ricostruita attraverso la testimonianza visiva. Tuttavia, Van Gogh ci ha lasciato un fitto scambio epistolare con il fratello Theo, da cui possiamo desumere la sua concezione dell’arte e percepire, come nelle sue opere, il tormento che la bellezza produceva in lui. Pertanto cerchiamo di ripercorrere le tappe della sua percezione artistica attraverso alcuni frammenti delle lettere degli ultimi due anni della sua vita. “Ah, mio caro fratello, a volte so talmente bene quello che voglio. Perciò nella vita e nella pittura posso benissimo fare a meno del buon Dio, ma non posso, nella mia sofferenza, fare a meno di qualcosa di più grande di me e che è la mia vita: la potenza di creare.” In questo frammento il pittore ‘denuncia’ il suo bisogno spasmodico di trasferire all’esterno un po’ della tensione che lo dilania dall’interno. Non basta nemmeno il conforto della religione, Van Gogh non può fare a meno di disegnare fuori la sofferenza che lo attraversa dentro. E ancora: “fatico come un vero ossesso, provo più che mai un furore sordo di lavoro, e credo che questo contribuirà a guarirmi. Forse mi succederà una cosa come quella di cui parla Delacroix: ‘Ho trovato la pittura quando non avevo più ne denti ne fiato’, nel senso che la mia triste malattia mi fa lavorare con un furore sordo, molto lentamente, ma dal mattino alla sera senza interruzione.” L’arte è ciò che si trova al fondo della disperazione, quando davvero più disperato di così non si potrebbe essere. In quella disperazione, l’artista riesce a mettere qualcosa di ‘reale’ sulla tela, qualcosa che trascende la sua tristezza e sfiora l’universale. E infine “Per il mio lavoro, io rischio la vita, e la mia ragione vi è quasi naufragata …”. Questo è ciò che scrisse Van Gogh prima morire. Una frase lasciata in sospeso, un significato talmente profondo da essere insostenibile per l’animo umano. Quanto in alto l’arte abbia portato questo artista si può desumere da questa semplice frase, così come da quanto caro fu il prezzo che l’arte stessa gli chiese in cambio.

De Andrè fra dono e prezzo dell’arte

“Il suonatore Jones” è una delle canzoni tratte dalle poesie di Masters e racconta la storia di un poeta, un artista che sente l’arte e per viverla sacrifica tutto il resto senza pentirsene. I primi versi sono già da soli una poesia, infatti De Andrè ci dice “In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa”. In quattro versi De Andrè dipinge la poesia, facendoci immaginare cosa voglia dire per un poeta vivere in  un mondo pieno di bellezza. La polvere che vortica diventa la gonna di una ragazza amata tanti anni fa, così Jones vede la bellezza anche nella miseria. “Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore. E allora perché coltivarla ancora? Come pensarla migliore?”. Ogni cosa acquisisce un nuovo significato nella sensibilità del poeta, capace di cogliere ogni dettaglio come poetico, o meglio, dando ad esso poesia. Ciò che è dentro è più reale di ciò che si trova fuori, è più necessario.  “Libertà, l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Libertà, l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco”. Queste due strofe antitetiche sono tese a difendere il valore di una vita poetica contro una vita vissuta all’insegna delle cose materiali. L’argomentazione che ‘salva’ l’arte è la libertà, concetto fondamentale nell’arte e in De Andrè. Essa è imprigionata dal filo spinato e solo l’arte la libera. Perciò solo l‘arte salva Jones da una vita vuota come quella di tutti gli altri. “Finii con i campi alle ortiche, finii con un flauto spezzato e un ridere rauco, ricordi tanti e nemmeno un rimpianto.” Questa conclusione è emblematica per comprendere cosa l’arte significasse per De Andrè. Infatti il suonatore Jones è l’unico personaggio dell’album Non all’amore né al denaro né al cielo che può vantare una morte priva di rimpianti.

Questi sono ovviamente solo due esempi di spiegare l’arte, ma hanno il grande merito, secondo me, di farlo senza perdere ‘poesia’. Infatti spiegare l’arte è un compito delicato, darle forma rischia sempre di essere controproducente, tuttavia quando a farlo sono due geni artistici come Van Gogh e De Andrè forse si può parlare tranquillamente di eccezione.

Viviana Vighetti

 

 

 

 

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