Il Superuovo

La verità del ricambio generazionale: “I figli della mezzanotte” attraverso Nietzsche

La verità del ricambio generazionale: “I figli della mezzanotte” attraverso Nietzsche

Riflessioni sulla tematica del ricambio generazionale attraverso gli spunti offerti da “I figli della mezzanotte” di Salman Rushdie e la filosofia Nietzschiana dell’eterno ritorno.

La persistenza della memoria di Salvador Dalì: analisi

In una realtà un po’ più anzianotta come quella Italiana ci si rifà spesso al termine “ricambio generazionale” al fine di intendere, il più delle volte in senso negativo o addirittura regressivo, la sostituzione che avviene tra la generazione attuale con quella passata. Tendenzialmente tale passaggio è sempre vittima d’un gap, causato dalla nascita di idee più recenti che intendono sovvertire costrutti più “tradizionali”, l’innovazione del vivere con lo spirito dell’età verde tenta di affermarsi sulla presunta esperienza dell’aver giù vissuto. Tale fenomeno sociale, basato su una realtà trascendentale che vede la vita nel suo corso assolutamente ciclico di rinnovazione di se stessa, si manifesta come realtà opprimente e limitante per le identità più “giovani”, privando questi della fiducia necessaria affinché questo “obbligatorio” ricambio avvenga. Parimenti a come avviene nell’etica Trasimachea del più forte, dove in un paese anziano le leggi favoreggeranno per l’appunto gli anziani, la realtà che viviamo sembra riservare sempre meno possibilità per chi, per pura logica, è destinato a trascorrervi maggior tempo.

I figli della mezzanotte

“Midnight’s Childern” è un romanzo di Salman Rushdie, inserito dal quotidiano parigino de Le Monde nella classifica dei cento libri del secolo. Oltre a presentare un quadro eccezionalmente preciso della situazione dell’India della metà del ventesimo secolo, I figli della mezzanotte offre uno spunto di riflessione perfetto per la tematica che abbiamo deciso di trattare in questa sede. Allo scoccare della mezzanotte del 15 Agosto del 1947, giorno in cui l’India dichiara la sua indipendenza dal Regno Unito attraverso l’Indian Independence Act, nascono mille bambini che godono di doti straordinarie, capacità sovraumane e caratteri incredibilmente distintivi. Non soffermandoci ulteriormente sulla trama, in quanto non necessaria ai fini della nostra trattazione, termineremo tale introduzione con la constatazione che nonostante la nascita di questi fenomenali individui e la ritrovata libertà statale l’India non riuscirà all’interno del romanzo a distaccarsi dalle sue ormai attempate criticità, vittima d’una società troppo radicata in quelle che per noi potrebbero risultare tradizioni obsolete e controproducenti.

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L’eterno ritorno

Di matrice stoica, quella dell’eterno ritorno è una delle più celebri e popolari teorie di Friedrich Nietzsche, facente parte della concezione di “tempo ciclico”, secondo la quale l’universo è soggetto ad una costante morte e rinascita  attraverso determinati cicli temporali fissati ed assolutamente necessari, ripentendo in eterno tale processo di “rinnovamento” seppur rimanendo sempre lo stesso. Alla base di tale ragionamento c’è la consapevolezza da parte di Nietzsche che il mondo è composto da un numero infinito di elementi, dei quali nessuno si crea e nessuno si distrugge, facendo intuire al filosofo che per forza di cose tali elementi dovranno conseguenzialmente riaggregarsi allo stesso modo eternamente. Una tale idea rende sicuramente la realtà umana più “prevedibile”, siamo in un certo senso destinati a ripercorrere quanto già fatto in una terribile prigionia temporale. Gli interrogativi che ci poniamo una volta aver compreso tale teoria sono due, il primo riguarda dunque il senso del precedentemente tratto ricambio generazionale, mentre il secondo consta su chi pone tale immanente condizione di costante ripetizione dei tempi.

Le catene del ciclo

L’eterno ritorno, almeno in questa circostanza, non è da intendere come una eterna condizione che affligge l’esistenza, bensì come un qualcosa di posto da una realtà “terrena” che limita la terra stessa. Se l’uomo è condannato a commettere ciclicamente le stesse azioni, allora la differenza tra una generazione passata ed una attuale viene consequenzialmente a cadere, rendendo quanto fatto dalla generazione precedente l’input della generazione successiva a ripetersi negli stessi modi. Come abbiamo visto nel capolavoro di Rushdie, nonostante le incredibili qualità dei figli della mezzanotte, rappresentativi della speranza nel futuro e della ventura d’una nuova genesi, questi ultimi non riusciranno davvero a compiere il necessario cambiamento che il loro paese richiedeva e soprattutto abbisognava, a causa delle catene che li legava a regole prestabilite che essi non potevano cambiare. La società, troppo spesso sistema chiuso ed arcaico, seppur richiedendo il massimo da coloro che dovranno sostituirla, non pone in nessun modo i mezzi necessari affinché tale sostituzione possa essere davvero efficiente, finendo anzi per limitare gli stessi. Ed è qui che prende davvero forma l’eterno ritorno, rendendo noi i veri artefici di questa realtà ciclica che proprio non riesce a rinnovarsi, pretendendo nuovi risultati ma attraverso mezzi antichi, ma l’uomo ha l’obbligo morale di abbattere tale ciclo, rompendo le tradizioni e aprendo l’umanità ad un’era in cui egli è artefice del suo ciclo, rinnovandolo costantemente ad infinite possibilità, e questo perché il mondo non appartiene a chi l’ha vissuto, ma a chi lo deve vivere, ed è compito dei primi fare il possibile per lasciarlo degno e modificabile secondo propria somiglianza a chi lo vivrà. Un futuro senza fiducia altro non è che l’attesa d’un nuovo passato, da parte di chi misura il tempo con un orologio fermo.

 

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