L’abbraccio: Alda Merini e la letteratura lo descrivono come la forma più pura dell’amore

In questo momento storico della nostra vita, abbiamo imparato a non dare per scontati i gesti più semplici. L’abbraccio è tra questi e la poesia di Alda Merini ci rimanda alla letteratura e ai suoi abbracci più belli. Non è questa la forma di amore più umana che ci sia?

L’abbraccio, Egon Schiele, 1917

È possibile dire che a tutti sia mancato il contatto con i propri cari, i propri amici e “congiunti”. Cingere le braccia intorno al corpo della persona che amiamo, intorno al corpo dei nostri più cari amici e parenti non è stato un gesto possibile visto il distanziamento sociale. Pochi secondi in cui poter godere di un gesto tanto fisico quanto importante per le relazioni umane. È il primo contatto naturale che una mamma cerca dal figlio appena nato, è il primo calore che ci accoglie quando veniamo al mondo. L’abbraccio è ciò che diciamo senza parlare, è il consenso che diamo prima di un bacio, è il “mi sei mancato” senza voce, è l’addio, è un “ci sarò sempre”. Sembra che in quegli attimi in cui siamo avvolti da quelle braccia, che siano più o meno forti delle nostre, il resto scompaia. E come se cullati, finissimo nel mondo descritto da Alda Merini.

Tra le tue braccia di Alda Merini

C’è un posto nel mondo
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi,
dove il tempo si ferma
e non hai più l’età;
quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare…
Da lì fuggir non potrò
poiché la fantasia d’incanto
risente il nostro calore e no…
non permetterò mai
ch’io possa rinunciar a chi
d’amor mi sa far volar.

L’autrice nella poesia Tra le tue braccia descrive un momento, quasi mistico, in cui tra le braccia non c’è più tempo che conti, come in un incanto. L’amore con il suo abbraccio mette le ali sulle nostre scapole ed inizia il volo, in quel momento magico in cui il corpo smette di percepirne un altro e si avverte solo l’unione. Non vi si può rinunciare, afferma la poetessa, ma probabilmente è ciò che avvertono in molti. Questa distanza necessaria ha portato, in alcuni casi, una sensibilità che era stata quasi dimenticata e ciò che era ovvio, comune, è ritornato ad essere finalmente importante. L’abbraccio è tra gli istinti più umani che ci siano, si può affermare che non c’è storia che tenga, né letteratura. Dalla letteratura latina classica, l’abbraccio ha costruito momenti molto sentiti per alcuni protagonisti. Con ciò si crea la possibilità di assistere a momenti tutti diversi in cui l’abbraccio ha commosso noi lettori e ha dato una svolta ai protagonisti.

Abbracci impossibili: Enea e Dante

Gli abbracci impossibili rappresentano dei momenti molto commoventi, in cui nello stringere con le braccia la figura dinnanzi i protagonisti, di cui sotto parleremo, non sarà che un’ombra. È un’azione istintiva, un atto d’amore che non riescono a contenere né Enea alla vista del padre Anchise, ne Dante alla vista dell’amico Casella.

Nel libro sesto dell’Eneide, giunto nell’ Italia meridionale, con l’aiuto della sibilla cumana, Enea compie il suo viaggio per l’oltretomba (la cui precisa topografia ispirerà Dante) e dopo rituali e lotte con creature mitologiche, incontrerà molti personaggi noti. Una volta giunto nei Campi Elisi, incontrerà il padre Anchise, defunto durante il viaggio verso l’Italia. Appena si vedono, la commozione li coglie ed Enea provando ad abbracciarlo stringerà tre volte le braccia a vuoto:

Or dammi, padre mio, dammi ch’io giunga
La mia con la tua destra, e grazia fammi

Che di vederti e di parlarti io goda.
Mentre così dicea, di largo pianto
Rigava il volto, e distendea le palme;
E tre volte abbracciandolo, altrettante
(Come vento stringesse o fumo o sogno)
Se ne tornò con le man vote al petto.

(Eneide VI, vv.1043-1050, trad. Annibal Caro)

Tra questi versi in cui il messaggio della missione civilizzatrice di Roma è la parte fondamentale del poema, il nostro antico autore non lascia da parte l’animo di Enea e i suoi sentimenti, le azioni devote e i suo momenti “eroici” non sono importanti come la ricerca istintiva di un caldo e protettivo abbraccio paterno. Non è possibile, dunque, dimenticare, la fragilità umana della figura di Enea che in quel momento ricordiamo essere come noi, vinto dall’amore per il padre e sconfitto dall’impossibilità di avere un contatto con lui. Il triplice tentativo di un abbraccio sottolinea l’incredulità di Enea, che nulla può d’innanzi alla morte. Triplice sarà il tentativo di abbracciare la moglie Creusa, che scomparve dalla sua vista durante la fuga dalle fiamme della città. Tra ferro, fuoco, caos e disperazione, Enea la cerca instancabilmente ed ella appare, con la dolcezza e la sofferenza di chi non può nulla per quel distacco:

Nostro comune amore, ama in mia vece;   
E lui conserva, e te consola. Addio.
Così detto, disparve. Io che dal pianto
Era impedito, ed avea molto a dirle,
Me le avventai, per ritenerla, al collo;
1280E tre volte abbracciandola, altrettante,
Come vento stringessi o fumo o sogno,
Me ne tornai con le man vòte al petto.

(Eneide VI vv.1275-1282, trad. Annibal Caro)

Non a caso la memoria può rifarsi a Dante nella Divina Commedia e all’incontro con Casella nel Purgatorio, nel canto II. Mentre una folla di anime gli si rivolgeva intorno in preda alla meraviglia per la visione di un uomo ancora in vita, Dante scorge un’anima che iniziò ad avanzare tra le altre. Questi era proprio Casella, suo caro amico e cantore. E proprio per onorare la parola di Virgilio, Dante tenterà tre volte ad abbracciare l’amico che, però, altro non era che ombra. Adesso è Dante Alighieri, che dalla sua posizione di sommo poeta, ci ricorda di essere umano come noi e per nulla lontano dall’istintiva dimostrazione di affetto verso un caro amico:

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante. 

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto. 

(Divina commedia, Purgatorio, canto II Vv 76-81 – Dante Alighieri)

L’ultimo abbraccio: Tancredi e Zeno

L’abbraccio non può essere un’azione scontata, Tancredi e Zeno dovrebbero essere da monito. Per un motivo imprescindibile come la morte o semplicemente di improvvisa separazione, si dovrebbe imparare ad abbracciare e non solo a pensare di farlo. Tancredi, il cavaliere cristiano della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, accecato dal suo volere, mette da parte l’amore per la guerriera pagana Clorinda. Un triplice abbraccio, non d’amore ma di iniziazione a quell’estenuante lotta che porterà alla morte Clorinda. Ignaro del nemico che stesse combattendo, Tancredi la trafigge. Sarà solo nell’espiazione che Clorinda si mostrerà fragile e disposta all’abbandono totale a quel sentimento. Null’altro resterà a Tancredi, solo il ricordo e il desiderio di colei che ormai è ai piedi del cavaliere per un tragico errore.

Tre volte il Cavalier la donna stringe
Con le robuste braccia: ed altrettante
Da que’ nodi tenaci ella si scinge;
Nodi di fier nemico, e non d’amante.
Tornano al ferro: e l’uno e l’altro il tinge
Con molte piaghe, e stanco ed anelante
E questi e quegli alfin pur si ritira,
E dopo lungo faticar respira.

(La Gerusalemme liberata, Torquato Tasso, 1581 – canto 12, ottava LVII, Vv 449-456)

Ultimo sarà l’abbraccio di Zeno Cosini, che inconsapevole che sarebbe stato l’ultimo, il giorno prima di espiare abbracciò il padre come non mai. Il volto paterno quella notte, gli si avvicinò due volte per chiedergli quel bacio della buona notte. Zeno rispose con un caldo abbraccio, come se la voce paterna e i suoi discorsi confusi e il suo muoversi stanco, avessero preannunciato al protagonista di Italo Svevo quella fine.

“[…] e doveva ridere e volli rassicurarlo con un forte abbraccio. Il mio gesto fu forse troppo forte, perché egli si svincolò da me più affannato di prima, ma certo fu da lui inteso il mio affetto[…]” (La Coscienza di Zeno, cap. La morte di mio padre, Italo Svevo 1923)

La notte fu lunga e lui sostenne il padre sofferente.

“Ricordo che cercai di mettere nelle mie mani, che toccavano quel corpo torturato, tutta la dolcezza che aveva invaso il mio cuore. Le parole egli non poteva sentirle. Come avrei fatto a fargli sapere che l’amavo tanto?” (La Coscienza di Zeno, cap. La morte di mio padre, Italo Svevo 1923)

Quando quel tragico momento giunse, la disperazione e la crisi per il famoso “schiaffo” prima dell’espiazione continuarono a tormentarlo. Pianse lacrime amarissime, tra rimpianti e sensi di colpa.

L’abbraccio che corona il desiderio: Ludovica e Diana

Immersi nella seconda pagina del racconto di Alberto Moravia La cosa, si può assistere alla breve descrizione di un abbraccio che, rispetto alle descrizioni precedenti, ha un velo di erotismo. La protagonista Ludovica, nella lettera indirizzata alla donna amata Nora, ha riportato alla luce il ricordo di come ha compreso l’amore per le donne e successivamente per Nora. Erano ancora al collegio ed una sera Ludovica obbedisce ad i suo sensi per la prima volta. Intrufolandosi tra le lenzuola di Diana, che fingeva di continuare a dormire, Ludovica avvolge le gambe della ragazza:

così, dopo una lunga, ansiosa attesa, mi sono alzata dal mio letto, con un solo balzo ho raggiunto il letto di Diana, ho sollevato le coperte e mi sono insinuata di sotto, stringendomi subito a lei con un lento e irresistibile abbraccio, proprio come un serpente che senza fretta avvolge nelle sue spire i rami di un bell’albero” (Alberto Moravia, La cosa e altri racconti, ed.1984)

Che si tratti dunque dell’iniziazione di un momento erotico, non toglie il significato della descrizione e dell’intera vicenda. Abbraccia quella giovane donna, non come oggetto, ma come la realizzazione del desiderio. Nello stringere le sue gambe trova un ristoro, o una quiete che rispondono a ciò che non sapeva fosse giusto: la sua attrazione per le donne. Come un serpente su un albero, non con una preda, ma al sicuro su in ramo. Questo abbraccio non è solo desiderio ed eros, è qualcosa di profondo che riporta a galla le certezze tenute ancorate ad un fondale oscuro. Non era dannata, come le Donne dannate di Boudelaire che tanto amava leggere con la sua amata, si sentiva coraggiosa e privilegiata perché sapeva che avrebbe vissuto un giorno l’amore e sarebbe stato “così delicato e affettuoso” che non tutti avrebbero potuto comprenderlo.

In qualunque modo, secolo, opera, l’abbraccio è l’istinto più puro che ci possa essere. Più di un bacio, si potrebbe osare affermarlo? Esso è capace di dare senso alla purezza dell’amore, che va oltre l’eros o desiderio. Forse saremmo tutti d’accordo con Alda Merini che l’abbraccio è capace di mettere le ali al cuore e alle braccia intorno a noi non possiamo rinunciare, perché privarsi di un gesto tanto profondo?

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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