Il Superuovo

La verità celata nei rapporti Stato-mafia: scopriamola attraverso il film “La trattativa”

La verità celata nei rapporti Stato-mafia: scopriamola attraverso il film “La trattativa”

L’espressione “trattativa Stato-mafia” si riferisce all’accordo elaborato al fine di placare le stragi mafiose e mitigare le misure istituzionali contro le attività malavitose. Una questione complessa in cui si intrecciano volti, decisioni, obiettivi politici.

Da un punto di vista etico Stato e mafia dovrebbero essere due entità separate da una distanza astrale. Non è ciò che però si manifesta nella realtà, che invece mostra interazioni strategiche e legami infimi. Ricomponiamo il puzzle tramite la pellicola “La trattativa”.

Il pool antimafia e il maxi-processo di Palermo

Determinato a strutturare una nuova rete di monitoraggio e contrapposizione agli affari malavitosi, Rocco Chinnici diede vita al noto pool antimafia, che cominciò a muovere i suoi passi per garantire un’azione più centralizzata per combattere l’operato mafioso. Il suo impegno venne rapidamente abbattuto con l’omicidio effettuato da Cosa Nostra il 29 luglio del 1983 e il suo ruolo di vertice venne conferito al magistrato Antonino Caponnetto, che incluse due volti destinati a rappresentare il simbolo della lotta della magistratura alla malavita, ovvero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Venne elaborata una modalità d’intervento innovativa, orientata ad analizzare aspetti più estesi, come i movimenti bancari, che Falcone decise di includere nell’ambito di elementi da valutare per poter risalire alle inziative mafiose. Oltre a ciò, venne sottolineato il dovere di garantire la condivisione delle notizie raccolte tra gli ambiti giurisprudenziali, a favore di una l’inea d’azione collettiva piuttosto che individuale, decisione che condusse all’edificazione del c.d. Maxiprocesso di Palermo. In questa fitta rete organizzativa si delinea anche il ruolo dei collaboratori di giustizia, primo fra tutti Tommaso Buscetta, militante di Cosa Nostra che nell’estate del 1984 avviò la cooperazione con Giovanni Falcone, permettendo l’emissione di più di 350 mandati di cattura contro gli appartenenti alla realtà malavitosa. Grazie alle sue confessioni fu possibile comprendere più a fondo il modus operandi di Cosa Nostra, la sua estensione in ambito territoriale e la sua suddivisione gerarchica. Il processo iniziò ufficialmente il 10 febbraio 1986 terminando con il risultato di  346 condanne, 114 assoluzioni e 19 ergastoli. Fu un risultato senz’altro decisivo nella lotta alla criminalità organizzata malavitosa, che suscitò un fervente astio. Salvatore Riina, denominato “capo dei capi” si mostrò intenzionato a iniziare una vera e propria guerra contro lo Stato, una decisione che trovò risvolto pratico nell’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, rispettivamente il 23 maggio e 19 luglio 1992.

 

La trattativa Stato-mafia

Il Maxi-processo animò negli ambienti malavitosi la volontà di scrivere un nuovo capitolo basato su un compromesso. La trattativa Stato-mafia, difatti, affonda le radici della sua elaborazione già nel periodo delle stragi di Falcone e Borsellino. Ciò che essa si riproponeva era dar vita a un nuovo rapporto tra i due enti, non più basato su un’ardente lotta reciproca, bensì su una relazione più “distesa”, dove da un lato Cosa Nostra prometteva di porre fine alle proprie aggressioni e dall’altro le istituzioni avrebbero dovuto modificare quanto previsto dall’articolo 41 bis, disciplinante il c.d. “carcere duro” che tra i vari destinatari riconosceva anche i militanti mafiosi. Tra le figure politiche vicine agli ambienti di Cosa Nostra si distinse Salvatore Lima, appartenente al filone democristiano, il quale ricoprì il ruolo di immediato riferente di Salvatore Riina in merito alle dinamiche politiche antecedenti il Maxi-processo. Durante quest’ultimo però, Lima non si espresse a favore dell’organizzazione malavitosa, un fatto che venne percepito con forte delusione da Riina. Il 12 marzo 1992 fu dunque ucciso per mano del mafioso Francesco di Carlo. Fondamentale è stato anche il contributo di Calogero Mannino, appartenente prima alla Democrazia Cristiana, poi all’Unione di Centro e successivamente al Gruppo Misto, il quale è stato processato più volte per la sua vicinanza alla realtà mafiosa ma periodicamente assolto. Già prima dell’inizio del Maxiprocesso e dell’inizio della trattativa, anche Giulio Andreotti, figura di rilievo della Democrazia Cristiana, ebbe modo di legarsi a Cosa Nostra. Egli fu accusato di aver collaborato a lungo con l’organizzazione, anche partecipando a incontri con i suoi esponenti al fine di discutere dei reciproci interessi. Buscetta confessò inoltre che Andreotti era il soggetto che forniva le informazioni da riferire a Cosa Nostra allo stesso Salvatore Lima. Ciò che Cosa Nostra richiedeva allo Stato venne racchiuso in un papello (elenco), tra cui rientravano la revisione di quanto deciso nel Maxiprocesso, gli arresti domiciliari obbligatori dopo il compimento dei 70 anni d’età, l’abrogazione dell’articolo 41 bis , l’arresto solo in flagranza di reato e carcerazione in prossimità della residenza dei familiari.

Il caso di Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri

Oltre alle figure politiche già menzionate impegnate nei dialoghi con gli ambienti malavitosi emerge un altro volto, quello di Silvio Berlusconi. Secondo le confessioni di Massimo Ciancimino (figlio di Vito Ciancimino, politico della democrazia cristiana e appartenente al mondo mafioso), ex imprenditore indagato per concorso in associazione mafiosa, emerge che il partito Forza Italia deve la sua genesi proprio alla trattativa Stato-mafia. Una sagoma di rilievo in queste dinamiche è Marcello dell’Utri, membro di Forza Italia (poi del Popolo della Libertà), che nelle ricostruzioni viene descritto come il mediatore tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Egli ad esempio stabilì un contatto con Vittorio Mangano, membro di Cosa Nostra, che si vide attribuito il compito di proteggere Berlusconi e i suoi cari dalle minacce ricevute per portare avanti la collaborazione con la malavita. Vittorio fu arrestato, e sebbene sia dell’Utri che Berlusconi abbiano tentato di definirsi non a conoscenza della sua appartenenza alle fila di Cosa Nostra, fu rivelato che al contrario ad entrambi erano ben note le azioni illegali commesse da Mangano. Lo stesso Salvatore Riina ha affermato che, ogni sei mesi, Silvio Berlusconi forniva a Cosa Nostra circa 250 milioni di lire. Ciò che sconcerta maggiormente è che tale collaborazione ha avuto luogo anche dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino e durante il periodo in cui hanno avuto luogo altre stragi, tra cui quella in via dei Gergofili avvenuta a Firenze nel maggio del 1993 per la quale sia Berlusconi che dell’Utri sono stati inseriti tra gli indagati.

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